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SUMMARY:LA VITA CHE TI DIEDI di Luigi Pirandello
DESCRIPTION:Foto di scena: La vita che ti diedi © Luigi De Palma\nTEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE\nStagione Teatrale 2023/2024 \n DEBUTTA IN PRIMA NAZIONALE “LA VITA CHE TI DIEDI” DI LUIGI PIRANDELLO \nNUOVA PRODUZIONE DELLO STABILE DI TORINO\nPER LA REGIA DI STÉPHANE BRAUNSCHWEIG \nTeatro Carignano\, dal 9 al 28 aprile 2024  \nLA VITA CHE TI DIEDI di Luigi Pirandello\nregia e scene Stéphane Braunschweig\ncon Daria Deflorian\, Federica Fracassi\, Cecilia Bertozzi\, Fulvio Pepe\, Enrica Origo\, Caterina Tieghi\, Fabrizio Costella\ncostumi e collaborazione alle scene Lisetta Buccellato \nluci Marion Hewlett\nsuono Filippo Conti\nassistente regia Giulia Odetto \nTeatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale\, Emilia Romagna Teatro ER T / Teatro Nazionale \nPERSONAGGI E INTERPRETI:  \nIn ordine di apparizione\nDonna Fiorina – Federica Fracassi\nDon Giorgio – Fulvio Pepe\nElisabetta – Enrica Origo\nDonn’Anna Luna – Daria Deflorian\nGiovanni\, il giardiniere – Fulvio Pepe\nLida – Caterina Tieghi\nFlavio – Fabrizio Costella\nLucia Maubel – Cecilia Bertozzi\nFrancesca Noretti – Federica Fracassi \nStéphane Braunschweig\, tra i principali registi della scena teatrale contemporanea e direttore artistico dell’Odéon – Théâtre de l’Europe di Parigi\, approfondisce il legame con la scrittura di Luigi Pirandello: dopo i successi internazionali di Sei personaggi in cerca d’autore\, I giganti della montagna\, Vestire gli ignudi e Come tu mi vuoi (gli ultimi due presentati nel cartellone del TST nel 2007 e nel 2022) dirige per il Teatro Stabile di Torino La vita che ti diedi. Scritta nel 1923\, è la tragedia più struggente del grande drammaturgo siciliano sul tema della maternità e del lutto. L’opera concepita da Pirandello per Eleonora Duse non venne mai recitata dall’attrice. Il testo venne rappresentato per la prima volta al Teatro Quirino di Roma il 12 ottobre 1923 da Alda Borelli. \nLa vita che ti diedi\, per la regia e le scene di Stéphane Braunschweig\, con Daria Deflorian\, Federica Fracassi\, Cecilia Bertozzi\, Fulvio Pepe\, Enrica Origo\, Caterina Tieghi\, Fabrizio Costella\, andrà in scena in prima nazionale al Teatro Carignano martedì 9 aprile 2024\, alle ore 19.30. I costumi dello spettacolo sono di Lisetta Buccellato\, le luci di Marion Hewlett\, il suono di Filippo Conti\, assistente alla regia Giulia Odetto.\nQuesto nuovo allestimento prodotto dal TST con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale sarà replicato al Carignano fino al 28 aprile\, poi sarà rappresentato al Teatro Rossini di Pesaro\, dal 2 al 5 maggio e all’Arena del Sole di Bologna\, dal 9 al 12 maggio 2024. \nLA VITA CHE TI DIEDI\, ovvero il teatro per affrontare la vita\nScritto nel 1923\, La vita che ti diedi è senza dubbio uno dei testi teatrali in tre atti più brevi di Luigi Pirandello. È anche uno dei pochi che lo stesso autore abbia definito “una tragedia”. È anticipato da tre novelle scritte tra il 1914 e il 1916.\nNe I pensionati della memoria\, Pirandello si interroga sul rapporto tra i vivi e i morti\, e formula forse per la prima volta\, l’idea disturbante che quando si piange la perdita di una persona cara\, non è la persona amata che si sta piangendo: «Voi piangete perché il morto\, lui\, non può più dare a voi una realtà».\nIn Colloqui coi personaggi\, scritto subito dopo la morte della madre\, Pirandello esplora la stessa idea in un lungo e struggente dialogo con la defunta: «Ora che tu sei morta\, io non dico che non sei più viva per me; tu sei viva\, viva com’eri\, con la stessa realtà che per tanti anni t’ho data da lontano\, pensandoti\, senza vedere il tuo corpo\, e viva sempre sarai finché io sarò vivo; ma vedi? è questo\, è questo\, che io\, ora\, non sono più vivo\, e non sarò vivo per te mai più!».\nSconvolto dalla carneficina della Grande Guerra e angosciato dall’idea di perdere i figli al fronte\, Pirandello scrive La camera in attesa: la madre e le sorelle di un soldato scomparso\, non avendo la prova certa della sua morte\, continuano a preparargli la camera in attesa del suo ritorno. E ai vicini che deridono la famiglia per il suo bisogno di illudersi e il rifiuto di elaborare il lutto\, Pirandello risponde azzardando un’altra idea disturbante: i vostri figli che sono andati a studiare in città\, li riconoscete? Non sono forse morti per voi? «La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella vostra figliuola\, ritornati dopo un anno\, quella stessa realtà che davate loro prima che partissero. Non c’è più\, è morta quella realtà. Eppure voi non vi vestite di nero per questa morte e non piangete…». Il rifiuto del lutto quindi è legato all’idea che\, forse\, la morte definitiva del corpo non sia nulla rispetto a quella morte lenta che costituisce la vita stessa nelle sue metamorfosi\, la progressiva e ineluttabile scomparsa del bambino che eravamo per nostra madre.\nLa vita che ti diedi riprende alcuni degli elementi principali di questa novella\, sviluppandone il tema su un registro ancora più radicale.\nCome può una madre sopravvivere alla morte del figlio? si chiede Pirandello. Semplicemente affermando che non è morto. O\, più esattamente\, fingendo che sia ancora vivo. Perché Donn’Anna Luna\, a differenza della madre de La camera in attesa\, ha assistito all’agonia del proprio figlio\, e quindi non può prendere a pretesto l’incertezza della sua morte. Osservandola non si può dire che la donna stia negando i fatti: decide del tutto consapevolmente di continuare la sua vita come se il figlio non fosse morto. Si affretta a far rimuovere il corpo\, senza nemmeno prendersi il tempo di vestirlo\, finisce di scrivere in sua vece una lettera all’innamorata\, a cui nasconde la sua morte quando quest’ultima decide di andare a trovarlo. Donn’Anna Luna trasforma la sua casa in un teatro dove il protagonista è assente\, assente ma fin troppo vivo.\nNell’opera di Pirandello\, la realtà della vita appare spesso come uno scandalo insuperabile\, che il teatro o la follia hanno lo scopo di trasfigurare. Nel mondo immaginario del gioco teatrale o in quello parallelo della follia si può evadere\, elevarsi\, far vivere i morti e sfuggire alla logica paradossalmente mortifera della vita.\nIn Pirandello\, teatro e follia sono legati. Spesso i grandi personaggi pirandelliani sembrano pazzi a chi li circonda\, ma\, contrariamente ai veri pazzi\, la loro è una pazzia voluta\, la pazzia di chi vuole essere come i pazzi\, e\, al pari loro\, rifiuta i limiti di una realtà ridotta alla sola verità dei fatti.\nDonn’Anna sembra pazza\, eppure c’è da chiedersi se non sia lei ad avere ragione – ragione contro la ragione. Pirandello fa vacillare le nostre certezze\, i nostri preconcetti: malgrado sappia che la realtà finirà per mettere fine all’illusione\, ci fa capire quanto abbiamo bisogno di illusioni – ma di illusioni coscienti e non delle menzogne che ci raccontiamo – per restare in piedi. Quanto abbiamo bisogno di teatro per affrontare la vita. Da questo punto di vista\, La vita che ti diedi uguaglia i grandi capolavori di Pirandello\, Sei personaggi in cerca d’autore\, Come tu mi vuoi e I Giganti della montagna\, ma nella forma compatta di una favola che va all’essenziale\, avvolgendosi nell’aura di una poesia miracolosa.\nStéphane Braunschweig \nTEATRO CARIGNANO:\npiazza Carignano 6\, 10123 Torino\n9 – 28 aprile 2024 | Prima nazionale \nLA TOURNÉE DELLO SPETTACOLO:\nTorino | Teatro Carignano | dal 9 al 28 aprile 2024\nPesaro | Teatro Rossini | dal 2 al 5 maggio 2024\nBologna |Arena del Sole | dal 9 al 12 maggio 2024 \nINCONTRI COL PUBBLICO: \nRETROSCENA\nProgetto realizzato dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale con\nl’Università degli Studi di Torino / DAMS – Università degli Studi di Torino / CRAD \nTEATRO GOBETTI\, SALA PASOLINI\nmercoledì 10 aprile 2024\, ore 17.30\nStéphane Braunschweig e gli attori della Compagnia\ndialogano con Leonardo Mancini (Università di Torino)\nsu LA VITA CHE TI DIEDI di Luigi Pirandello\, regia di Stéphane Braunschweig \nIngresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili\nPrenotazione obbligatoria su teatrostabiletorino.it \nINFO: \nOrari degli spettacoli: martedì\, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.45; domenica ore 16.00.\nPrezzo dei biglietti: Intero € 37\,00 – Ridotto € 34\,00\nL’acquisto dei biglietti in prevendita prevede un costo di € 1 a biglietto \nBIGLIETTERIA DEL TEATRO STABILE DI TORINO\nTelefono 011 5169555 / Numero verde 800 235 333 \nOrario: da martedì a sabato\, dalle ore 13 alle 19\, domenica dalle ore 14 alle 19.\nOnline www.teatrostabiletorino.it
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SUMMARY:ZIO VANJA di Anton Čechov
DESCRIPTION:Foto di scena: Zio Vanja – Massimiliano Speziani\, Mario Pirrello © Gianluca Pantaleo\nTeatro Strehler\ndal 16 al 21 aprile\nregia di Leonardo Lidi \nProgetto Čechov – seconda tappa \nDal 16 al 19 aprile arriva\, al Teatro Strehler\, Zio Vanja di Anton Čechov\, con la regia di Leonardo Lidi\, una produzione del Teatro Stabile dell’Umbria\, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Festival dei Due Mondi di Spoleto. Dopo Il gabbiano\, in scena nella scorsa stagione sul palcoscenico del Teatro Strehler\, il regista prosegue la sua ricerca sul teatro di Čechov\, confrontandosi con un altro grande classico firmato dal maestro russo \nLa placida esistenza di Vanja nella sua tenuta di campagna è interrotta dall’arrivo del professor Serebrijakov\, che\, accompagnato della giovane moglie Elena\, altera ogni equilibrio. Leonardo Lidi sceglie Zio Vanja come seconda tappa del suo Progetto Čechov: una commedia domestica costruita sull’impotenza e sull’inerzia\, che racconta le vicende di una famiglia sconfitta dai propri vuoti\, tra occasioni mancate\, rinunce e rimpianti. I protagonisti del dramma\, ospiti di una grande dacia in decadenza\, sono bloccati nell’immobilismo della provincia russa e\, scontenti\, sopravvivono a sé stessi\, crogiolandosi nella noia e nel tormento per i propri fallimenti. Chi se ne va è appesantito da un bagaglio di frustrazioni e incomprensioni\, mentre chi rimane affonda in una routine grigia e senza prospettiva. Eppure\, la stasi dei personaggi è solo apparentemente sterile; in realtà funziona come un potente specchio che rimanda con forza l’immagine delle nostre debolezze e inconcludenze. E su tutto domina l’adagio finale di Sonja: “Dobbiamo continuare a vivere. Vivremo una lunga\, lunga serie di giorni\, di interminabili sere\, sopporteremo pazientemente le prove che ci toccheranno”. \nScrive il regista: «C’eravamo tanto amati. C’è stato un tempo dove questa strana famiglia non era poi così strana. I ruoli erano ben distribuiti\, con credibilità e senza eccessi\, e ogni personaggio poteva considerarsi utile allo spettacolo del quotidiano. Ognuno al proprio posto\, con ordine e naturalezza. Chi indossava il costume dell’intellettuale\, ad esempio\, era da considerarsi metafora di speranza futura ed era opportuno riservare ad esso amore e gratitudine come ad un eroico e fascinoso cavaliere. Era lecito che una bella e gentile ragazza si invaghisse del proprio professore ed era altrettanto plausibile che la famiglia della giovine tutelasse il sapiente uomo come un animale in via d’estinzione. E così Vera si sposa con Aleksandr\, lo porta a Casa e la storia comincia. Gli abitanti del pianeta Čechov si animano\, trovano una dimensione adeguata alla propria formazione\, tutti remano nella medesima direzione e la possibilità di una Russia efficace e vincente smette di essere un miraggio e si tramuta in un concreto e reale domani. In una dimensione dove l’uomo è artefice del proprio destino la felicità potrebbe trovare il giusto spazio. Ma Vera muore e tutto cambia. La speranza si spegne e chi prova a ricominciare suona ridicolo nel suo tentare. Il cuore si tinge di nero e questa possibile colorata commedia diventa una dissacrante e continuata risata isterica ad un funerale. L’idea di un paese guidato dai suoi pensatori è sepolta e noi non possiamo che fare i conti partendo da questo inesorabile dato di fatto. Questa casa è culturalmente morta\, amici miei. È governata da ignoranti e da sterili ideologie. Ce lo ricorda lo Zio\, quel buffone vestito male che palpa con gli occhi le nostre fidanzatine e aspetta le riunioni di famiglia per alzare il gomito e sbatterci in faccia la nostra condizione perennemente umiliante. Inutile lavorare\, inutile impegnarsi\, inutile studiare. Dice\, lo Zio. Meglio aspettare un reddito senza sudare\, meglio lamentarsi di chi ha distrutto il talento. La seconda tappa del Progetto Čechov abbandona il gioco e si imbruttisce col tempo. Spazza via i contadini che citano Dante a memoria per consentire un abuso edilizio ambizioso e muscolare. C’era un grande prato verde dove nascono speranze e noi ci abbiamo costruito una casa asfissiante con troppe inutili stanze ad occupare ogni spazio vitale. Avevamo sfumature e ora c’è un chirurgico bianco e nero che strizza l’occhio allo spettatore intelligente. Avevamo donne e uomini che cercavano la vita attraverso l’amore ma abbiamo preferito prenderne le distanze. Quando? Quando è diventato “troppo poco” parlare d’amore? Come se poi ci fosse qualcos’altro di interessante. Se nel Gabbiano sprecavamo carta e tempo nel ragionare sulla forma più corretta con il quale passare emozioni al pubblico\, divisi tra realismo e simbolismo\, tra poesia e prosa\, tra registi\, scrittori e attrici\, e ci bastava una panchina per tormentarci dei dolori del cuore (Quanto amore\, lago incantatore!) in Zio Vanja l’arte è relegata a concetto museale\, roba da opuscoli aristocratici\, uno sterile intellettualismo che non pensa più al suo popolo\, che annoia la passione e permette agli incapaci di vivere di teatro. E allora che questa strana famiglia cantata da Čechov abbia la faccia di Gaber. La sua maschera irriverente. O meglio ancora di Freak Antoni. Che sia stonata e sgrammaticata. Sconfitta dai propri fantasmi. Ripugnante e fastidiosa. Con l’alito cattivo. Più alta del crocchiare di una gallina ad un comizio\, più profonda del raglio di un asino messo a pilotare un aereo che si sta per schiantare. Che prenda in giro chi si nasconde dietro ai progetti perché spaventato e che faccia tanti e tanti e sentitissimi applausi a chi crede che Zio Vanja sia un testo attuale perché parla di alberi. Avete costruito un focolare tanto stupido che preferisco congelare al sincero freddo della mia solitudine\, lasciatemi fuori\, escluso come il cane di Rino Gaetano! Prendetevi le ghiande e lasciatemi le ali. In questa cosa/casa non ci voglio neanche entrare – ma siate pazienti\, l’anno prossimo la vendiamo per davvero! “Non è nulla bambina mia\, le oche starnazzano per un po’ e poi si calmano… Starnazzano per un po’ e poi si calmano”». \nPiccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza)\, dal 16 al 21 aprile 2024\nZio Vanja \nProgetto Čechov\, seconda tappa\ndi Anton Čechov\nregia Leonardo Lidi\ntraduzione Fausto Malcovati \ncon Giordano Agrusta\, Maurizio Cardillo\, Ilaria Falini\, Angela Malfitano\, Francesca Mazza\, Mario Pirrello\, Tino Rossi\, Massimiliano Speziani\, Giuliana Vigogna\nscene e luci Nicolas Bovey\ncostumi Aurora Damanti\nsuono Franco Visioli\nassistente alla regia Alba Porto \nproduzione Teatro Stabile dell’Umbria\nin coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e con Spoleto Festival dei Due Mondi \nOrari:\nmartedì\, giovedì e sabato\, ore 19.30;\nmercoledì e venerdì\, ore 20.30;\ndomenica\, ore 16. \nDurata: 105’ senza intervallo \nPrezzi:\nplatea 33 euro\, balconata 26 euro\nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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SUMMARY:LA RAGAZZA SUL DIVANO di Jon Fosse
DESCRIPTION:Foto Compagnia: La ragazza sul divano – Da sinistra Michele Di Mauro\, Giulia Chiaramonte\, Isabella Ferrari\, Giordana Faggiano\, Valerio Binasco\, Fabrizio Co © Teatro Stabile di Torino\nDal 16 al 21 aprile dal martedì al venerdì h 21\, sabato h 19\, domenica h 17\ntraduzione Graziella Perin\nregia Valerio Binasco\ncon Pamela Villoresi\, Valerio Binasco\, Michele Di Mauro\, Giordana Faggiano\, Fabrizio Contri\, Giulia Chiaramonte e con Isabella Ferrari \nPERSONAGGI E INTERPRETI \nDONNA – Pamela Villoresi\nRAGAZZA – Giordana Faggiano\nL’UOMO – Valerio Binasco\nMADRE – Isabella Ferrari\nSORELLA – Giulia Chiaramonte\nLO ZIO – Michele Di Mauro\nIL PADRE – Fabrizio Contri \nscene e luci Nicolas Bovey\ncostumi Alessio Rosati\nsuono Filippo Conti\nvideo Simone Rosset\nassistente regia Eleonora Bentivoglio\nassistente scene Eleonora De Leo\nassistente costumi Rosa Mariotti\nTeatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale\, Teatro Biondo Palermo  \nIn accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Colombine Teaterförlag\nDebutto in prima nazionale: Torino\, Teatro Carignano – 5 marzo 2024 (repliche fino al 24 marzo). \nDurata: 90 minuti \nGuarda il trailer  \nValerio Binasco è riconosciuto come il principale interprete italiano di Jon Fosse\, da sempre affascinato dalla poesia introspettiva che attraversa ogni suo testo e dalla relazione quasi proustiana che le opere del maestro norvegese tracciano tra passato e presente. Questa storia ha il suo fulcro narrativo in una donna di mezza età\, intenta a dipingere il ritratto di una ragazza seduta su un divano. Combatte contro i dubbi sulle proprie capacità artistiche e l’immagine ricorrente di quella ragazza seduta che la perseguita. Quella ragazza non è altro che il ritratto di lei stessa da giovane\, turbata da mille incertezze. Binasco\, affiancato da un cast di grandi interpreti\, affronta il modo in cui le ferite affettive non si rimarginano mai del tutto. \nNote su La ragazza sul divano di Valerio Binasco\nLa scelta di allestire un’opera – come scrissi tempo fa a proposito della commedia Sonno di Jon Fosse\, e in cui mi ritrovo ancora adesso – a volte nasce da minimi segni\, come certe pietre sul sentiero danno l’indicazione di un percorso; altre volte è il titolo stesso un indizio ermetico di qualcosa che stiamo cercando\, perché si cristallizza in un’immagine che si trasforma in un personaggio: allora ti vien voglia di continuare a guardarlo\, vuoi vedere cosa fa e finisci col trovarti al suo fianco\, nel suo mondo. Altre volte\, addirittura\, un personaggio ci appare come un volto visto in sogno: al risveglio non si è sicuri di chi sia davvero\, ma si sente di amarlo\, chiunque sia.\nAmo la percezione fuori fuoco della realtà che trovo nei testi di Fosse. Ogni volta ho la sensazione di trovarmi dinnanzi a un grande affresco sull’umanità\, ne percepisco fortemente il senso ma non riesco a metterlo a fuoco. È come se venissi costretto a guardare solo la luce o l’ombra che c’è tra una cosa e un’altra\, tra una persona e un’altra. Fosse è un autore che istiga in modo irresistibile il mio bisogno di fare teatro con delicatezza\, da ritrattista\, un teatro da innamorato dei volti delle persone\, dei loro occhi\, del loro silenzioso e spesso inutile fluire attraverso la vita.\nIl tema principale de La ragazza sul divano è l’abbandono. In molte opere di Fosse torna\, come un sogno ricorrente\, una donna che aspetta il ritorno di un uomo che è partito per mare e non è più tornato. In questa pièce i quadri che la Donna dipinge sono il punto di vista di chi guarda una nave partire e svanire verso un orizzonte ostile\, simbolo di una minaccia che non riguarda solo il mare\, ovviamente. Ma si può anche cercare in quel dipinto la simbologia di una nave che si lascia alle spalle la tempesta. Il dipinto simboleggia il Padre che se ne va verso la sua idea di vita (il mare); la figlia\, rimasta sola\, reclusa nella vita d’appartamento\, è percossa dal mare di un’acerba femminilità\, così come da quella tempestosa della madre e da quella autodistruttiva della sorella. Il dipinto è incompiuto\, come è giusto restare – incompiuti – se si vuole parlare dell’attesa: chi aspetta resta sospeso\, come sospesa è la sofferenza purgatoriale dell’eterna attesa di un padre che non ritorna mai.\nLe ragioni che mi spingono a insistere con un autore come Jon Fosse sono misteriose anche per me. Il suo stile ossessivo e minimale mi seduce\, punto e basta. Credo che la sua qualità principale sia il suo ritmo. Questo ritmo\, nonostante appaia lento o addirittura inerte\, in realtà non è mai “in battere”\, ma al contrario possiede un andamento ossessivamente “in levare”\, anche e soprattutto quando l’azione sembra procedere con esasperata lentezza. È un ritmo poetico\, lieve: non so gli altri\, ma io sorrido sempre mentre leggo le sue tristissime storie. Non penso che Fosse stia parodiando il suo tema o che ammicchi ironicamente tra le righe. Il suo ritmo è splendidamente scenico\, e ciò che è scenico è sempre festoso\, pieno di humor. C’è sempre un profondo senso dello humor nel procedere “in levare”. Nel caso di Fosse è il sense of humour del jazz. Ecco perché\, sebbene i suoi temi siano per lo più molto tristi\, e spesso anche tragici\, la tragedia e la tristezza non sono in primo piano. In primo piano c’è qualcos’altro\, e cioè principalmente le atmosfere sospese\, e l’umoristico aplomb serio\, quasi duro\, inespressivo\, di personaggi e interpreti.\nCredo che Fosse sia l’unico autore che ha questo ritmo interno. E io\, che nel fare il regista mi occupo quasi solo di questioni legate alla recitazione\, non potevo che restare incantato da questa metrica recitativa. Altra considerazione importante: una musica come questa vuole essere suonata da grandi interpreti. Ecco perché ho voluto con me questi attori. \nValerio Binasco\, Direttore artistico del Teatro Stabile di Torino dal 2018\, è considerato tra i più autorevoli esponenti della scena teatrale italiana\, come testimoniano anche i numerosi premi ricevuti (cinque premi Ubu\, due premi dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro\, due premi Le Maschere del Teatro Italiano\, un premio ETI Gli Olimpici del Teatro\, un premio Linea d’ombra e un premio Flaiano). Nel corso della sua carriera\, dedicata soprattutto alla prosa\, ma anche al cinema e all’opera\, ha saputo coniugare ricerca e rigore estetico con uno stile registico sempre capace di entrare in relazione con il pubblico: si è distinto\, infatti\, sia per la rilettura innovativa e originale dei grandi titoli del repertorio\, sia per l’attenzione alla drammaturgia contemporanea (di riferimento sono le sue regie di testi di Fosse\, Pinter\, Ginzburg\, McDonagh\, Paravidino\, McPherson)\, sia per la formazione dei giovani talenti\, oggi focalizzata nella direzione della Scuola per Attori dello Stabile di Torino. Tra le sue regie per il Teatro Stabile di Torino figurano: Don Giovanni\, Amleto\, Arlecchino servitore di due padroni\, Rumori fuori scena\, Il piacere dell’onestà\, Le sedie\, Sogno di una notte di mezza estate\, Ifigenia e Oreste\, Dulan la sposa\, Sei personaggi in cerca d’autore. \nInfo e prenotazioni solamente tramite CARD LIBERA E CARD LOVE o tramite abbonamenti e card acquistati in precedenza\no tramite VIVICINEMAETEATRO  promozioneteatrovascello@gmail.com\nBiglietti: Intero 25 euro – Ridotto over 65: 20 euro – Ridotto Cral/Enti convenzionati: 18 euro – Ridotto studenti\, studenti universitari\, docenti e operatori delle scuole di teatro\, cinema e danza 16 euro e gruppi di almeno 10 persone 16 euro a persona È possibile acquistare i biglietti\, abbonamenti e card telefonicamente 065881021 con carta di credito e bancomat abilitati\,\nacquista direttamente alla biglietteria https://www.teatrovascello.it/biglietteria-23-24/\nacquista tramite bonifico bancario a favore di Coop. La Fabbrica dell’Attore E.T.S. BANCA INTESA SAN PAOLO ag. Via G. Carini 32 di Roma c/c 3842 abi 03069 cab 05078 Iban IT89V0306905078100000003842 oppure acquista on line \nSTAGIONE TEATRALE 2023 – 2024 del TEATRO VASCELLO \nCard libera 108 euro (6 spettacoli a scelta) (ACQUISTA ONLINE) con eventuale scelta del posto\nCard love 72 euro (2 spettacoli a scelta per 2 persone – 4 ingressi) (ACQUISTA ONLINE) con eventuale scelta del posto \nINFO:\n06 5881021 – 06 5898031\npromozioneteatrovascello@gmail.com – promozione@teatrovascello.it\nTeatro Vascello Via Giacinto Carini 78\nCap 00152 Monteverde Roma \nCome raggiungere il teatro\nCon mezzi privati: parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi\, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini\, 43\, Roma; Via Maurizio Quadrio\, 22\, 00152 Roma\, Via R. Giovagnoli\, 20\,00152 Roma \nCon mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini\, Colosseo\, Piramide\, oppure: 44\, 710\, 870\, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello. Oppure fermata della metro Cipro e Treno Metropolitano fino a Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello
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