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SUMMARY:IL GIOCO DELL’AMORE E DEL CASO
DESCRIPTION:Foto di scena: Il gioco dell’amore e del caso © MTM Teatro\nDebutto Nazionale \ndi Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux\nnuova traduzione di Michele Zaffarano\nadattamento e regia Antonio Syxty \ncon Gaetano Callegaro\, Francesca Massari\, Francesco Martucci\, Jasmine Monti\, Filippo Renda \nregista assistente Filippo Renda\nscene Guido Buganza\ncostumi Valentina Volpi\ndisegno luci Fulvio Melli \nstaff tecnico Ahmad Shalabi\, Stefano Lattanzio\ndelegate di produzione Lisa Metelli\, Sofia Tieri\nproduzione Manifatture Teatrali Milanesi \nIl gioco dell’amore e del caso di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux è una commedia teatrale molto simile a un prezioso ingranaggio. Questo capolavoro\, esaltato come uno dei vertici della drammaturgia francese\, cattura l’attenzione degli spettatori con un intricato intreccio di travestimenti\, inganni e amori segreti. \nIn questa vera e propria commedia degli equivoci\, Marivaux mette in scena il classico scambio di ruoli\, quello tra padroni e servi\, che\, pur proponendosi uno scopo chiarificatore\, non porta altro se non ulteriori complicazioni di sentimenti e relazioni. \nAlcuni estratti dal testo originale (francese- italiano) – Scena IX\, Atto II \nDorante\nEt que pourrais-je espérer en tâchant de me faire aimer? Hélas! quand même je posséderais ton cœur… \nE cosa potrei sperare cercando di farmi amare? E poi\, anche se riuscissi a ottenere il tuo cuore… \nSilvia\nQue le ciel m’en préserve! quand tu le posséderais\, tu ne le saurais pas; et je ferais si bien que je ne le saurais pas moi-même. Tenez\, quelle idée il lui vient là! \n Che il cielo me ne scampi! Anche se riuscissi a ottenere il mio cuore\, tu non lo verresti comunque a sapere. E farei addirittura in modo di non saperlo nemmeno io. Ma guarda che idee che gli vengono!\nDorante \nIl est donc bien vrai que tu ne me hais\, ni ne m’aimes\, ni ne m’aimeras? \nQuindi è vero che non mi odi e non mi ami? E che non mi amerai?\nSilvia \nSans difficulté.\nSenza dubbio. \nLa giovane Silvia\, consapevole della difficoltà di trovare il ‘marito perfetto’\, tanto più che i cosiddetti ‘ottimi partiti’ si trasformano ben presto\, tra le mura domestiche\, in individui dispotici\, privi di spirito e di gentilezza\, attende con timore l’arrivo dell’uomo che il padre ha scelto come suo sposo. \nNasce così in lei il desiderio di poterlo osservare ‘da una certa distanza’\, prendendo il posto della sua cameriera\, Lisetta\, la quale a sua volta indosserà i panni della padrona.\nNon sa però che Dorando\, per lo stesso motivo\, ha deciso di fingersi servitore\, affidando al proprio servo Arlecchino\, il compito di impersonarlo. La commedia si conclude con un doppio matrimonio tra Silvia e Dorando e tra Arlecchino e Lisetta. \nTra dialoghi e continui malintesi\, il grande autore francese riesce a offrirci una commedia divertente\, brillante\, con momenti esilaranti non privi di una comica suspense. Riuscirà l’amore a trionfare sull’egoismo\, sui pregiudizi e sugli ostacoli che il destino si diverte a innalzare? \nRappresentato per la prima volta nel 1730 dalla Comédie italienne\, il testo esplora le sfumature dell’amore attraverso lo scambio di ruoli tra i personaggi\, offrendo una vivace girandola di emozioni e colpi di scena. L’opera\, ambientata a Parigi\, si distingue per la brillantezza delle interpretazioni e la profondità psicologica dei personaggi.\nAttraverso questa commedia\, Marivaux offre uno sguardo penetrante sulla metafisica del cuore\, evidenziando il trionfo della passione sull’egoismo e le convenzioni sociali\, incantando il pubblico con il suo intrigo avvincente e la sua raffinata analisi dell’amore e della società. \nNote di regia:\nUna nuova traduzione per Marivaux.\nQuando faccio teatro la prima cosa\, per il mio lavoro\, è avere a disposizione una lingua che possa produrre un suono coerente con il testo e con il dispositivo che il testo mette in atto\, inizialmente sulla pagina scritta e in un secondo momento nella trasposizione organica per la voce. Mi capita spesso – nella vita quotidiana – di notare come spesso scegliamo a caso le parole che pronunciamo per comunicare. Il più delle volte usiamo le parole con trascuratezza\, con approssimazione\, in modo sbrigativo perché ciò che ci preme è comunicare\, ma nello stesso tempo utilizziamo il dispositivo verbale senza la consapevolezza della sua ricchezza e potenzialità allegorica\, semantica\, metaforica.\nIl teatro non può e non deve uniformarsi al quotidiano\, soprattutto nel caso di un testo del 1730\, che è un dispositivo drammaturgico in grado di creare un disegno raffinato intorno a quelli che sono i meccanismi umani\, che regolano verità e rappresentazione di sé e dei propri sentimenti.\nPer questo ho chiesto a Michele Zaffarano\, già traduttore di autori francesi come Francis Ponge\, Christophe Tarkos\, Michel Onfray\, Alain Badiou\, Chare Baudelaire\, Jean-Marie Gleize e altri di fare una nuova traduzione dal testo francese originale di Marivaux.\nOgni traduzione è un tradimento dell’originale e il teatro è il luogo del tradimento\, ma la scelta che si fa del dispositivo verbale è fondamentale\, perché prima di ogni altra cosa la parola diventa suono e il suono entra nelle nostre orecchie generando vibrazioni di senso\, immaginazione e pensiero.\nIl dialogo fra traduttore e attori\, nella fase di studio del testo\, è stato fondamentale per scoprire le differenze culturali dell’utilizzo della lingua e dei modi di dire nel contesto culturale di origine contestualizzata in un periodo storico e a un contesto sociale e politico.\nAntonio Syxty \nLa scenografia di Guido Buganza e i costumi di Valentina Volpi\nIl gioco dell’amore e del caso di Marivaux è per me principalmente un meccanismo. Avevo affrontato questo testo nel 1998 e poi in un riallestimento nel 2001. Non è un testo molto rappresentato in Italia. La tradizione teatrale del nostro paese apprezza molto Moliere. In Francia è invece un grande classico e sicuramente i francesi lo rappresentano in modi e modalità che sono aderenti alla loro cultura e lingua.\nA distanza di molti anni il mio incantamento nei confronti di questo testo risiede ancora nel comportamento del ruolo che decidiamo di giocare (di mettere in atto) in un contesto sociale\, politico\, sentimentale.\nIl gioco del ruolo – inscritto nel nostro presente – è cosa ben nota\, anche se il teatro lo pratica concettualmente e di fatto da molto prima che i vari dispositivi di comunicazione digitale abbiano messo in atto la modalità del fake.\nCiò che sembra non è\, e viceversa\, ma quando ci sono di mezzo i sentimenti e la vita la faccenda si fa più complicata. Perché non possiamo uscire dai ruoli che ci siamo definiti o che abbiamo assunto per mascherare il vero? Quando mascheriamo il vero che cosa è vero di ciò che scegliamo di comunicare? E se quando usciamo dal “ruolo vero” per entrare in altri ruoli che non sono tali complicassimo a noi e agli altri la percezione del reale? Per questi e altri pensieri ho chiesto a Guido Buganza una sorta di limbo visivo spirituale e minimal\, in cui poter far convergere comportamenti e modalità di spazio e movimento che diano la sensazione di essere all’interno di una “bolla trasparente” e apparentemente senza confini e invisibile. Quindi il lavoro si è basato su una forma di astrazione che non vuole citare iconicamente alcun fregio consolatorio e di stile relativo al periodo storico.\nSospensione e non neutralità\, però.\nHo avvertito anche la necessità di un’intrusione visiva che facesse risultare lo spazio della scena quasi una forma di installazione\, che per certi aspetti potremmo avvicinare alle nuvole di Berndnaut Smilde\, anche se nel nostro caso al posto della nuvola c’è un primate della famiglia degli ominidi\, un gorilla.\nFin dall’antichità i primati hanno incuriosito e inquietato per la loro somiglianza\, diventando\, a seconda dei casi\, un termine di paragone buffo o imbarazzante. Se il Medioevo ne fece un’allegoria del vizio\, mentre il Rinascimento ne colse soprattutto l’aspetto grottesco\, nell’età classica e nel secolo dei Lumi la scimmia divenne oggetto e spunto di riflessioni filosofiche\, in particolare intorno al rapporto uomo/natura\, in un periodo in cui la visione fondata sui dogmi cristiani cominciava a essere messa in discussione.\nIl “nostro” gorilla è colorato e monocromo (simile a un’icona wharoliana) \, dipinto alla stregua dei modi della street-art\, ma indossa anche lui una maschera a voler emulare gli umani nei loro bizzarri travestimenti e traccheggiamenti. La nostra forma-sembiante-simulacro pende dall’alto e sovrasta la bolla abitandola e assurgendo a deus-ex-machina della vicenda.\nAnche nei costumi chiesti a Valentina Volpi l’intento è quello di sovrastare la citazione di abiti del 1700\, ingabbiandoli in un segno che possa anch’esso installarsi nel dispositivo scenico e dei comportamenti interpretativi. Anche per accessori e copricapi l’intento è quello truccare (falsificare?) l’iconografia in modo da creare delle interferenze o glitch di percezione (quasi un errore non prevedibile)\, in realtà voluto e ricercato. \nConsiderazioni in conclusione\nI segni\, nel teatro della messa in scena\, sono congruenti o congruenti a seconda di come li vogliamo disporre e combinare. Allo stesso modo anche l’interpretazione si combina in un dispositivo atto a mettere il vero nel falso e viceversa\, senza pretese psicologiche “moderne”.\nIn fondo Marivaux si diverte con il personaggio di Orgone\, padre di Silvia (e al pari del suo omologo: il padre di Dorante) a orchestrare l’architettura della finzione dichiarandola apertamente allo spettatore già all’inizio della pièce.\nL’arte combinatoria è quella che può far coincidere la trama del disegno o anche di fuorviarla per crearne uno analogo\, ma non identico\, quindi possibile anch’esso. Lo spostamento degli equilibri e delle combinazioni dei segni sono per me (e lo sono sempre stati) pattern mentali\, visivi e emotivi in grado di riattivare la circolazione del sangue e del pensiero\, in continue derive di senso e di significato.\nMarivaux\, in questo\, è un tavolo da gioco ideale\, per lanciare il coup de dés che n’abolira jamais le hasard per dirla con Mallarmé.\nAntonio Syxty \nTeatro Litta\nlunedì/sabato ore 20.30\nintero € 30\,00 – convenzioni € 24\,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 24\,00 – Under 30 e Over 65 € 17\,00 – Università € 17\,00 – scuole di Teatro € 19\,00 – scuole civiche Fondazione Milano\, Piccolo Teatro\, La Scala e Filodrammatici € 11\,00 – Scuole MTM € 10\,00 – ridotto DVA € 15\,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO \nInvito a Teatro – Manifatture Teatrali Milanesi \nInfo e prenotazioni biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45\nScarica l’App di MTM Teatro e acquista con un clic \nBiglietti sono acquistabili sul sito www.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita vivaticket.it.\nI biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
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SUMMARY:NUOVA BALERA PIZZIGONI
DESCRIPTION:Foto di scena: Nuova Balera Pizzigoni © Laila Pozzo\nIl debutto al teatro Menotti di uno spettacolo in cui il ballo diventa metafora della vita \nPrima Nazionale \nProduzione: Tieffe Teatro Milano/Artemis Danza\nScritto e diretto da Emilio Russo \nCon:\nAttori Lucia Vasini\, Enrico Ballardini\, Lisa Galantini\, Alessandro Sampaoli\, Emilia Scatigno\nDanzatorii di Artemis Danza Michelle Atoe\, Arianna Cunsolo\, Mattia Molini\, Christian Pellino\nMusicisti Alessandro Centolanza (voce e chitarra)\, Daniele Di Marco (fisarmonica)\, Gianmarco Straniero (contrabbasso)\nCoreografie Monica Casadei\nCostumi Pamela Aicardi\nAssistente regia Chiara Callegari\nspettacolo sostenuto da NEXT- Laboratorio delle Idee edizione 2023 \nDal 13 al 22 giugno\, in scena in Prima Nazionale al Teatro Menotti\, “Nuova Balera Pizzigoni“\, uno spettacolo che racconta il fascino della balera\, un luogo in cui il tempo sembra sospeso e le emozioni si intrecciano attraverso danze\, canti e amori. La balera\, simile a un teatro con i suoi riti codificati\, diventa spazio di confessioni silenziose per i suoi ballerini e avventori\, rivelando storie antiche e nuove.\nLa gestione della balera è affidata alla famiglia allargata dei Pizzigoni. Nonostante i rapporti conflittuali e le ostilità tipiche di ogni famiglia\, i Pizzigoni riescono a creare una propria armonia\, trasformando il locale da ballo in un rifugio di sogni e passioni.\nLa Balera Pizzigoni nasce negli anni ’40 e la storia che raccontiamo si svolge durante la grande nevicata di Milano del 1985. In quella notte di neve\, quando tutto sembrava fermo\, qualcuno ha varcato inaspettatamente le sue porte\, deciso a ballare nonostante le difficoltà. Le musiche che risuonano in questo luogo incantato sono internazionali e mai banali: dalla Mazurka di Nino Rota al Tango della Gelosia\, fino a Tutti i Frutti di Little Richard.\nIn scena cinque attori: Lucia Vasini\, Enrico Ballardini\, Lisa Galantini\, Alessandro Sampaoli\, ed Emilia Scatigno; quattro danzatori: Michelle Atoe\, Arianna Cunsolo\, Mattia Molini\, Christian Pellino; e tre musicisti: Alessandro Centolanza (voce e chitarra)\, Daniele Di Marco (fisarmonica) e Gianmarco Straniero (contrabbasso). \nNOTE DI REGIA:\n«Nuova Balera Pizzigoni\, liberamente ispirata da “Ballando Ballando” di Ettore Scola e dalle storie di ballerini e balere\, si danza e si racconta di quella vita sospesa tra la pedana e i tavolini\, di quel breve istante che precede il “Sì\, grazie”\, degli abbracci sconosciuti\, perduti o ritrovati\, dei passi incerti che avanzano verso la pista e che\, come per magia\, diventano leggeri al ritmo della musica\, il cui battito risuona come quello del nostro cuore.\nLo spettacolo celebra l’umanità\, l’amore e la musica\, offrendo un viaggio emozionante tra passato e presente\, dove ogni passo di danza racconta una storia e ogni nota musicale evoca ricordi indimenticabili.\nIl ballo\, con i suoi luoghi e riti\, si trasforma in una potente metafora delle esistenze umane. Entrare in una sala da ballo significa esibirsi\, confrontarsi\, lottare con sé stessi e con gli altri\, cercando di mostrare il meglio di sé senza rivelare troppo. Come nella vita reale\, ciò che conta è mantenere un certo mistero\, senza svelare tutto.\nBalera Pizzigoni è un luogo che rimane sé stesso nei decenni del nostro racconto\, pur cambiando abitudini e attitudini\, pur conoscendo le gioie e i dolori\, le piccole vittorie e le grandi sconfitte\, continua ad aprire il sabato sera per accogliere solitudini\, desideri\, sogni e passioni\, le poche parole cancellate dalla musica\, i pensieri di case lontane\, amori perduti\, tenerezza ritrovata\, quotidianità opache e vite scintillanti.\nBalera Pizzigoni è anche un teatro trasformato in grande pista da ballo o\, se volete\, un grande circo al confine del tempo\, tra leggerezza\, divertimento\, sorprese\, emozioni e qualche malinconia\, così come è la vita\, provando a togliere filtri e barriere tra attori\, ballerini\, musicisti e il pubblico». \nEmilio Russo \nPREZZI: \n\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita\nLink d’acquisto\n\nTEATRO MENOTTI:\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA:\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online con carta di credito su www.teatromenotti.org \nORARI SPETTACOLI:\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:HANK al secolo Henry Charles Bukowski
DESCRIPTION:Foto: Hank © Alle Bonicalzi\nDal 4 giugno con Riccardo Magherini al PACTA Salone \nChiude la sezione New classic e la stagione\, un altro momento dedicato alla poesia\, HANK al secolo Henry Charles Bukowski dal 4 al 12 giugno\, una produzione PACTA . dei Teatri in prima assoluta con Riccardo Magherini\, Nicola Maria Lanni e Lele Palimento: un omaggio a un poeta del novecento che ha reso la poesia e la prosa quasi indistinguibili. \nHank per gli amici\, Charles Bukowski per la storia. \nHank è come guardare dal finestrino del treno che viaggia\, pigro\, tra l’umanità. Si vedono uomini e donne attraverso lo sguardo crudele e disincantato di un bambino. Si viene trasportati da quell’umorismo schietto e irriverente\, che ci spinge a specchiarci e a ridere di noi stessi. Hank è un incontro tra la parola e la musica. Hank è un po’ un reading\, come spesso faceva lui stesso\, un po’ è un singing\, un po’ è anche storytelling. \n«HANK – racconta Riccardo Magherini\, attore e regista – vuole essere un tributo a un poeta del novecento che ha reso la poesia e la prosa quasi indistinguibili – si può scrivere poesia come si scrive una lettera e una poesia e può perfino essere divertente\, aveva detto – due facce di una stessa moneta. HANK è un viaggio tra le righe di quegli innumerevoli versi\, racconti\, romanzi. Un ginepraio dove ci si perde: ha scritto così tanto che\, dopo la sua dipartita\, hanno continuato ad apparire inediti\, per un bel pezzo\, venuti fuori da scatoloni rimasti in un angolo. Non si trattava di scarti\, anzi\, spediva troppo e gli editori che non avevano spazio sufficiente per pubblicare tutto – men che meno conservare scatole e scatole – rispedivano indietro. HANK è un incontro tra la parola e la musica: molto di quello che ha scritto\, sembra quasi portare con sé ritmi\, sonorità\, colori inconfondibili. Ascoltando bene\, viene quasi naturale inventare una canzone\, comporre un pezzo. Charles Bukowski è una mia\, una nostra\, vecchia frequentazione. Mia\, di Nicola Maria Lanni e di Lele Palimento\, che sono tornati a farsi ispirare e a comporre e a suonare e cantare\, in scena\, con me». \nPACTA Salone \nDal 4 al 12 giugno\nprima assoluta \nHANK\nal secolo Henry Charles Bukowski\ncon Riccardo Magherini\, Nicola Maria Lanni e Lele Palimento\nregia Riccardo Magherini\ntraduzione Simona Viciani\nmusiche originali eseguite dal vivo Lele Palimento\, Nicola Maria Lanni\nassistenti alla regia Bianca Tortato e Stefano Tirantello\ncostumi e spazio scenico Nello Rickibilli\nluci Manfredi Michelazzi (AILD)\nfoto Alle Bonicalzi\nproduzione PACTA . dei Teatri \nInvito a teatro\nDurata 75’ \nIl 31 maggio presso l’Après-coup alle ore 21.30 lo spettacolo avrà una ouverture: UNA NOTTE CON HANK. \nI suoi amici\, in attesa di andare in scena al PACTA Salone si ritroveranno insieme alla traduttrice ufficiale dell’opera dello scrittore in Italia\, Simona Viciani\, per condividere con il pubblico una serata emozionante\, vera\, fatta di ricordi intimi\, inediti\, lettere\, poesie\, musica\, per celebrare e ricordare una delle voci più importanti della poesia e della scrittura del ‘900…e un amico. \nE\, dalle 18.00 alle 20.00\, nella libreria accanto\, La Scatola Lilla di Cristina di Canio\, saranno a disposizione le ultime pubblicazioni di Bukowski: sconti per cui acquisterà uno o più libri e si godrà un aperitivo o la cena prima dello spettacolo. \nAprès-coup | via Privata della Braida 5 | Milano\nIl 31 maggio 2024 – h. 21.30 \nOUVERTURE \nUNA NOTTE CON HANK\na cura di e con Simona Viciani e Riccardo Magherini\nmusica dal vivo di Nico Lanni e Lele Palimento\nintroduce la serata Maria Eugenia d’Aquino \nINFORMAZIONI GENERALI \n\nPer HANK al secolo Henry Charles Bukowski\n\nDal 4 al 12 giugno al PACTA Salone \nDove si trova il teatro: PACTA SALONE via Ulisse Dini 7\, 20142 Milano\nMM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa\, tram 3 e 15\, autobus 65\, 79 e 230 \nPer informazioni: www.pacta.org – tel. 0236503740 – ma biglietteria@pacta.org – promozione@pacta.org – ufficioscuole@pacta.org \nOrari spettacoli: da martedì a sabato ore 20.45 | domenica ore 17.30 – lunedì riposo – VERIFICARE SUL SITO GLI ORARI \nOrari biglietteria: via Ulisse Dini 7\, 20142 Milano\ndal lun al ven dalle ore 16.00 alle ore 19.00 | nei giorni di programmazione\, 1h prima dell’inizio dello spettacolo \nAcquisto biglietti: www.pacta.org e Circuito Vivaticket (online\, telefonicamente e nelle prevendite fisiche) 25% di sconto per chi acquista online\nPrezzi biglietti: Intero €24 | Rid. Convenzioni\, CRAL e gruppi (min. 10 persone) €16 | Under 25/over 60 €12 | gruppi scuola €9\nCONVENZIONE con E-VAI car sharing per favorire la mobilità sostenibile 50% di sconto sul biglietto intero di ingresso a tutti gli utenti E-VAI car sharing che utilizzeranno le auto del gruppo per raggiungere il teatro. \n\nPer UNA NOTTE CON HANK\, \nIl 31 maggio 2024 – h. 21.30\nall’Après-coup | via Privata della Braida 5 | Milano\nINGRESSO LIBERO con consumazione obbligatoria fino a esaurimento posti.\nINFO e prenotazioni: proscenio@apres-coup.it | 02 38243105
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SUMMARY:CRISI DI NERVI - Tre atti unici di Anton Čechov
DESCRIPTION:Foto di scena: Crisi di nervi – Regia di Peter Stein – Il cast © Tommaso Le Pera\n23 maggio | 9 giugno  \nCRISI DI NERVI. TRE ATTI UNICI DI ANTON ČECHOV \nPETER STEIN \nPrima milanese \nProduzione Tieffe Teatro Milano e Teatro Biondo Palermo\nRegia Peter Stein\nAdattamento di Peter Stein e Carlo Bellamio \nL’orso con Maddalena Crippa\, Alessandro Sampaoli\, Sergio Basile\nI danni del tabacco con Gianluigi Fogacci\nLa domanda di matrimonio con Alessandro Averone\, Sergio Basile\, Emilia Scatigno \nAssistente alla regia Carlo Bellamio\nScene Ferdinand Woegerbauer\nCostumi Anna Maria Heinreich\nLuci Andrea Violato \nDurata 90 minuti  \nDopo il successo de IL COMPLEANNO di Harold Pinter nella passata stagione\, il grande regista tedesco Peter Stein dirige una straordinaria compagnia mettendo in scena CRISI DI NERVI. Tre atti unici di Anton Čechov\, che ha debuttato in Prima Nazionale lo scorso 10 maggio al Teatro Biondo di Palermo e sarà in scena al Menotti dal 23 maggio al 9 giugno.\nStein ritorna ad uno dei suoi autori di riferimento creando una non consueta modalità produttiva artistica attorno ad un gruppo di attori e collaboratori\, per una continuità creativa collettiva di notevole spessore. Stein ha scelto L’ORSO\, I DANNI DEL TABACCO\, LA DOMANDA DI MATRIMONIO e per l’interpretazione MADDALENA CRIPPA\, ALESSANDRO AVERONE\, GIANLUIGI FOGACCI\, ALESSANDRO SAMPAOLI\, EMILIA SCATIGNO e SERGIO BASILE che si alterneranno nelle varie pièce\, che lo stesso Čechov non ancora trentenne definiva “scherzi scenici”: sono i drammi più piccoli del mondo… in generale\, è molto meglio scrivere cose piccole che grandi: poche pretese e successo assicurato. Cos’altro? In realtà gli atti unici del grande autore russo sono stati rappresentati in tutto il mondo. Scritti tra il 1884 e il 1891 e ispirati alla commedia francese e al genere del vaudeville\, molto alla moda in Francia ai tempi di Čechov\, sono stati fonte di ispirazione e di studio per gli attori e gli scrittori di teatro e divertimento per intere generazioni di spettatori di tutte le lingue. \nNote di Regia\nDopo l’insuccesso delle sue prime due opere\, il giovane Čechov giurò di non scrivere mai più per il teatro drammatico e decise di dedicarsi esclusivamente ai vaudeville. Questa circostanza ci ha regalato una serie di atti unici\, pieni di sarcasmo\, di comicità paradossale\, di stravagante assurdità e di folle crudeltà\, e che a loro volta sono diventati il terreno fertile per l’esperienza e la preparazione delle grandi opere della maturità dell’autore.\nNelle tre opere esemplari che presentiamo\, i personaggi di volta in volta si fanno prendere da crisi di nervi\, si ammalano\, sono preda di attacchi isterici o litigano in continuazione fra loro.\nNe L’Orso il protagonista quasi muore dalla rabbia\, per un debito che non gli viene rimborsato da parte di una donna\, che lui arriva a sfidare a duello\, per finire in ginocchio a chiederle di diventare sua moglie.\nNe I Danni del Tabacco un presunto oratore deve tenere una conferenza sugli effetti negativi del tabacco\, ma\, tra starnuti e attacchi d’asma\, confessa in realtà di voler mettere fine alla vita disastrosa che conduce come marito della propria moglie.\nNe La Domanda di Matrimonio il futuro sposo\, per timidezza e altre difficoltà fisiche\, non riesce a porre alla futura sposa la fatidica domanda\, e anzi si mette a litigare con lei\, che a sua volta gli ribatte a muso duro ed è preda di un attacco isterico quando lui cade svenuto per ipocondria.\nL’estrema comicità\, l’esasperazione e gli eccessi di crudeltà utilizzati dall’autore\, possono funzionare soltanto se accompagnati da un sottofondo realistico e psicologicamente giustificato. Comunque si tratta pur sempre di opere di Čechov. Sono questi i presupposti su cui gli attori hanno dovuto lavorare. Speriamo di averlo fatto con successo.\nPeter Stein \nBIGLIETTERIA: \nPREZZI \n\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita\nLink d’acquisto\n\nTEATRO MENOTTI\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online con carta di credito \nORARI SPETTACOLI\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:IL TEMPO ATTORNO di Giuliano Scarpinato
DESCRIPTION:Foto di scena: Il tempo attorno© 2023 Rosellina Garbo\nPrima Milanese \nProduzione Teatro Biondo di Palermo\nIdeazione\, regia e drammaturgia Giuliano Scarpinato\nSupervisione del testo Lucia Calamaro\nCon Roberta Caronia (Paola Randazzo\, magistrato)\, Giandomenico Cupaiuolo (Michele Vetrano\, magistrato)\, Emanuele Del Castillo (il figlio Benedetto)\, Alessio Barone (Liborio Mansueto\, agente della scorta)\, Gaetano Migliaccio (Diego De Piccolo\, agente della scorta)\nScene Diana Ciufo\nCostumi Dora Argento\nSuono e luci Giacomo Agnifili\nAssistente alla regia Adele di Bella\nDirettore di scena Sergio Beghi \ndurata 1 ora e 20 minuti \n Il Tempo Attorno\, spettacolo scritto da Giuliano Scarpinato che si incentra sulla lotta alla mafia raccontata dal figlio di due magistrati\, sarà al Menotti in Prima Milanese dal 14 al 19 maggio.\nTroppe volte in quel flusso caotico\, magmatico che chiamiamo vita\, ci accade di dimenticare che al di là del nostro essere individui\, persone dedite al lavoro\, alla realizzazione dei propri desideri\, a passioni e relazioni\, siamo frutto di una Storia\, quella con la S maiuscola\, che ci precede\, ci contiene\, avanza dopo di noi. Il tempo attorno è il racconto di cinque vite che quella Storia non hanno mai potuto ignorarla: ne sono state investite\, travolte\, come da un gigantesco masso che rotoli giù da un monte la cui cima si perde a vista d’occhio. \nNel cono d’ombra che dagli anni 80 della seconda guerra di mafia si allarga fino al processo Andreotti\, si dipana la vicenda familiare di una coppia di magistrati antimafia\, Michele Vetrano e Paola Randazzo\, un figlio\, Benedetto\, costretto a crescere troppo in fretta\, due agenti della scorta\, De Piccolo e Mansueto\, che li affiancano costantemente. Gli accadimenti si succedono a un ritmo innaturale\, come se qualcuno avesse impresso una velocità doppia alla moviola dei giorni: le stragi Falcone e Borsellino\, l’omicidio del piccolo Di Matteo\, il “processo del secolo” a carico dell’uomo più potente d’Italia\, Giulio Andreotti… Tutto questo entra prepotentemente nella casa di Benedetto\, che vede volar via l’amore dei suoi genitori\, l’innocenza dell’infanzia e ogni certezza\, a partire da quella della vita stessa. \nIl tempo attorno\, ispirato al vissuto reale di Giuliano Scarpinato\, dei suoi genitori Roberto Scarpinato e Teresa Principato\, magistrati antimafia\, e degli agenti della scorta che li hanno affiancati per anni\, è un viaggio nella memoria\, uno scandaglio lanciato nelle acque mosse del passato per riportare a galla la perla rara di un senso\, di una ragione che tenga tutto insieme. Accade di chiedersi\, dopo lunghi anni di rabbia\, risentimento e\, certo\, amore\, mescolati insieme: “Ne sarà valsa la pena?” Attraverso il Teatro\, luogo eletto della catarsi\, Giuliano Scarpinato apre al pubblico questa domanda. Perché le ferite di una famiglia e quelle di un paese\, riaperte con grazia e coraggio\, possano diventare occhi vigili sul presente e sul futuro. \n\nPREZZI \n\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita\nLink d’acquisto\n\nTEATRO MENOTTI\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online con carta di credito \nORARI SPETTACOLI\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:IL MERCANTE DI VENEZIA di William Shakespeare
DESCRIPTION:Foto di scena: Il mercante di Venezia © Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia\nTeatro Stabile del Friuli Venezia Giulia\, Centro Teatrale Bresciano e Teatro de Gli Incamminati\npresentano: \nDal 7 al 19 maggio 2024\nferiali ore 20\,45 – domenica ore 15\,30\nsabato 18 maggio ore 15\,30 e 20\,45 \nIL MERCANTE DI VENEZIA\ndi William Shakespeare\ntraduzione Masolino D’Amico \ncon FRANCO BRANCIAROLI\nPIERGIORGIO FASOLO\ne  (in ordine di apparizione)\nEmanuele Fortunati\, Riccardo Maranzana\, Stefano Scandaletti\, Lorenzo Guadalupi\,\nGiulio Cancelli\, Valentina Violo\, Mauro Malinverno\, Mersila Sokoli\, Veronica Dariol \nregia e adattamento di PAOLO VALERIO\nscene di Marta Crisolini Malatesta\ncostumi di Stefano Nicolao\nluci di Gigi Saccomandi\nmusiche Antonio Di Pofi\nmovimenti di scena Monica Codena\nSi ringrazia per la collaborazione Laura Pelaschiar dell’Università degli Studi di Trieste \nCon i suoi potenti temi universali “Il mercante di Venezia” di William Shakespeare – rappresentato per la prima volta a Londra nel 1598 – pone al pubblico contemporaneo questioni di assoluta necessità: scontri etici\, rapporti sociali e interreligiosi mai pacificati\, l’amore\, l’odio\, il valore dell’amicizia e della lealtà\, l’avidità e il ruolo del denaro.\nÈ un testo fondamentale che il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia assieme al Centro Teatrale Bresciano e al Teatro de Gli Incamminati producono in un nuovo\, raffinato allestimento firmato da Paolo Valerio: lo interpreta una notevole compagnia d’attori capeggiata da Franco Branciaroli\, che offrirà una prova magistrale nel ruolo di Shylock\, figura sfaccettata\, misteriosa\, crudele nella sua sete di vendetta\, ma che spiazza gli spettatori suscitando anche la loro compassione.\nA lui\, ebreo\, usuraio\, si rivolge Antonio\, ricco mercante veneziano\, che pur avendo impegnato i suoi beni in traffici rischiosi non esita a farsi garante per l’amico Bassanio che ha bisogno di tremila ducati per armare una nave e raggiungere Belmonte\, dove spera di cambiare il proprio destino. Shylock che ha livore verso i gentili e sete di vendetta per il disprezzo che gli mostrano\, impone una spietata obbligazione. Se la somma non sarà restituita\, egli pretenderà una libbra della carne di Antonio\, tagliata vicino al cuore.\nParallelamente allo scellerato patto che Antonio sottoscrive\, evolvono altre linee del plot creando un’architettura drammaturgica di simmetrie e specularità dense di senso.\nC’è la dimensione di Belmonte\, una sorta di Arcadia dove la nobile Porzia\, obbedendo al volere del padre\, si concederà in sposa solo al pretendente che risolverà un enigma scegliendo quello giusto fra tre scrigni: a ciò ambisce Bassanio che vince optando per lo scrigno più povero. Specularmente agisce Jessica\, bellissima figlia di Shylock\, che invece tradendo le aspirazioni paterne\, si unisce a un cristiano e fugge rubando un anello appartenuto alla madre. E se Porzia e Bassanio declinano il loro amore in modo “alto” più popolare ma simmetrico appare il rapporto fra l’amico di lui – Graziano – e Nerissa\, fidata cameriera di Porzia.\nSarà l’intelligentissima dama “en travesti” ad intervenire come avvocato in difesa di Antonio\, quando questi – perdute le sue navi – si troverà nella drammatica condizione di pagare la cruenta obbligazione a Shylock. Con argute argomentazioni salverà la vita ad Antonio\, punirà la furia vendicativa dell’usuraio\, assicurerà sostanze e futuro a Jessica riuscendo anche a rimproverare al marito Bassanio la sua scarsa costanza. Un mondo mutevole e vibrante di personaggi che incarnano inquietudini\, chiaroscuri e complessità di modernità assoluta.\nPiermario Vescovo in “Una lettura di “The Merchant of Venice” a partire dalla sua fonte” evidenzia infatti «Basta (…) una minima porzione dell’intera estensione di questi motivi nel testo\, per capire che Bassanio è la realizzazione del desiderio di ‘nobiltà’ di Antonio (ivi compreso il suo dispendio di rappresentanza) e che Antonio trova a propria volta – dall’incomprensibile «sadness»\, né mercantile né amorosa\, che lo distanzia dall’interesse all’offerta della sua carne degna dell’antica virtù romana – un percorso di elevazione. Tant’è che l’Antonio che sputa sulla barba e sulla veste di Shylock e che si dichiara di volerlo fare anche dopo il prestito è certo diverso dall’Antonio patiens incarcerato e che attende la sentenza\, forse più eroe romano che martire cristiano.\nIl giovinotto\, ‘soldato’ e ‘umanista’ che si accompagnava al Marchese di Monferrato\, ha dunque studiato e si comporta da nobile e lo diventerà sposando Portia\, appunto non per un calcolo venale che lo salvi dalla rovina o che gli permetta ancora di scialacquare\, ma per una relazione che si spiega solo in termini simbolici. Per sposare Portia bisogna\, infatti\, essere degni di lei\, avere ‘cuor gentile’\, il che significa – nel percorso escogitato dal fu signore di Belmonte – essere capaci di preferire ciò che apparentemente non ha valore (il piombo) all’oro e all’argento: saper trovare il vero tesoro non facendosi ingannare dalle apparenze e soprattutto dai motti depistanti degli scrigni\, che\, come in un’‘impresa’\, accompagnano un’immagine (l’oro\, l’argento\, il piombo)\, con la caratteristica che i motti sono qui arguti e non didascalici\, e quindi ‘traditori’. Chi spreca il denaro o non se ne cura si mostra più adatto di chi lo accumula o saggiamente lo investe dell’impresa: questa la differenza capitale tra Bassanio\, Shylock ed Antonio». \nNota di regia\n“For Sport”\, per sport.\nShylock dice così\, nel momento cruciale del primo atto del “Mercante di Venezia”\, rivolgendosi ad Antonio: “(…) firmatemi il vostro contratto\, con la clausola (è solo per sport) che se non mi rimborsate nel tale giorno e nel tale luogo la tale somma\, la penale sarà stabilita in una libbra precisa della vostra bianca carne (…)”\nQuindi è un gioco\, uno scherzo\, una bagatella…\nTutta questa storia di una libbra di carne è solo il divertimento di un ricco ebreo che vuole farsi beffa di un mercante tanto arrogante quanto malinconico.\n«Bisognerebbe essere ciechi\, sordi e ottusi – scrive il grande critico letterario Harold Bloom – per non accorgersi che la grandiosa ed equivoca commedia shakespeariana “Il mercante di Venezia” è un’opera profondamente antisemita». Uno scherzo…\nDietro a questo “sport”\, a questa ignobile beffa\, c’è una storia di vendetta\, di denaro\, di tradimenti\, di emarginazione. E carne e sangue: Shylock ne è ossessionato.\nC’è sempre qualcosa di potentemente fisico a caratterizzare la figura di Shylock: un forte rapporto con la materia\, con il corpo\, con ciò che è divorabile… “sazierò l’antico rancore” è una delle prime asserzioni dell’ebreo. Un verbo non scelto a caso\, in una battuta che pone subito in luce il tema fondante della vendetta contro una società che esclude chi le è estraneo.\n«Sono infatti odio e spirito di vendetta – per gli sputi subiti\, per gli insulti di Antonio che lo paragona a un cane rabbioso\, per il suo opporsi all’usura – a suggerire a Shylock la crudele obbligazione per il prestito al mercante\, la famosa libbra di carne: “Lui odia il nostro sacro popolo e inveisce contro di noi e io odio lui perché è un cristiano” dice infatti l’ebreo\, dichiarando chiaramente lo scenario di un’aperta lotta fra religioni\, fra culture.\nDi contro\, ogni battuta di Antonio adduce ad una vocazione al martirio. Nell’iconografia dello spettacolo abbiamo accolto quest’ispirazione ed Antonio durante il processo appare in effetti “crocifisso”\, a petto nudo e braccia aperte\, in attesa della lama di Shylock.\nAppena l’intervento del giovane avvocato salva la vita di Antonio e condanna Shylock\, il mercante però rovescia la violenza dell’ebreo in una violenza altrettanto brutale chiedendo per lui la forzata conversione al cristianesimo. Da una parte\, allora\, c’è il cruento cannibalismo di Shylock\, e dall’altra\, apparentemente\, un martire cristiano: però questo cristiano\, appena scende dalla sua croce\, come prima azione obbliga l’ebreo alla conversione\, imponendogli di fatto il corpo di Cristo.\nNulla obbliga Antonio a questa scelta: è la sua volontà\, la sua richiesta al Doge\, una richiesta di terribile violenza.\nMa nell’immaginario degli spettatori è la “libbra di carne” a rimanere impressa\, e scivola via invece l’inumana scelta del mercante\, fino ad allora tratteggiato come un uomo libero\, più o meno illuminato\, generoso… E che invece rivela un lato vendicativo\, un atteggiamento impositivo che rimanda piuttosto all’oscurantismo dell’inquisizione.\nShylock\, davanti ad un simile atto\, avrebbe potuto a propria volta immolarsi\, dire “no\, uccidetemi”. Invece per sopravvivere dice “accetto”: questa è la sua vera sconfitta. Rimane un escluso\, un violento e diviene un perdente\, privato non solo della sua orribile obbligazione\, e del denaro\, ma soprattutto della sua dignità.\nShakespeare lo lascia così: lo fa uscire di scena “sottovoce” nel quarto atto\, dedicando il quinto alla dimensione dell’incanto e del divertimento di Belmonte\, alla celebrazione di un universo femminile\, luminoso\, intuitivo e salvifico\, come spesso è nella sua drammaturgia.\nMa la figura dell’ebreo e la sua dialettica con il mercante\, sono così centrali\, così potenti e universali\, che abbiamo scelto di evidenziarlo\, aprendo e chiudendo il nostro spettacolo con un’apparizione di Shylock\, che nell’ultima scena vive davanti ai nostri occhi la brutalità di una conversione imposta. \nInterpreti e personaggi: \nFranco Branciaroli      –           Shylock \nPiergiorgio Fasolo       –           Antonio \nRiccardo Maranzana –           Salerio / Doge \nEmanuele Fortunati    –           Solanio / Principe di Marocco \nStefano Scandaletti    –           Bassanio \nLorenzo Guadalupi     –           Lorenzo \nGiulio Cancelli            –           Graziano / Principe di Aragona \nValentina Violo           –           Porzia \nMersila Sokoli             –           Nerissa \nMauro Malinverno     –           Lancillotto / Tubal \nVeronica Dariol           –           Jessica \nBIGLIETTI\nPrestige € 36\,50 – Poltronissima € 33\,00 – Poltrona € 25\,00 – Poltronissima under 26 anni € 16\,00 \nPer acquisto:\nbiglietteria del Teatro\nonline https://www.teatromanzoni.it/acquista-online/?event=957218\ntelefonicamente 027636901\ncircuito Ticketone
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SUMMARY:4:48 PSYCHOSIS  di Sarah Kane
DESCRIPTION:Foto di scena: 4:48 Psychosis – Elena Arvigo © Pino Le Pera\nDal 3 al 5 maggio 2024 \ntraduzione Barbara Nativi\nregia Valentina Calvani\ncon Elena Arvigo\nscene\, costumi e luci Valentina Calvani e Elena Arvigo\nmusiche originali Susanna Stivali\nfoto Pino Le Pera \nproduzione Teatro Out Off e Compagnia Elena Arvigo \n«Io credo che la gente possa cambiare\, credo che sia possibile per noi\, come specie\, cambiare il nostro futuro. Ed è per questo che scrivo quello che scrivo».\n«Mi diceva che il suo scrivere feroce aveva lo scopo di denunciare al mondo quanta ferocia c’è nel mondo».\n(estratti intervista a Sarah Kane di Rodolfo di Giammarco) \nRecensione di Claudio Elli del 4 luglio 2014 \nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano\nuffici via Principe Eugenio 22\ntelefono  02 34532140\ninfo@teatrooutoff.it – www.teatrooutoff.it \n \nA venticinque anni dalla scomparsa di Sarah Kane\, la discussa drammaturga britannica\, figura determinante del cosiddetto in-yer-face theatre\, il Teatro Out Off\, per celebrare il valore della sua opera nel teatro non solo europeo\, propone al pubblico milanese lo spettacolo 4:48 Psychosis.\nTre saranno le repliche per lo spettacolo più rappresentativo della poetica dissacrante di Sarah Kane. In scena dal 3 al 5 maggio 2024\, 4:48 Psychosis è l’ultimo testo scritto dall’autrice e tradotto da Barbara Nativi\, Premio Ubu 2002 proprio per traduzione e messa in scena di Sarah Kane.\nDiretto da Valentina Calvani\, 4:48 Psychosis\, spettacolo che ha ottenuto numerosi e straordinari consensi dalla critica\, è una partitura lirica\, una sinfonia sull’amore e sull’assenza di amore attraversato in versione integrale da Elena Arvigo che dà voce e corpo ad uno dei testi più controversi\, assoluti e intimi del teatro contemporaneo mondiale. \n4:48 Psychosis non aderisce alla forma teatrale convenzionale. La parola della Kane\, autrice rivoluzionaria è flusso di pensiero: 24 quadri in cui non ci sono indicazioni per la messa in scena né temporali né psicologiche. 4:48 Psychosis descrive il luogo senza confini\, senza le barriere che dividono la realtà dall’immaginazione. 4:48 Psychosis racconta la fragilità dell’amore\, la ribellione dall’ordine costituito\, la tenacia di fronte all’irrinunciabilità della speranza sentimentale. 4:48 Psychosis non è dunque l’ultima lettera di un suicida ma una preghiera\, una richiesta di ascolto e di amore. 4:48 Psychosis perché viviamo in una società sorda\, anestetizzata in cui non c’è spazio per emozioni così estreme\, forti\, devastanti. Una società che si ostina a “voler curare”\, invece che “prendersi cura”. C’è bisogno di un teatro che risvegli “nervi e cuori” e 4:48 Psychosis porta alla luce il desiderio di speranza celato nel disagio\, offrendo al pubblico l’opportunità di riscoprire il senso di compassione e umanità affinché la speranza diventi una possibilità mai più tradita. Questa lettura di 4.48 Psychosis non vuole essere uno spettacolo sulla follia ma uno spettacolo luminoso\, un inno alla vita\, nonostante la consapevolezza del suo essere effimera e sfuggevole riscoprendo così il senso vitale che abita ogni stato di dolore.\nLo spettacolo è stato scelto nel 2019 come unica rappresentazione teatrale all’interno della rassegna “I’m much fucking angrier than you think. Il teatro di Sarah Kane vent’anni dopo” convegno organizzato dal Teatro Mercadante di Napoli in collaborazione con L’Università L’Orientale e curata dal prof Roberto Davascio. \nINFORMAZIONI E PRENOTAZIONI \nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano \nOrari spettacoli:\nvenerdì\, sabato ore 19.30\ndomenica ore 16.00 \nTel. 0234532140 / biglietteriaoutoff@gmail.com\nlunedì › venerdì ore 10.00 › 16.00 \nRITIRO BIGLIETTI\nUffici\nvia Principe Eugenio\, 22\nlunedì – venerdì  ore 11.00 › 13.00\nBotteghino\nvia Mac Mahon\, 16\nmartedì – domenica 1 ora prima dello spettacolo \nTrasporti pubblici: M5 FERMATA CENISIO; TRAM 14; TRAM 12; AUTOBUS 78 \nPREZZO\nIntero: 20 euro\nUnder26: 14 euro\nOver65: 10 euro \nABBONAMENTI\nOutCard\n50€   4 ingressi a scelta per uno o più spettatori\nJ&S Card – Junior (under26) & Senior (over65)\n45 €   6 spettacoli \nPassepartout Promozione riservata ai residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10 Euro ingresso a 6 Euro per tutti gli spettacoli in programma.
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SUMMARY:LA RAGAZZA SUL DIVANO di Jon Fosse
DESCRIPTION:Foto Compagnia: La ragazza sul divano – Da sinistra Michele Di Mauro\, Giulia Chiaramonte\, Isabella Ferrari\, Giordana Faggiano\, Valerio Binasco\, Fabrizio Co © Teatro Stabile di Torino\nDal 16 al 21 aprile dal martedì al venerdì h 21\, sabato h 19\, domenica h 17\ntraduzione Graziella Perin\nregia Valerio Binasco\ncon Pamela Villoresi\, Valerio Binasco\, Michele Di Mauro\, Giordana Faggiano\, Fabrizio Contri\, Giulia Chiaramonte e con Isabella Ferrari \nPERSONAGGI E INTERPRETI \nDONNA – Pamela Villoresi\nRAGAZZA – Giordana Faggiano\nL’UOMO – Valerio Binasco\nMADRE – Isabella Ferrari\nSORELLA – Giulia Chiaramonte\nLO ZIO – Michele Di Mauro\nIL PADRE – Fabrizio Contri \nscene e luci Nicolas Bovey\ncostumi Alessio Rosati\nsuono Filippo Conti\nvideo Simone Rosset\nassistente regia Eleonora Bentivoglio\nassistente scene Eleonora De Leo\nassistente costumi Rosa Mariotti\nTeatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale\, Teatro Biondo Palermo  \nIn accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Colombine Teaterförlag\nDebutto in prima nazionale: Torino\, Teatro Carignano – 5 marzo 2024 (repliche fino al 24 marzo). \nDurata: 90 minuti \nGuarda il trailer  \nValerio Binasco è riconosciuto come il principale interprete italiano di Jon Fosse\, da sempre affascinato dalla poesia introspettiva che attraversa ogni suo testo e dalla relazione quasi proustiana che le opere del maestro norvegese tracciano tra passato e presente. Questa storia ha il suo fulcro narrativo in una donna di mezza età\, intenta a dipingere il ritratto di una ragazza seduta su un divano. Combatte contro i dubbi sulle proprie capacità artistiche e l’immagine ricorrente di quella ragazza seduta che la perseguita. Quella ragazza non è altro che il ritratto di lei stessa da giovane\, turbata da mille incertezze. Binasco\, affiancato da un cast di grandi interpreti\, affronta il modo in cui le ferite affettive non si rimarginano mai del tutto. \nNote su La ragazza sul divano di Valerio Binasco\nLa scelta di allestire un’opera – come scrissi tempo fa a proposito della commedia Sonno di Jon Fosse\, e in cui mi ritrovo ancora adesso – a volte nasce da minimi segni\, come certe pietre sul sentiero danno l’indicazione di un percorso; altre volte è il titolo stesso un indizio ermetico di qualcosa che stiamo cercando\, perché si cristallizza in un’immagine che si trasforma in un personaggio: allora ti vien voglia di continuare a guardarlo\, vuoi vedere cosa fa e finisci col trovarti al suo fianco\, nel suo mondo. Altre volte\, addirittura\, un personaggio ci appare come un volto visto in sogno: al risveglio non si è sicuri di chi sia davvero\, ma si sente di amarlo\, chiunque sia.\nAmo la percezione fuori fuoco della realtà che trovo nei testi di Fosse. Ogni volta ho la sensazione di trovarmi dinnanzi a un grande affresco sull’umanità\, ne percepisco fortemente il senso ma non riesco a metterlo a fuoco. È come se venissi costretto a guardare solo la luce o l’ombra che c’è tra una cosa e un’altra\, tra una persona e un’altra. Fosse è un autore che istiga in modo irresistibile il mio bisogno di fare teatro con delicatezza\, da ritrattista\, un teatro da innamorato dei volti delle persone\, dei loro occhi\, del loro silenzioso e spesso inutile fluire attraverso la vita.\nIl tema principale de La ragazza sul divano è l’abbandono. In molte opere di Fosse torna\, come un sogno ricorrente\, una donna che aspetta il ritorno di un uomo che è partito per mare e non è più tornato. In questa pièce i quadri che la Donna dipinge sono il punto di vista di chi guarda una nave partire e svanire verso un orizzonte ostile\, simbolo di una minaccia che non riguarda solo il mare\, ovviamente. Ma si può anche cercare in quel dipinto la simbologia di una nave che si lascia alle spalle la tempesta. Il dipinto simboleggia il Padre che se ne va verso la sua idea di vita (il mare); la figlia\, rimasta sola\, reclusa nella vita d’appartamento\, è percossa dal mare di un’acerba femminilità\, così come da quella tempestosa della madre e da quella autodistruttiva della sorella. Il dipinto è incompiuto\, come è giusto restare – incompiuti – se si vuole parlare dell’attesa: chi aspetta resta sospeso\, come sospesa è la sofferenza purgatoriale dell’eterna attesa di un padre che non ritorna mai.\nLe ragioni che mi spingono a insistere con un autore come Jon Fosse sono misteriose anche per me. Il suo stile ossessivo e minimale mi seduce\, punto e basta. Credo che la sua qualità principale sia il suo ritmo. Questo ritmo\, nonostante appaia lento o addirittura inerte\, in realtà non è mai “in battere”\, ma al contrario possiede un andamento ossessivamente “in levare”\, anche e soprattutto quando l’azione sembra procedere con esasperata lentezza. È un ritmo poetico\, lieve: non so gli altri\, ma io sorrido sempre mentre leggo le sue tristissime storie. Non penso che Fosse stia parodiando il suo tema o che ammicchi ironicamente tra le righe. Il suo ritmo è splendidamente scenico\, e ciò che è scenico è sempre festoso\, pieno di humor. C’è sempre un profondo senso dello humor nel procedere “in levare”. Nel caso di Fosse è il sense of humour del jazz. Ecco perché\, sebbene i suoi temi siano per lo più molto tristi\, e spesso anche tragici\, la tragedia e la tristezza non sono in primo piano. In primo piano c’è qualcos’altro\, e cioè principalmente le atmosfere sospese\, e l’umoristico aplomb serio\, quasi duro\, inespressivo\, di personaggi e interpreti.\nCredo che Fosse sia l’unico autore che ha questo ritmo interno. E io\, che nel fare il regista mi occupo quasi solo di questioni legate alla recitazione\, non potevo che restare incantato da questa metrica recitativa. Altra considerazione importante: una musica come questa vuole essere suonata da grandi interpreti. Ecco perché ho voluto con me questi attori. \nValerio Binasco\, Direttore artistico del Teatro Stabile di Torino dal 2018\, è considerato tra i più autorevoli esponenti della scena teatrale italiana\, come testimoniano anche i numerosi premi ricevuti (cinque premi Ubu\, due premi dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro\, due premi Le Maschere del Teatro Italiano\, un premio ETI Gli Olimpici del Teatro\, un premio Linea d’ombra e un premio Flaiano). Nel corso della sua carriera\, dedicata soprattutto alla prosa\, ma anche al cinema e all’opera\, ha saputo coniugare ricerca e rigore estetico con uno stile registico sempre capace di entrare in relazione con il pubblico: si è distinto\, infatti\, sia per la rilettura innovativa e originale dei grandi titoli del repertorio\, sia per l’attenzione alla drammaturgia contemporanea (di riferimento sono le sue regie di testi di Fosse\, Pinter\, Ginzburg\, McDonagh\, Paravidino\, McPherson)\, sia per la formazione dei giovani talenti\, oggi focalizzata nella direzione della Scuola per Attori dello Stabile di Torino. Tra le sue regie per il Teatro Stabile di Torino figurano: Don Giovanni\, Amleto\, Arlecchino servitore di due padroni\, Rumori fuori scena\, Il piacere dell’onestà\, Le sedie\, Sogno di una notte di mezza estate\, Ifigenia e Oreste\, Dulan la sposa\, Sei personaggi in cerca d’autore. \nInfo e prenotazioni solamente tramite CARD LIBERA E CARD LOVE o tramite abbonamenti e card acquistati in precedenza\no tramite VIVICINEMAETEATRO  promozioneteatrovascello@gmail.com\nBiglietti: Intero 25 euro – Ridotto over 65: 20 euro – Ridotto Cral/Enti convenzionati: 18 euro – Ridotto studenti\, studenti universitari\, docenti e operatori delle scuole di teatro\, cinema e danza 16 euro e gruppi di almeno 10 persone 16 euro a persona È possibile acquistare i biglietti\, abbonamenti e card telefonicamente 065881021 con carta di credito e bancomat abilitati\,\nacquista direttamente alla biglietteria https://www.teatrovascello.it/biglietteria-23-24/\nacquista tramite bonifico bancario a favore di Coop. La Fabbrica dell’Attore E.T.S. BANCA INTESA SAN PAOLO ag. Via G. Carini 32 di Roma c/c 3842 abi 03069 cab 05078 Iban IT89V0306905078100000003842 oppure acquista on line \nSTAGIONE TEATRALE 2023 – 2024 del TEATRO VASCELLO \nCard libera 108 euro (6 spettacoli a scelta) (ACQUISTA ONLINE) con eventuale scelta del posto\nCard love 72 euro (2 spettacoli a scelta per 2 persone – 4 ingressi) (ACQUISTA ONLINE) con eventuale scelta del posto \nINFO:\n06 5881021 – 06 5898031\npromozioneteatrovascello@gmail.com – promozione@teatrovascello.it\nTeatro Vascello Via Giacinto Carini 78\nCap 00152 Monteverde Roma \nCome raggiungere il teatro\nCon mezzi privati: parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi\, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini\, 43\, Roma; Via Maurizio Quadrio\, 22\, 00152 Roma\, Via R. Giovagnoli\, 20\,00152 Roma \nCon mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini\, Colosseo\, Piramide\, oppure: 44\, 710\, 870\, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello. Oppure fermata della metro Cipro e Treno Metropolitano fino a Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello
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SUMMARY:ZIO VANJA di Anton Čechov
DESCRIPTION:Foto di scena: Zio Vanja – Massimiliano Speziani\, Mario Pirrello © Gianluca Pantaleo\nTeatro Strehler\ndal 16 al 21 aprile\nregia di Leonardo Lidi \nProgetto Čechov – seconda tappa \nDal 16 al 19 aprile arriva\, al Teatro Strehler\, Zio Vanja di Anton Čechov\, con la regia di Leonardo Lidi\, una produzione del Teatro Stabile dell’Umbria\, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Festival dei Due Mondi di Spoleto. Dopo Il gabbiano\, in scena nella scorsa stagione sul palcoscenico del Teatro Strehler\, il regista prosegue la sua ricerca sul teatro di Čechov\, confrontandosi con un altro grande classico firmato dal maestro russo \nLa placida esistenza di Vanja nella sua tenuta di campagna è interrotta dall’arrivo del professor Serebrijakov\, che\, accompagnato della giovane moglie Elena\, altera ogni equilibrio. Leonardo Lidi sceglie Zio Vanja come seconda tappa del suo Progetto Čechov: una commedia domestica costruita sull’impotenza e sull’inerzia\, che racconta le vicende di una famiglia sconfitta dai propri vuoti\, tra occasioni mancate\, rinunce e rimpianti. I protagonisti del dramma\, ospiti di una grande dacia in decadenza\, sono bloccati nell’immobilismo della provincia russa e\, scontenti\, sopravvivono a sé stessi\, crogiolandosi nella noia e nel tormento per i propri fallimenti. Chi se ne va è appesantito da un bagaglio di frustrazioni e incomprensioni\, mentre chi rimane affonda in una routine grigia e senza prospettiva. Eppure\, la stasi dei personaggi è solo apparentemente sterile; in realtà funziona come un potente specchio che rimanda con forza l’immagine delle nostre debolezze e inconcludenze. E su tutto domina l’adagio finale di Sonja: “Dobbiamo continuare a vivere. Vivremo una lunga\, lunga serie di giorni\, di interminabili sere\, sopporteremo pazientemente le prove che ci toccheranno”. \nScrive il regista: «C’eravamo tanto amati. C’è stato un tempo dove questa strana famiglia non era poi così strana. I ruoli erano ben distribuiti\, con credibilità e senza eccessi\, e ogni personaggio poteva considerarsi utile allo spettacolo del quotidiano. Ognuno al proprio posto\, con ordine e naturalezza. Chi indossava il costume dell’intellettuale\, ad esempio\, era da considerarsi metafora di speranza futura ed era opportuno riservare ad esso amore e gratitudine come ad un eroico e fascinoso cavaliere. Era lecito che una bella e gentile ragazza si invaghisse del proprio professore ed era altrettanto plausibile che la famiglia della giovine tutelasse il sapiente uomo come un animale in via d’estinzione. E così Vera si sposa con Aleksandr\, lo porta a Casa e la storia comincia. Gli abitanti del pianeta Čechov si animano\, trovano una dimensione adeguata alla propria formazione\, tutti remano nella medesima direzione e la possibilità di una Russia efficace e vincente smette di essere un miraggio e si tramuta in un concreto e reale domani. In una dimensione dove l’uomo è artefice del proprio destino la felicità potrebbe trovare il giusto spazio. Ma Vera muore e tutto cambia. La speranza si spegne e chi prova a ricominciare suona ridicolo nel suo tentare. Il cuore si tinge di nero e questa possibile colorata commedia diventa una dissacrante e continuata risata isterica ad un funerale. L’idea di un paese guidato dai suoi pensatori è sepolta e noi non possiamo che fare i conti partendo da questo inesorabile dato di fatto. Questa casa è culturalmente morta\, amici miei. È governata da ignoranti e da sterili ideologie. Ce lo ricorda lo Zio\, quel buffone vestito male che palpa con gli occhi le nostre fidanzatine e aspetta le riunioni di famiglia per alzare il gomito e sbatterci in faccia la nostra condizione perennemente umiliante. Inutile lavorare\, inutile impegnarsi\, inutile studiare. Dice\, lo Zio. Meglio aspettare un reddito senza sudare\, meglio lamentarsi di chi ha distrutto il talento. La seconda tappa del Progetto Čechov abbandona il gioco e si imbruttisce col tempo. Spazza via i contadini che citano Dante a memoria per consentire un abuso edilizio ambizioso e muscolare. C’era un grande prato verde dove nascono speranze e noi ci abbiamo costruito una casa asfissiante con troppe inutili stanze ad occupare ogni spazio vitale. Avevamo sfumature e ora c’è un chirurgico bianco e nero che strizza l’occhio allo spettatore intelligente. Avevamo donne e uomini che cercavano la vita attraverso l’amore ma abbiamo preferito prenderne le distanze. Quando? Quando è diventato “troppo poco” parlare d’amore? Come se poi ci fosse qualcos’altro di interessante. Se nel Gabbiano sprecavamo carta e tempo nel ragionare sulla forma più corretta con il quale passare emozioni al pubblico\, divisi tra realismo e simbolismo\, tra poesia e prosa\, tra registi\, scrittori e attrici\, e ci bastava una panchina per tormentarci dei dolori del cuore (Quanto amore\, lago incantatore!) in Zio Vanja l’arte è relegata a concetto museale\, roba da opuscoli aristocratici\, uno sterile intellettualismo che non pensa più al suo popolo\, che annoia la passione e permette agli incapaci di vivere di teatro. E allora che questa strana famiglia cantata da Čechov abbia la faccia di Gaber. La sua maschera irriverente. O meglio ancora di Freak Antoni. Che sia stonata e sgrammaticata. Sconfitta dai propri fantasmi. Ripugnante e fastidiosa. Con l’alito cattivo. Più alta del crocchiare di una gallina ad un comizio\, più profonda del raglio di un asino messo a pilotare un aereo che si sta per schiantare. Che prenda in giro chi si nasconde dietro ai progetti perché spaventato e che faccia tanti e tanti e sentitissimi applausi a chi crede che Zio Vanja sia un testo attuale perché parla di alberi. Avete costruito un focolare tanto stupido che preferisco congelare al sincero freddo della mia solitudine\, lasciatemi fuori\, escluso come il cane di Rino Gaetano! Prendetevi le ghiande e lasciatemi le ali. In questa cosa/casa non ci voglio neanche entrare – ma siate pazienti\, l’anno prossimo la vendiamo per davvero! “Non è nulla bambina mia\, le oche starnazzano per un po’ e poi si calmano… Starnazzano per un po’ e poi si calmano”». \nPiccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza)\, dal 16 al 21 aprile 2024\nZio Vanja \nProgetto Čechov\, seconda tappa\ndi Anton Čechov\nregia Leonardo Lidi\ntraduzione Fausto Malcovati \ncon Giordano Agrusta\, Maurizio Cardillo\, Ilaria Falini\, Angela Malfitano\, Francesca Mazza\, Mario Pirrello\, Tino Rossi\, Massimiliano Speziani\, Giuliana Vigogna\nscene e luci Nicolas Bovey\ncostumi Aurora Damanti\nsuono Franco Visioli\nassistente alla regia Alba Porto \nproduzione Teatro Stabile dell’Umbria\nin coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e con Spoleto Festival dei Due Mondi \nOrari:\nmartedì\, giovedì e sabato\, ore 19.30;\nmercoledì e venerdì\, ore 20.30;\ndomenica\, ore 16. \nDurata: 105’ senza intervallo \nPrezzi:\nplatea 33 euro\, balconata 26 euro\nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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SUMMARY:LA VITA CHE TI DIEDI di Luigi Pirandello
DESCRIPTION:Foto di scena: La vita che ti diedi © Luigi De Palma\nTEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE\nStagione Teatrale 2023/2024 \n DEBUTTA IN PRIMA NAZIONALE “LA VITA CHE TI DIEDI” DI LUIGI PIRANDELLO \nNUOVA PRODUZIONE DELLO STABILE DI TORINO\nPER LA REGIA DI STÉPHANE BRAUNSCHWEIG \nTeatro Carignano\, dal 9 al 28 aprile 2024  \nLA VITA CHE TI DIEDI di Luigi Pirandello\nregia e scene Stéphane Braunschweig\ncon Daria Deflorian\, Federica Fracassi\, Cecilia Bertozzi\, Fulvio Pepe\, Enrica Origo\, Caterina Tieghi\, Fabrizio Costella\ncostumi e collaborazione alle scene Lisetta Buccellato \nluci Marion Hewlett\nsuono Filippo Conti\nassistente regia Giulia Odetto \nTeatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale\, Emilia Romagna Teatro ER T / Teatro Nazionale \nPERSONAGGI E INTERPRETI:  \nIn ordine di apparizione\nDonna Fiorina – Federica Fracassi\nDon Giorgio – Fulvio Pepe\nElisabetta – Enrica Origo\nDonn’Anna Luna – Daria Deflorian\nGiovanni\, il giardiniere – Fulvio Pepe\nLida – Caterina Tieghi\nFlavio – Fabrizio Costella\nLucia Maubel – Cecilia Bertozzi\nFrancesca Noretti – Federica Fracassi \nStéphane Braunschweig\, tra i principali registi della scena teatrale contemporanea e direttore artistico dell’Odéon – Théâtre de l’Europe di Parigi\, approfondisce il legame con la scrittura di Luigi Pirandello: dopo i successi internazionali di Sei personaggi in cerca d’autore\, I giganti della montagna\, Vestire gli ignudi e Come tu mi vuoi (gli ultimi due presentati nel cartellone del TST nel 2007 e nel 2022) dirige per il Teatro Stabile di Torino La vita che ti diedi. Scritta nel 1923\, è la tragedia più struggente del grande drammaturgo siciliano sul tema della maternità e del lutto. L’opera concepita da Pirandello per Eleonora Duse non venne mai recitata dall’attrice. Il testo venne rappresentato per la prima volta al Teatro Quirino di Roma il 12 ottobre 1923 da Alda Borelli. \nLa vita che ti diedi\, per la regia e le scene di Stéphane Braunschweig\, con Daria Deflorian\, Federica Fracassi\, Cecilia Bertozzi\, Fulvio Pepe\, Enrica Origo\, Caterina Tieghi\, Fabrizio Costella\, andrà in scena in prima nazionale al Teatro Carignano martedì 9 aprile 2024\, alle ore 19.30. I costumi dello spettacolo sono di Lisetta Buccellato\, le luci di Marion Hewlett\, il suono di Filippo Conti\, assistente alla regia Giulia Odetto.\nQuesto nuovo allestimento prodotto dal TST con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale sarà replicato al Carignano fino al 28 aprile\, poi sarà rappresentato al Teatro Rossini di Pesaro\, dal 2 al 5 maggio e all’Arena del Sole di Bologna\, dal 9 al 12 maggio 2024. \nLA VITA CHE TI DIEDI\, ovvero il teatro per affrontare la vita\nScritto nel 1923\, La vita che ti diedi è senza dubbio uno dei testi teatrali in tre atti più brevi di Luigi Pirandello. È anche uno dei pochi che lo stesso autore abbia definito “una tragedia”. È anticipato da tre novelle scritte tra il 1914 e il 1916.\nNe I pensionati della memoria\, Pirandello si interroga sul rapporto tra i vivi e i morti\, e formula forse per la prima volta\, l’idea disturbante che quando si piange la perdita di una persona cara\, non è la persona amata che si sta piangendo: «Voi piangete perché il morto\, lui\, non può più dare a voi una realtà».\nIn Colloqui coi personaggi\, scritto subito dopo la morte della madre\, Pirandello esplora la stessa idea in un lungo e struggente dialogo con la defunta: «Ora che tu sei morta\, io non dico che non sei più viva per me; tu sei viva\, viva com’eri\, con la stessa realtà che per tanti anni t’ho data da lontano\, pensandoti\, senza vedere il tuo corpo\, e viva sempre sarai finché io sarò vivo; ma vedi? è questo\, è questo\, che io\, ora\, non sono più vivo\, e non sarò vivo per te mai più!».\nSconvolto dalla carneficina della Grande Guerra e angosciato dall’idea di perdere i figli al fronte\, Pirandello scrive La camera in attesa: la madre e le sorelle di un soldato scomparso\, non avendo la prova certa della sua morte\, continuano a preparargli la camera in attesa del suo ritorno. E ai vicini che deridono la famiglia per il suo bisogno di illudersi e il rifiuto di elaborare il lutto\, Pirandello risponde azzardando un’altra idea disturbante: i vostri figli che sono andati a studiare in città\, li riconoscete? Non sono forse morti per voi? «La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella vostra figliuola\, ritornati dopo un anno\, quella stessa realtà che davate loro prima che partissero. Non c’è più\, è morta quella realtà. Eppure voi non vi vestite di nero per questa morte e non piangete…». Il rifiuto del lutto quindi è legato all’idea che\, forse\, la morte definitiva del corpo non sia nulla rispetto a quella morte lenta che costituisce la vita stessa nelle sue metamorfosi\, la progressiva e ineluttabile scomparsa del bambino che eravamo per nostra madre.\nLa vita che ti diedi riprende alcuni degli elementi principali di questa novella\, sviluppandone il tema su un registro ancora più radicale.\nCome può una madre sopravvivere alla morte del figlio? si chiede Pirandello. Semplicemente affermando che non è morto. O\, più esattamente\, fingendo che sia ancora vivo. Perché Donn’Anna Luna\, a differenza della madre de La camera in attesa\, ha assistito all’agonia del proprio figlio\, e quindi non può prendere a pretesto l’incertezza della sua morte. Osservandola non si può dire che la donna stia negando i fatti: decide del tutto consapevolmente di continuare la sua vita come se il figlio non fosse morto. Si affretta a far rimuovere il corpo\, senza nemmeno prendersi il tempo di vestirlo\, finisce di scrivere in sua vece una lettera all’innamorata\, a cui nasconde la sua morte quando quest’ultima decide di andare a trovarlo. Donn’Anna Luna trasforma la sua casa in un teatro dove il protagonista è assente\, assente ma fin troppo vivo.\nNell’opera di Pirandello\, la realtà della vita appare spesso come uno scandalo insuperabile\, che il teatro o la follia hanno lo scopo di trasfigurare. Nel mondo immaginario del gioco teatrale o in quello parallelo della follia si può evadere\, elevarsi\, far vivere i morti e sfuggire alla logica paradossalmente mortifera della vita.\nIn Pirandello\, teatro e follia sono legati. Spesso i grandi personaggi pirandelliani sembrano pazzi a chi li circonda\, ma\, contrariamente ai veri pazzi\, la loro è una pazzia voluta\, la pazzia di chi vuole essere come i pazzi\, e\, al pari loro\, rifiuta i limiti di una realtà ridotta alla sola verità dei fatti.\nDonn’Anna sembra pazza\, eppure c’è da chiedersi se non sia lei ad avere ragione – ragione contro la ragione. Pirandello fa vacillare le nostre certezze\, i nostri preconcetti: malgrado sappia che la realtà finirà per mettere fine all’illusione\, ci fa capire quanto abbiamo bisogno di illusioni – ma di illusioni coscienti e non delle menzogne che ci raccontiamo – per restare in piedi. Quanto abbiamo bisogno di teatro per affrontare la vita. Da questo punto di vista\, La vita che ti diedi uguaglia i grandi capolavori di Pirandello\, Sei personaggi in cerca d’autore\, Come tu mi vuoi e I Giganti della montagna\, ma nella forma compatta di una favola che va all’essenziale\, avvolgendosi nell’aura di una poesia miracolosa.\nStéphane Braunschweig \nTEATRO CARIGNANO:\npiazza Carignano 6\, 10123 Torino\n9 – 28 aprile 2024 | Prima nazionale \nLA TOURNÉE DELLO SPETTACOLO:\nTorino | Teatro Carignano | dal 9 al 28 aprile 2024\nPesaro | Teatro Rossini | dal 2 al 5 maggio 2024\nBologna |Arena del Sole | dal 9 al 12 maggio 2024 \nINCONTRI COL PUBBLICO: \nRETROSCENA\nProgetto realizzato dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale con\nl’Università degli Studi di Torino / DAMS – Università degli Studi di Torino / CRAD \nTEATRO GOBETTI\, SALA PASOLINI\nmercoledì 10 aprile 2024\, ore 17.30\nStéphane Braunschweig e gli attori della Compagnia\ndialogano con Leonardo Mancini (Università di Torino)\nsu LA VITA CHE TI DIEDI di Luigi Pirandello\, regia di Stéphane Braunschweig \nIngresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili\nPrenotazione obbligatoria su teatrostabiletorino.it \nINFO: \nOrari degli spettacoli: martedì\, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.45; domenica ore 16.00.\nPrezzo dei biglietti: Intero € 37\,00 – Ridotto € 34\,00\nL’acquisto dei biglietti in prevendita prevede un costo di € 1 a biglietto \nBIGLIETTERIA DEL TEATRO STABILE DI TORINO\nTelefono 011 5169555 / Numero verde 800 235 333 \nOrario: da martedì a sabato\, dalle ore 13 alle 19\, domenica dalle ore 14 alle 19.\nOnline www.teatrostabiletorino.it
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SUMMARY:SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE di William Shakespeare
DESCRIPTION:Foto di scena: Sogno di una notte di mezza estate © PianoinBilico\nMTM Teatro Leonardo – dal 4 al 7 aprile 2024    \ndebutto Nazionale \nadattamento teatrale e regia Silvia Giulia Mendola \ncon Livia Castiglioni\, Angelo Di Figlia\, Ermes Frattini\, Silvia Giulia Mendola\, Dario Merlini\, Erica Sani\, Matteo Sartini Francesca Ziggiotti\ndanzatrice Elisa Bertoli  \nscene e costumi Mina Marea\ngrafica Carlo Sabbatucci\nproduzione PIANOINBILICO e Geco.B Eventi \nTeatro Leonardo\nda giovedì a sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30\nintero € 30\,00 – convenzioni € 24\,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno)\n€ 24\,00 – Under 30 e Over 65 € 17\,00 – Università € 17\,00 – scuole di Teatro € 19\,00 – scuole civiche Fondazione Milano\, Piccolo Teatro\, La Scala e Filodrammatici € 11\,00 – Scuole MTM € 10\,00 – ridotto DVA € 15\,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO \ndurata dello spettacolo: 120 minuti \nInfo e prenotazioni biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45\nScarica l’App di MTM Teatro e acquista con un clic \nAbbonamenti: MTM Serendipity\, MTM Serendipity Over 65\, MTM Serendipity Under 30 x2\, MTM Serendipity Under 30 x4\, MTM Il piacere di sorridere\, \nBiglietti sono acquistabili sul sito www.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita vivaticket.it.\nI biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. \nUn fitto bosco di equivoci e malintesi\, un Re e una Regina in discordia\, creature magiche\, giovani innamorati sono gli ingredienti di questa commedia frizzante\, ricca di poesia e delicatezza\, allo stesso tempo elegante e inquietante. \nLe visioni notturne\, il sovrapporsi di atmosfere che galleggiano tra il sonno e la veglia sono caratteristiche che attraversano quest’opera e che permettono al pubblico di fare un tuffo nel fantastico\, un’incursione nell’ambiguo immaginario della mente umana. \nSarà rievocata una foresta\, una foresta metallica fatta di tubi innocenti e di piani differenti\, gli otto attori lavoreranno in squadra\, tutti possono essere tutto\, come in un Sogno\, personaggi\, sedie\, somari\, fate\, ma anche strumenti\, musica con i loro corpi e le loro voci. Alla danza sarà affidato il ruolo di evocare la magia\, la viola\, il Biore utilizzato per gli incantesimi\, diventa un personaggio Viola che si esprimerà unicamente con il linguaggio della danza. \nCome dirà Puck : “Benvenuti Signore e Signori!Siamo qui questa notte per risvegliarenei vostri animi lo spirito dell’Allegria.perché dove c’è Teatro c’è vita\, dove c’è Teatro c’è gioia!”
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SUMMARY:L’UOMO PIÙ CRUDELE DEL MONDO
DESCRIPTION:Foto di scena: L’Uomo più crudele del mondo – Lino Guanciale e Francesco Montanari © Fondazione Teatro di Napoli\n3 – 7 aprile 2024 | Sala Grande  \ntesto e regia Davide Sacco\ncon Lino Guanciale\, Francesco Montanari\nscene Luigi Sacco\nluci Andrea Pistoia \nproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini\, LVF\, Teatro Manini di Narni\nSpettacolo presentato in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa \nUna stanza spoglia\, in un capannone abbandonato. I rumori della fabbrica fuori e il silenzio totale all’interno. Paolo Veres è seduto alla sua scrivania\, è l’uomo più crudele del mondo\, o almeno questa è la considerazione che la gente ha di lui. Proprietario della più importante azienda di armi d’Europa\, ha fama di uomo schivo e riservato. Davanti a lui un giovane giornalista di una testata locale è stato scelto per intervistarlo\, ma la chiacchierata prende subito una strana piega. “Lei crede ancora che si possa andare avanti dopo questa notte… lei crede che questa vita domani mattina sarà la stessa che viveva prima?” dirà Veres al giornalista. In un susseguirsi di serrati dialoghi emergeranno le personalità dei due personaggi e il loro passato\, fino a un finale che ribalterà ogni prospettiva. \n«Fino a dove può spingersi la crudeltà dell’uomo? Qual è il limite che separa una brava persona da una bestia? A cosa possiamo arrivare se lasciamo prevalere l’istinto sulla ragione?\nQueste domande mi hanno guidato durante la stesura del testo e\, successivamente\, nella direzione degli attori. Volevamo che il pubblico fosse costantemente destabilizzato e non avesse certezze\, che si calasse insieme ai personaggi in un viaggio in cui il rapporto tra vittima e carnefice è di volta in volta messo in discussione e ribaltato. La “feccia” di cui parlano i protagonisti non è visibile nella scena\, fatta essenzialmente di luci fredde e asettiche\, ma deve emergere gradualmente fino al finale\, in cui speriamo che il titolo dello spettacolo possa diventare nella testa degli spettatori non più un’affermazione ma una domanda per riflettere sulla natura del genere umano».\nDavide Sacco \nORARI:\nmercoledì 3 Aprile – 19:45\ngiovedì 4 Aprile – 21:00\nvenerdì 5 Aprile – 19:45\nsabato 6 Aprile – 19:45\ndomenica 7 Aprile – 16:15 \nPREZZI:\nSETTORE A (file A–M)\nintero 38€\nSETTORE B (file N–R)\nintero 28€; under26/over65 18€\nSETTORE C (file S–ZZ)\nintero 28€; under26/over65 18€; convenzioni 18€ \nINFO e biglietteria:\nvia Pier Lombardo 14\n02 59995206\nbiglietteria@teatrofrancoparenti.it
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SUMMARY:IL DELITTO KARAMAZOV di Fëdor Dostoevskij
DESCRIPTION:Foto di scena: Il delitto Karamazov © Stefano Sgarella\nDal 14 al 28 marzo 2024\ndrammaturgia Fausto Malcovati\ncon Mario Sala\, Lucio Nardi\, Antonio Gargiulo\, Matteo Vitanza\, Giuseppe Gambazza\nregia Lorenzo Loris\ncostumi Nicoletta Ceccolini\nmusiche realizzate dagli allievi della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado del corso di composizione (IRMus)\nscene Stefano Sgarella e Lorenzo Loris\nluci e video Saba Kasmaei \nproduzione Teatro Out Off e CTB – Centro Teatrale Bresciano\nspettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro \n \n  \n  \n \nLa Russia in crisi\nRussia. Fine anni ’70 dell’Ottocento. Minacciosi segnali di protesta lampeggiano ovunque. Le riforme avviate nel 1861 dallo zar Alessandro II (abolizione della servitù della gleba\, sistema giudiziario\, struttura militare) non hanno sortito l’effetto auspicato\, il paese è nel caos\, il terrorismo prende sempre più piede (e culminerà con l’assassinio dello zar nel marzo 1881)\, contestazioni e rivolte ovunque. In questo clima incandescente Dostoevskij scrive il suo ultimo romanzo\, I fratelli Karamazov: lo conclude alla fine del 1880 e muore pochi mesi dopo. Vi riassume tutti i grandi temi che attraversano l’intera sua opera narrativa.\nPerché il suo paese non ha pace? Quali sono i tarli che lo corrodono? Uno fra tutti: la crisi della famiglia. La famiglia è il fondamento di una società sana\, se manca quello tutto si sfascia\, istituzioni\, principi\, comportamenti. Ecco il tarlo\, ecco il vizio. La grande idea che guida il romanzo è proprio questa: la società russa è malata e sta precipitando verso la dissoluzione perché manca il tessuto connettivo che è quello della famiglia.\nNe sono un esempio i Karamazov. Un padre lascivo\, debosciato\, due mogli umiliate\, bistrattate\, vilipese\, tre figli abbandonati a se stessi\, cresciuti tra estranei\, senza affetto\, senza disciplina\, senza tenerezza. Di lì\, dal non amore\, dalla sbadata assenza di attenzione nascono i conflitti\, le rivalità\, le ribellioni. Nel microcosmo turbolento dei Karamazov si riflette il macrocosmo della Russia calpestata\, devastata\, esasperata.\nNell’atmosfera dissoluta di una famiglia “casuale” (è una definizione di Dostoevskij) matura l’idea del parricidio. Perché deve vivere un padre che non sa cosa sia la paternità\, che ricorda a malapena il nome dei suoi figli? Vero. D’altra parte\, chi ha diritto di decidere sulla vita o la morte di un essere umano? Alla domanda risponde Ivan\, il figlio intellettuale\, ateo\, irriducibile nemico dell’armonia del creato: se Dio permette violenze e torture di esseri innocenti come i bambini\, allora davvero “tutto è permesso”\, afferma sfrontato. Parole ambigue\, avventate\, incaute\, soprattutto se ascoltate da un personaggio privo di scrupoli come Smerdjakov\, figlio illegittimo del perverso padre Karamazov\, dunque fratellastro di Ivan. Ivan\, il cattivo maestro\, instilla in Smerdjakov il bacillo del parricidio: in casa Karamazov l’odio inficia tutti i rapporti\, ma è Smerdjakov che traduce in gesto omicida l’intolleranza reciproca di tutti i membri della famiglia. Un gesto di cui Smerdjakov non vuole assumersi la responsabilità: è l’esecutore materiale\, ma la responsabilità morale non è sua\, è tutta di Ivan\, il vero ispiratore della violenza. “Sei tu il vero assassino” gli grida Smerdjakov nell’ultimo incontro e si impicca per non ammettere il delitto. La storia si chiude con un errore giudiziario: viene condannato l’innocente fratello Mitja e Ivan\, incapace di difenderlo\, affonda nella febbre cerebrale. Lo sfascio è completo. Non c’è pace per i Karamazov. La loro disintegrazione si propaga. Non c’è pace per la Russia.\nFausto Malcovati \nDalle note di regia\nInizio di un percorso intorno e dentro l’uomo\nDopo un lungo percorso di otto mesi di studio ed elaborazione il testo creato dal professor Fausto Malcovati – che con grande pazienza e particolare sensibilità ha ascoltato e discusso i suggerimenti degli attori e del regista – è arrivato a compimento.  Il risultato è un lavoro drammaturgico che non vuole essere la riduzione della celebre opera di Dostoevskij. La scintilla intorno a cui si è costruito l’adattamento è scaturita dalle tre scene che nel romanzo si susseguono tra il figlio intellettuale Ivan e il fratellastro-servo Smerdjakov\, sulle responsabilità filiali relative al parricidio. Il lavoro drammaturgico ha cercato di far emergere due temi fondamentali e molto attuali: l’errore giudiziario e le responsabilità derivanti dall’uso delle parole da parte di chi esercita un potere e può dunque influenzare negativamente i comportamenti dei propri simili.\nIl compito che ci siamo prefissi è proprio dare voce a quelle parole e corpo a quei personaggi\, inventando una dimensione teatrale entro cui collocarli. Vorremmo riportare in superficie persone e storie dimenticate e intendiamo far riemergere dal buio e dall’oblio fantasmi che\, ritornando a nuova vita\, ci svelino la storia di un parricidio e del suo processo\, i cui eventi sono scolpiti per sempre fra le pagine di uno dei più grandi capolavori letterari della storia.\nSulla scena saranno evocate le anime dei protagonisti\, che prenderanno forma via via sempre più consistente in una dimensione Hitchcockiana fatta di intrighi\, di sospensioni e di ambiguità non risolte. \nPartire da Dostoevskij per conoscere e analizzare meglio il nostro tempo\nL’idea dello spettacolo è quella di utilizzare l’ultima parte del romanzo per costruire un thriller avvincente: il parricidio è stato compiuto\, Fëdor Karamazov è stato ucciso e l’imputato principale è il figlio maggiore Dmitrij.\nIl secondo figlio\, Ivan\, al momento del delitto si trovava a Mosca. L’ unico che insiste sull’innocenza di Dmitrij è il fratello più giovane\, Alëša.\nMa c’è un personaggio che “complica” la situazione: Smerdjakov\, anche lui figlio di Fëdor\, frutto di una relazione extraconiugale.\nSmerdjakov ascolta soprattutto i discorsi di Ivan\, l’intellettuale della famiglia\, sulla profonda ingiustizia della creazione. Ivan\, ateo convinto\, dichiara che se sono possibili\, nel nostro mondo\, spaventose violenze su creature innocenti come i bambini\, allora tanto vale abbandonare ogni morale e ammettere che “tutto è permesso”.  Dell’atmosfera di violenza che regna in casa Karamazov si nutre proprio Smerdjakov che\, come gli altri fratelli\, odia il padre\, il quale lo ha sempre umiliato.\nLo spettacolo\, oltre a raccontare un drammatico errore giudiziario\, porta in primo piano le teorie immorali di Ivan\, il “cattivo maestro”\, per usare un termine legato a un triste periodo della nostra storia contemporanea. L’attualità del discorso dostoevskiano è tutta concentrata sulla responsabilità delle parole: Ivan Karamazov induce al delitto senza compierlo e si ritiene innocente fino al momento in cui si rende conto di aver corrotto la coscienza altrui predicando l’immoralità.\nPuò essere interessante\, scavando nel testo dostoevskiano\, riferire l’ultima parte dei “Fratelli Karamazov” alle responsabilità degli odierni comunicatori politici. Sono coscienti del ruolo che svolgono nella vita sociale e dell’influsso delle loro parole sui cittadini? Come Ivan Karamazov\, con i suoi discorsi\, ha istigato un delitto\, così le parole dei politici\, se proferite avventatamente o\, peggio\, con il fine di strumentalizzare tensioni e passioni\, possono scatenare odio e violenza. Ancora una volta\, insomma\, Dostoevskij\, scavando nell’animo umano\, ci fornisce una preziosa chiave di lettura per il presente. \nPassato e presente si legano e si compenetrano\nE quanto risultano profetiche le parole che il pubblico ministero pronuncia al termine del processo\, rivolgendosi alla corte. «Ricordate che siete i difensori della nostra verità\, i difensori della nostra sacra Russia\, dei suoi fondamenti\, della sua famiglia\, di tutto quel che di Santo è in lei! Sì\, qui rappresentate la Russia in questo dato momento\, e non soltanto in questa sala risuonerà la vostra sentenza ma in tutta la Russia\, e tutta la Russia vi presterà ascolto in quanto suoi difensori e giudici\, e sarà rincuorata o avvilita dalla vostra sentenza. Non tormentate la Russia e le sue aspettative\, la nostra trojka fatale vola a rotta di collo e forse verso la rovina. E da che tempo ormai nell’intera Russia tendono le braccia e implorano di fermare questa galoppata indiavolata e caotica. E se per ora ancora gli altri popoli si fanno da parte per lasciar passare la trojka che galoppa a rotta di collo\, allora può darsi che non sia affatto per deferenza nei suoi confronti\, ma semplicemente per orrore. Per orrore e\, forse\, per disgusto nei suoi confronti\, e ancora è un bene che si facciano da parte ma forse si decideranno e smetteranno di farsi da parte\, e diventeranno un muro solido dinnanzi alla visione che si precipita in avanti\, e saranno loro stessi a fermare la folle corsa della nostra sfrenatezza\, per salvare sé stessi\, la cultura e la civiltà! Abbiamo già sentito queste voci preoccupate provenienti dall’ Europa. Cominciano già a risuonare. Non tentatele\, non aumentate l’odio crescente con una sentenza che giustifichi l’assassinio di un padre da parte del figlio».\nLorenzo Loris \nINFORMAZIONI E PRENOTAZIONI\nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano \nOrari spettacoli:\nmartedì\, mercoledì\, giovedì ore 20.30\nvenerdì\, sabato ore 19.30\ndomenica ore 16.00 \nPrenotazioni e Informazioni\n0234532140 / biglietteriaoutoff@gmail.com\nlunedì › venerdì ore 10.00 › 16.00 \nRitiro biglietti\nUffici via Principe Eugenio\, 22\nlunedì – venerdì  ore 11.00 › 13.00 \nBotteghino\nvia Mac Mahon\, 16\nmartedì – domenica 1 ora prima dello spettacolo \nTrasporti pubblici: M5 FERMATA CENISIO; TRAM 14; TRAM 12; AUTOBUS 78 \nPREZZO\nIntero: 20 euro\nUnder26: 14 euro\nOver65: 10 euro \nABBONAMENTI\nOutCard\n50€   4 ingressi a scelta per uno o più spettatori\nJ&S Card – Junior (under26) & Senior (over65)\n45 €   6 spettacoli\nPassepartout Promozione riservata ai residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10 Euro ingresso a 6 Euro per tutti gli spettacoli in programma. \nTelefono  02 34532140\ninfo@teatrooutoff.it – www.teatrooutoff.it \nFB @teatrooutoff   Instagram @teatrooutoff   Linkedin @TeatroOutOff
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SUMMARY:L’ALBERGO DEI POVERI dall’opera di Maksim Gor’kij
DESCRIPTION:Foto di scena: L’albergo dei poveri – Da sinistra Raffaele Esposito\, Massimo Popolizio © Claudia Pajewski\nPiccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza)\, dal 7 al 28 marzo 2024 \nL’albergo dei poveri\nuno spettacolo di Massimo Popolizio\ntratto dall’opera di Maksim Gor’kij\, riduzione teatrale Emanuele Trevi\nscene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi\, costumi Gianluca Sbicca\nluci Luigi Biondi\, disegno del suono Alessandro Saviozzi\nmovimenti scenici Michele Abbondanza\nassistente alla regia Tommaso Capodanno \ncon Massimo Popolizio\ne con Sandra Toffolatti\, Raffaele Esposito\, Michele Nani\, Giovanni Battaglia\,\nAldo Ottobrino\, Giampiero Cicciò\, Francesco Giordano\, Martin Chishimba\,\nSilvia Pietta\, Gabriele Brunelli\, Diamara Ferrero\, Marco Mavaracchio\,\nLuca Carbone\, Carolina Ellero\, Zoe Zolferino\nproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa\, Teatro di Roma – Teatro Nazionale  \nfoto di scena Claudia Pajewski \nOrari: martedì\, giovedì e sabato\, ore 19.30; mercoledì e venerdì\, ore 20.30; domenica\, ore 16.\nDurata: 100 minuti senza intervallo \nDopo la prima nazionale\, il 9 febbraio scorso\, al Teatro Argentina di Roma\, dove ha replicato con grande successo fino al 3 marzo scorso\, arriva a Milano\, al Teatro Strehler\, da domani\, 7 marzo\, L’albergo dei poveri\, il titolo che\, nel 1947\, inaugurò il Piccolo Teatro\, ora coproduttore insieme al Teatro di Roma. Massimo Popolizio prosegue la sua ricerca artistica e civile portando in scena il dramma corale di Maksim Gor’kij\, nella riduzione teatrale di Emanuele Trevi. In scena\, una compagnia di 16 attori\, incastonati nelle scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi\, con i costumi firmati da Gianluca Sbicca\, le luci di Luigi Biondi\, il disegno del suono di Alessandro Saviozzi e i movimenti scenici di Michele Abbondanza. \nConosciuto anche come I bassifondi\, o Nel fondo\, o ancora Il dormitorio\, l’opera di Maksim Gor’kij fu rappresentata per la prima volta a Mosca nel 1902 con la regia di Stanislavskij e poi ribattezzata L’albergo dei poveri da Giorgio Strehler nel 1947\, in occasione della regia che inaugurò il Piccolo Teatro di Milano il 14 maggio del 1947. In scena era lo stesso Strehler\, nei panni di Aleška (oggi interpretato da un ex allievo della Scuola del Piccolo\, Gabriele Brunelli)\, affiancato da attori del calibro di Lilla Brignone\, Marcello Moretti\, Salvo Randone\, Gianni Santuccio.\nDopo 77 anni da quella prima\, storica\, rappresentazione italiana\, Massimo Popolizio ripropone al pubblico il titolo voluto da Strehler\, in virtù del suo valore emblematico e poetico\, oltre che storico. \nL’albergo dei poveri è un grande dramma corale che si potrebbe definire shakespeariano nel suo sapiente dosaggio di pathos\, denuncia sociale\, amara comicità\, riflessione filosofica e morale sul destino umano. In scena una compagnia di 16 attori\, che impone alla regia la ricerca di un ritmo adeguato al continuo mutare delle situazioni e dei punti di vista. Un crescendo di tensione reso ancora più evidente dall’angustia dello spazio evocato: un rifugio di derelitti e alcolizzati dove i personaggi trascorrono i loro giorni tentando di non soccombere alla disperazione e all’inerzia della sconfitta. \nSi tratta di una sfida che\, dopo Stanislavskij e Strehler\, è stata raccolta anche da grandi maestri della regia cinematografica\, tra gli altri\, Renoir e Kurosawa. Se le grandi opere viaggiano nel tempo per essere rilette a ogni generazione da angolature diverse\, lo stile di regia di Popolizio\, la sua maniera di dirigere gli attori e il meccanismo teatrale nel suo complesso\, sembra particolarmente adeguato a scrivere un nuovo capitolo di questa storia di interpretazioni. Il nostro non è il mondo del 1902\, e nemmeno quello del 1947: è mutato anche il concetto stesso di «povertà»\, ma l’energia drammatica\, la forza visionaria\, la disperata lucidità dei personaggi di Gor’kij è ancora intatta\, grazie anche alla nuova scrittura drammatica di Emanuele Trevi. \nHo sempre pensato che i Teatri pubblici\, specie i Teatri Nazionali\, debbano fare grandi spettacoli\, con molti attori di grande livello\, con grandi scene\, il tutto realizzato possibilmente a grandi livelli.\nPenso pure che ci sia teatro di grande qualità da festival\, quello che di solito non parte da un testo o lo utilizza come pretesto\, e quello dei grandi Teatri\, che dovrebbe mettere invece autore e attore al centro del fatto teatrale. Meglio se si riesce a restituire nuova vita a grandi testi scivolati nell’oblio. Tutte queste caratteristiche si ritrovano ne L’albergo dei poveri\, nella versione di Emanuele Trevi e nella messa in scena di Massimo Popolizio\, che il Teatro di Roma coproduce col Piccolo di Milano.Un moralismo ipocrita e demagogico tende a vedere come un teatro reazionario il grande teatro\, regno di sprechi e di supremazia del regista demiurgo\, contrapposto alla politica dei mille piccoli spettacoli. È una concezione di teatro pubblico come sub assessorato che non condivido.\nDa quando Massimo Popolizio ha intrapreso definitivamente la strada della regia\, è stato con coerenza e coraggio dentro codesta linea\, con spettacoli che ricordano le pagine migliori di questi ultimi\, tormentati anni del Teatro di Roma\, come Ragazzi di vita\, Un nemico del popolo\, M – Il figlio del secolo e quest’ultimo\, tutti esempi di spettacoli “da teatro nazionale”. Massimo ha gestito con molto acume\, intelligenza e un pizzico di astuzia la fase della sua carriera successiva al felicissimo sodalizio con Ronconi. Non ho una grande simpatia per il primo attore che si fa regista di spettacoli in cui è presente anche in scena: mi pare che in questo caso venga meno quel ruolo arbitrale che spesso è indispensabile al regista. Ma\, mai come in questo caso\, questa prevaricazione Massimo non la compie\, realizzando forse la sua migliore regia. Mi permetto questo elogio perché\, personalmente\, non ho contribuito in alcun modo alla realizzazione dello spettacolo. Lodandolo\, quindi non sto elogiando me stesso ma posso solo compiacermi della buona sorte che ha fatto coincidere il mio arrivo al Teatro di Roma con il debutto di questo Albergo dei poveri.\nLuca De Fusco\, Direttore Fondazione Teatro di Roma \nCome una città dai mille volti e dalle infinite cavità\, percorsa da tortuose traiettorie di destini che si perdono in baratri di tormento ed estasi\, secondo un frenetico ciclo di dissoluzioni e tentativi di rinascita\, L’albergo dei poveri di Maksim Gor’kij è un vorticoso teatro esistenziale dove risuonano fulminanti interrogazioni sul fato\, sui flutti del tempo\, sulla vita\, sulla morale\, sulle pieghe del dolore\, sull’ineluttabilità del male\, non ultimo sul nucleo ignoto della presenza di Dio. A partire dall’adattamento di Emanuele Trevi (fidato sodale in varie altre regie)\, Massimo Popolizio\, sotto l’egida del Teatro di Roma e del Piccolo Teatro di Milano\, ha scelto di scandagliare questo luogo di laceri incontri e conflitti\, in senso letterale patetici\, non per scioglierne i nodi quanto per attraversarne\, in maniera rapsodica e obliqua\, il fondo oscuro e misurarsi così con il mistero indecifrabile della condizione umana. Grazie allo slancio della nutrita compagnia di interpreti\, abile nel donare ai personaggi una corposità concreta e insieme stregata e irreale\, le ardenti passioni delle immonde e vibranti “storiacce”\, affastellandosi lungo le severe e glaciali diagonali dell’edificio che le ospita\, acquistano\, a loro volta\, una consistenza tangibilissima e spettrale. Una vertigine ilarotragica finisce per avviluppare lo spettacolo in cui precipitano nuove figure (Il Principe) e frammenti testuali di altri autori (Čechov\, Florenskij\, Tolstoj\, Puškin\, McCarthy\, lo stesso Trevi)\, nel segno di uno sferzante dialogo con il dramma di Gor’kij che\, com’è noto\, conserva un indelebile valore fondativo per la storia del Piccolo Teatro di Milano.\nClaudio Longhi\, Direttore Piccolo Teatro di Milano \n«Sono interessato al teatro di Massimo Popolizio e mi piace lavorare con lui\, ma soprattutto rimango affascinato dalla sua tecnica e voglio scoprirla meglio\, voglio entrare nella sua testa. Lavorando abbiamo passato dei mesi molto nutrienti dal punto di vista creativo: a definirti artisticamente non è solo quello che fai\, ma anche quello che escludi di fare. Abbiamo cominciato a lavorare alla vecchia maniera\, su dei testi non teatrali\, i due grandi romanzi Satyricon di Petronio e Metamorfosi di Apuleio. Abbiamo avuto tra noi e con i produttori una interlocuzione; e però quel che a volte succede è che\, se vuoi innovare\, ti trovi a tornare su qualcosa di apparentemente più convenzionale\, per cambiarlo dall’interno. Sono certo che\, con ciò che abbiamo realizzato alle spalle\, da quei due progetti avremmo tratto qualcosa di interessante; ma nelle fasi della vita germoglia anche l’istinto di non ripetere strade già percorse. Sono abbastanza certo che\, se Massimo tornerà a lavorare su testi non teatrali\, l’esperienza di passaggio dentro due testi teatrali così importanti (accanto a L’albergo dei poveri c’è stato anche Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller) avrà aggiunto nuove prospettive anche al lavoro sulla lingua letteraria.» […] \n«C’è anche da considerare che Massimo è in scena. Questa volta\, oscillando tra estremi\, ha tenuto in sospeso dentro se stesso il carattere del pellegrino Luka\, tra l’idea di un truffatore e l’idea di un santo e una terza via\, la più interessante: che un aspetto possa non escludere l’altro. Io faccio lo scrittore e questo è un lavoro molto diverso\, perché si ha la sensazione di “lavorare per”. Uno scrittore non arretra mai del tutto rispetto a delle scelte che ha preso\, mentre il lavoro dell’adattamento per un regista si può fare solo se davvero si ama il lavoro di quel regista\, se si è interessati a quella specifica carriera artistica da essere felicissimo di dare un contributo. Ed è una collaborazione che insegna molto\, che mi mette nella condizione di non avere io l’ultima parola\, ma di poter inserire frammenti del mio mondo interiore. Quando si arriva a consegnare un materiale bisogna aspettarsi che nel periodo di prove quel materiale cambi. È un lavoro inizialmente solitario e poi ci si vede e si parla tanto: sono riunioni bellissime perché si entra con una postura e si esce con un’altra; nel frattempo registri delle variazioni sul file. Ma c’è un momento – una sorta di intervallo magico – in cui lo spettacolo va in prova: certi orientamenti anche molto decisi a tavolino devono operare una vera e propria retromarcia e tornare in un’ambiguità\, altrimenti si nega a un artista ciò che ha di più prezioso\, la libertà.»\nEmanuele Trevi\, estratti da Nella pancia del grande vascello a cura di Sergio Lo Gatto \nDopo un mese di recite al Teatro di Roma\, nella sala di largo Argentina\, il grande vascello dell’Albergo dei poveri approda al Piccolo\, al Teatro Strehler. È l’occasione per tornare a ragionare\, insieme a Massimo Popolizio\, dei contenuti del testo\, della sua contemporaneità\ne del ruolo che il teatro può svolgere nella società dei nostri giorni. \nPerché\, secondo te\, questo testo\, come la freccia di Cupido\, va dritto al cuore del pubblico?\nL’albergo dei poveri è uno dei testi più “barbari” di Gor’kij\, forse è anche il meno riconducibile a un canone\, in quanto non ha una vera e propria trama; grazie a questo\, però\, non invecchia\, perché affronta temi universali. Il corpo centrale\, il nucleo dell’opera è estremamente violento\, passionale\, cinico e\, a mio avviso\, rispecchia la disperazione in cui viviamo oggi. C’è chi lo scopre a quaranta\, chi a trenta\, chi a sessant’anni\, ma che il mondo sia un inferno è un dato di fatto oggettivo…\nIl fascino dei personaggi che popolano il dormitorio dove si svolge la vicenda\, i “perduti” – un microcosmo di magnaccia\, ladri\, bari\, ex prostitute… – è che si comportano esattamente come le persone che vivono nel mondo “di sopra”: è un “bassofondo”\, per citare l’altro titolo con cui spesso quest’opera è proposta\, che rispecchia la società delle persone “rispettabili”\, ma che è\, al tempo stesso\, animato da speranze e utopie\, spesso tradite\, e dal desiderio di un cambiamento impossibile. \nNel sottomondo dei “perduti”\, tutti accomunati dalla miseria e dalla disperazione\, sorprendentemente non sembra esistere solidarietà… \nIn realtà si formano coalizioni che mutano velocemente: ci si allea con qualcuno perché si ha un obiettivo comune che cambia nell’arco di cinque battute. Così\, si sceglie qualcun altro. La situazione è molto dinamica\, per i caratteri\, gli umori\, i preconcetti dei protagonisti. Capita che ce l’abbiano con uno perché prega sempre\, a prescindere da chi e per cosa prega. Si coalizzano tutti progettando l’uccisione del padrone dell’albergo\, ma poi non commettono il delitto perché preferiscono demandarlo a Pepel\, a quello che “lavora sempre di coltello”. Anche gli amori cambiano… si ama qualcuno e\, dieci battute dopo\, lo si odia. \nE Luka\, il tuo personaggio\, chi è? \nUn pellegrino. Che cosa significa? Molte analisi critiche del testo dicono che non lo è davvero\, ma semplicemente ha assunto l’aspetto del pellegrino. Uno dei temi principali dello spettacolo\, infatti\, è la potenza dell’immaginazione: il mondo è migliore se ce lo si inventa\, oppure se lo si vive per quel che realmente è? C’è addirittura un personaggio del dormitorio\, Nastja\, una ragazzina\, che vive immersa nel racconto di un libro\, Amore fatale\, una specie di Liala del tempo. Il romanzo le dà la forza di sopravvivere in quel mondo… Allora\, immedesimarsi nel racconto di qualcun altro è meglio o è peggio che vivere la propria vita? Lo spettacolo non offre soluzione\, ma pone il problema: forse\, immaginarsi una storia è meglio. Può aiutare. A questo si collega un altro tema fondamentale: la verità. Che cos’è? È utile? Serve conoscere la verità su di sé o\, in certi casi\, è meglio non sapere? Ed ecco che Luka forse è un santo\, ma anche un peccatore\, un cialtrone\, una specie di guru\, uno che si ubriaca. Mi ricorda figure nelle quali qualche volta mi sono imbattuto\, ex preti che hanno lasciato i voti\, persone che sono rimaste depositarie di una forte spiritualità\, che vedono più in là. Non è necessario essere cattolici o credenti per essere spirituali\, anzi Luka cerca di valorizzare questa componente negli altri. Mente? Probabilmente sì. Ci crede? Probabilmente sì. Esprime concetti filosofici in modo mai retorico\, tra un bicchiere e l’altro\, tra uno schiaffo e una bevuta. Ha il terrore della morte e non sa come fronteggiarla. In questo testo\, muoiono ben tre personaggi: Kostylev\, il padrone dell’albergo\, ucciso da Pepel; la moglie di Klešč\, una sposa bambina\, che muore di tisi; l’attore alcolizzato\, che si impicca. Di fronte a questi episodi\, ciascun personaggio mostra di avere un rapporto diverso con la morte: Pepel è quello più spavaldo\, l’arrogante; Klešč non fa che augurare la morte ad Anna\, la moglie agonizzante\, per levarsela di torno\, ma una volta che lei è scomparsa\, resta smarrito\, solo\, privo di difese e il suo carattere cambia completamente. Io\, quando quella ragazza muore\, le sono vicino e non so cosa fare per lei. Anna mi chiede: «Come sarà l’altro mondo?». Non lo so. M’invento che sarà dolce\, che la porteranno dal Signore che dirà di sapere tutto di lei… Le racconto una fiaba perché non so come comportarmi. Del resto\, tutti noi abbiamo un diverso approccio con la morte e questa mi sembra una cosa estremamente contemporanea. Quanti di noi hanno paura a entrare in un ospedale o non sanno come reagire di fronte a una malattia che li travolge come un treno. La domanda che sta sotto a tutto è: Dio esiste? Se ho una vita atroce\, se mi trovo in un mondo orrendo\, devo ancora credere? Se vivo\, poniamo il caso\, a Gaza\, è Dio che lo consente e che ha permesso la Shoah? Perché dobbiamo credere? Cos’è la fede? È un atto indiscusso? Un altro spunto\, per me interessantissimo\, è quando Anna\, sempre negli ultimi istanti della sua vita\, a Luka\, che le spiega come Dio parli a tutti\, risponde non solo di non aver mai pregato\, ma soprattutto di non aver mai sentito la voce di Dio. Luka\, allora\, le dice che quando quella voce cesserà\, sarà allora che lei saprà di averla sempre udita. Pronunciando questa battuta mi sono chiesto che cosa succederà a me\, sul letto di morte\, se invocherò mia madre\, o se pregherò anche io\, che pure non ho mai creduto né in Dio\, né nell’Inferno e nel Paradiso…\nCos’è quest’amo che ci tiene tutti legati? Come possiamo chiamarlo? Umanità? Spiritualità? Fede? Quando la domanda\, di Pepel\, è «Dio esiste?»\, Luka risponde «Quello in cui credi esiste. Quello in cui non credi non esiste». Sembra una battuta di spirito\, ma in questo spettacolo\, anche attraverso le apparenti cialtronerie di Luka\, si lanciano in platea spunti di riflessione che la vita di tutti i giorni ci ha fatto scordare. La colpa di questo oblio sta nella tecnologia\, che ci ha disumanizzati\, rendendoci dipendenti da qualcosa che decide per noi\, per la nostra anima\, per il nostro cuore\, che modifica il nostro carattere. In questo spettacolo “all’antica”\, un vascello completamente in mano agli attori\, siamo una ciurma che parla con il corpo e la voce e racconta\, alle persone sedute in sala\, che «È una cosa magnifica l’uomo. Suona maestoso. Bisogna rispettarlo\, non umiliarlo con la compassione». \nPotrebbe essere questa frase ad aver suggerito a Strehler di scegliere “L’albergo dei poveri” come spettacolo che inaugurò il Piccolo Teatro\, il 14 maggio del 1947? \nCredo che Strehler abbia avuto anche questo motivo\, ma non solo. L’incantesimo del teatro\, dove un individuo\, sulla scena\, si rivolge a un suo simile che lo ascolta dalla platea non smette mai di meravigliarmi. Anzi\, ogni volta mi domando come sia possibile che uomini e donne\, dopo una giornata di lavoro\, si rechino in un teatro\, contro tutto e tutti\, traffico\, stanchezza\, problemi… Forse perché hanno bisogno di questa esperienza dal vivo – come accadeva anche nella Milano di Strehler\, nel dopoguerra – e noi\, attori e attrici\, che ci cambiamo e ci vestiamo con abiti non nostri\, indossiamo barbe e parrucche\, ci trucchiamo\, abbiamo il dovere di offrire uno spettacolo che sia all’altezza di quella domanda. \nIl teatro è un antidoto alla disumanizzazione tecnologica di cui parlavi? \nSì\, anche se sarebbe retorico dire che lo sia sempre. Lo è il buon teatro\, come la letteratura di qualità. È meglio leggere un libro che stare sui social? Dipende. Se si legge un buon libro sì\, altrimenti è meglio Facebook. \nOLTRE LA SCENA | L’ALBERGO DEI POVERI \nPAROLE IN PUBBLICO | Incontro con la compagnia\nGrande dramma corale\, L’albergo dei poveri di Massimo Popolizio vede alternarsi sulla scena ben sedici interpreti\, chiamati a evocare dai “bassifondi” il groviglio di umanità tratteggiato da Gor’kij. Un’orchestra di corpi e voci che vale la pena ascoltare anche fuori di scena\, in questo incontro dedicato\, per scoprire – insieme a Popolizio e alla compagnia – le dinamiche\, i temi e il percorso di costruzione dello spettacolo.\nChiostro Nina Vinchi – mercoledì 13 marzo\, ore 17.30\ncon Massimo Popolizio e le attrici e gli attori della compagnia\nmodera Anna Piletti \nWALK TALK | La Milano dei “miracoli”\nUn itinerario ad attraversare i luoghi\, immaginati o reali\, che costituirono il racconto della Milano “dei miracoli” di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini nel film Miracolo a Milano. Una città ancora ferita dalla guerra\, dove “i poveri disturbano” – così avrebbe dovuto inizialmente intitolarsi il film – e dove viene ricreato il famoso “villaggio Brambi”\, baraccopoli di fantasia\, situata in via Valvassori Peroni. Un luogo immaginario\, che ricorda\, tuttavia\, le baracche e gli “alberghi dei poveri” realmente esistiti sul territorio\, e che rimanda a quell’orizzonte storico\, sociale e urbano in cui Giorgio Strehler decise di realizzare L’albergo dei poveri di Maksim Gor’kij\, facendone un primo manifesto del suo “teatro umano”.\nIl percorso attraverserà il quartiere di Lambrate\, intrecciando il racconto della città con la ricostruzione cinematografica e con le letture tratte dallo spettacolo di Massimo Popolizio.\nPiazzale Basilica SS.MM. Nereo e Achilleo\, Viale Argonne 56 – domenica 17 marzo\, ore 11  con le attrici e gli attori della compagnia\nIn collaborazione con Circolo Acli Giovanni Bianchi Lambrate         \nPAROLE IN PUBBLICO | PRESA DI PAROLA\nUn passeggero di nome Gor’kij\nNel ridisegnare l’umanità frastagliata\, ferina e dolente di Gor’kij\, Massimo Popolizio ed Emanuele Trevi non si sono ispirati solo al testo del drammaturgo russo\, ma\, calatisi in altre profondità letterarie\, questa volta a stelle e strisce\, sono andati a interrogare le parole di Cormac McCarthy. Ed è proprio dal passo di uno dei suoi ultimi romanzi\, Il passeggero\, che prende vita questo “presa di parola”\, per mettere a fuoco\, grazie agli interventi di Giuseppe Genna\, scrittore\, e Damiano Rebecchini\, ordinario di Letteratura russa all’Università degli Studi di Milano\, la riflessione filosofica e morale sull’umano e il desiderio di trascendenza\, che lo spettacolo innesca. Ma anche per far dialogare due autori apparentemente agli antipodi – per tradizione\, penna\, cronologia –\, che trovano nel palcoscenico il loro minimo comun denominatore.\nChiostro Nina Vinchi – mercoledì 20 marzo\, ore 18.30\ncon Giuseppe Genna e Damiano Rebecchini\nmodera Roberta Ferraresi \nSEGNALIBRO | Un teatro necessario\nIl 14 maggio 1947 si inaugurava la sala di via Rovello: ad andare in scena era L’albergo dei poveri\, prima regia di Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano. Il resto è storia. A distanza di quarant’anni\, fu lo stesso regista a ripercorrere\, in una lunga riflessione\, i primi otto anni di vita del teatro che aveva fondato insieme a Paolo Grassi.\nQuei pensieri\, in dialogo con una selezione di testi e articoli\, scritti tra il 1942 e il 1945 – alcuni dei quali mai pubblicati prima –\, danno vita a Un teatro necessario\, volume che prosegue la serie di pubblicazioni dedicate a Strehler\, realizzate in collaborazione con il Saggiatore. A presentarlo nella cornice del Chiostro Nina Vinchi\, insieme al direttore\, Claudio Longhi\, sono Alberto Bentoglio\, professore di Storia del Teatro all’Università degli Studi di Milano e Giovanni Soresi\, storico direttore della comunicazione del Piccolo\, che ha supervisionato la pubblicazione degli scritti strehleriani conservati negli archivi del teatro. Michele Nani\, che di Strehler è stato allievo\, leggerà dei passi scelti del volume a ritrovare le parole del Maestro. Perché\, come scrive lo stesso Strehler: «Mai nulla cambia nel teatro. E cambia tutto. Mai la vita si ripete pur restando se stessa».\nChiostro Nina Vinchi  – giovedì 21 marzo\, ore 17.00\ncon Alberto Bentoglio\, Claudio Longhi\, Giovanni Soresi\nLetture di Michele Nani\nIn collaborazione con il Saggiatore \nTutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su piccoloteatro.org
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SUMMARY:ASPETTANDO GODOT di Samuel Beckett
DESCRIPTION:Foto di scena: Paolo Musio (in alto)\, Giulio Germano Cervi (in basso)\, Enzo Vetrano © Johanna Weber\nTeatro Grassi\, dal 5 al 10 marzo\nTheodoros Terzopoulos \nDal 5 al 10 marzo\, al Piccolo Teatro Grassi\, va in scena Aspettando Godot nella versione diretta da Theodoros Terzopoulos. Il regista greco\, tra i più grandi maestri della ricerca teatrale\, dirige un cast d’eccezione – Paolo Musio\, Stefano Randisi\, Enzo Vetrano\, Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola – per offrire una lettura contemporanea e universale del capolavoro di Samuel Beckett \nAspettando Godot\ndi Samuel Beckett\ncopyright Éditions de Minuit\ntraduzione Carlo Fruttero \nregia\, scene\, luci e costumi Theodoros Terzopoulos\ncon (in ordine alfabetico) Paolo Musio\, Stefano Randisi\, Enzo Vetrano\ne Giulio Germano Cervi\, Rocco Ancarola\nmusiche originali Panayiotis Velianitis\nconsulenza drammaturgica e assistenza alla regia Michalis Traitsis\ntraining attoriale – Metodo Terzopoulos Giulio Germano Cervi\nproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini\nin collaborazione con Attis Theatre Company \nIl regista greco Theodoros Terzopoulos\, riconosciuto a livello internazionale fra i grandi maestri del teatro del Novecento\, si confronta con Aspettando Godot di Samuel Beckett\, uno dei testi più celebri del “teatro dell’assurdo”\, in scena al Piccolo Teatro Grassi dal 5 al 10 marzo. \nScritto alla fine degli anni quaranta\, pubblicato in lingua francese nel 1952 e andato in scena per la prima volta al Theatre de Babylone di Parigi il 5 gennaio 1953\, Aspettando Godot è tra i drammi che hanno maggiormente segnato la storia del teatro novecentesco. La vicenda si concentra su un dialogo inconcludente tra due personaggi\, sospesi in una misteriosa condizione d’attesa. \nCon una pratica che coniuga arte antica e moderna\, Theodoros Terzopoulos è noto per il suo originale approccio alla tragedia greca e ai testi classici\, vere e proprie fonti per indagare questioni universali dell’essere umano. Nella sua versione\, la vicenda è ambientata in un mondo futuro ferito e in rovina\, che apre l’interrogativo su quali siano le condizioni minime per pensare a una vita degna di essere vissuta. Con la sua cifra stilistica Terzopoulos crea un vivo scambio tra la contemporaneità e il dramma beckettiano\, trattato come una lente per leggere e interpretare il presente e le sue profonde contraddizioni. \n«Tutto deve essere profondamente radicato nella tradizione\, deve poter attraversare la realtà del presente ed essere indirizzato verso il futuro. Il riflesso dal futuro probabilmente potrebbe essere la realtà che desideriamo. Una realtà nuova» ha dichiarato il regista. «In Aspettando Godot – commenta – vengono date due risposte possibili\, da cui vogliamo far partire il nostro lavoro. La prima è il tentativo di comunicare e coesistere con l’Altro\, nonostante gli ostacoli\, anche quando questi sembrano insuperabili. La seconda è il tentativo di mettersi in comunicazione con l’Altro dentro di noi\, quest’area buia e imperscrutabile densa di desideri repressi e paure\, istinti dimenticati\, regione dell’animalesco e del divino\, in cui dimorano la pazzia e il sogno\, il delirio e l’incubo. Questo è il viaggio che cercheremo di fare: verso l’Altro dentro di noi e verso l’Altro al di fuori di noi\, all’opposto\, lontano da noi».\n«I personaggi beckettiani – conclude – si muovono in una zona grigia\, in un paesaggio del nulla\, quello dell’annientamento dei valori umani. […] Il sarcasmo alla ricerca di una fine che non ha fine è l’espressione dominante dei loro esercizi di sopravvivenza. […] Ogni nuovo inizio è la definizione di una nuova fine. Pessimismo estremo. I personaggi tacciono aspettando la rivelazione dell’indicibile\, che non si rivela mai. Alcune domande\, che riguardano la natura umana e il futuro\, forse avranno risposte\, la maggior parte però no. Forse alcune arriveranno dagli stessi spettatori. L’arte del teatro esiste e persiste proprio in virtù̀ delle domande senza risposta». \nPiccolo Teatro Grassi (via Rovello\, 2 – M1 Cordusio)\, dal 5 al 10 marzo 2024 \nOrari: martedì\, giovedì e sabato\, ore 19.30; mercoledì e venerdì\, ore 20.30; domenica\, ore 16\nDurata: 90 minuti senza intervallo\nPrezzi: platea 33 euro\, balconata 26 euro\nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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SUMMARY:CANOVA - Tra innocenza e peccato
DESCRIPTION:Foto: Vittorio Sgarbi\n27 e 28 febbraio 2024 \nore 20\,45 \nCorvino Produzioni\npresenta: \nVittorio Sgarbi\nCANOVA\nTra innocenza e peccato\ndi Vittorio Sgarbi \ncon: \nCarlo Bergamasco Piano\nMarcello Corvino violino \nAntonio Canova ha incarnato\, con le sue sculture\, l’ideale di una bellezza eterna\, fondata su principi di armonia\, misura\, equilibrio\, affermandosi come massimo esponente del Neoclassicismo italiano e lasciando in eredità un ideale estetico che continua a vivere fino a oggi.\nCanova tra innocenza e peccato intende indagare come questa eredità abbia influenzato i linguaggi artistici contemporanei\, nella ricerca di un concetto di bellezza che trova declinazioni diverse – dalla fotografia alle esperienze scultoree più recenti – fino a venire talvolta negato in maniera radicale. \nBIGLIETTI\nPrestige € 35\,00 – Poltronissima € 32\,00 – Poltrona € 23\,00 – Poltronissima under 26 anni € 20\,00\nPer acquisto:\nbiglietteria del Teatro\nonline\ncircuito Ticketone
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SUMMARY:ORAZIO incautamente ispirato dall'Amleto di W. Shakespeare
DESCRIPTION:Foto: Paolo Mazzarelli © Mario Spada\ntesto e regia\nPaolo Mazzarelli \ncon\nAntonio Bandiera\, Beatrice Vento\, Francesco Jacopo Provenzano\, Paolo Mazzarelli\nscene e costumi Paola Castrignanò\nsound design e musiche originali Luca Canciello\nluci Carlo Pediani\nmaschere Tiziano Fario\naiuto regista Gianluca Bonagura \nproduzione\nTeatro Stabile di Bolzano – a.ArtistiAssociati – Compagnia Orsini\nDurata spettacolo 80’ \nDal 27 febbraio al 3 marzo in scena al Teatro Menotti in prima milanese Orazio\, spettacolo incautamente ispirato all’Amleto di William Shakespeare\, scritto e diretto da Paolo Mazzarelli.\n“Orazio” è un racconto avvincente che esplora il mondo degli antieroi\, dei giovani che inciampano\, si rialzano e\, nelle macerie lasciate dai padri\, cercano la forza per immaginare\, costruire e raccontare un orizzonte diverso. Una commedia che si sviluppa con un finale vagamente apocalittico\, impreziosito da una tragedia permeata di umorismo che permette di riflettere sulla complessità della vita.\nIl testo\, scritto in modo originale\, attinge ispirazione dall’Amleto di Shakespeare\, dando vita a un’opera che si distingue per la sua autenticità e profondità. “Orazio” è un’ode commovente a un personaggio shakespeariano amato – Orazio stesso – e a coloro che\, come lui\, sanno restare in secondo piano\, accettando il ruolo di spalla\, compagno e testimone. \nNOTE DI REGIA\nLa prima cosa che mi viene da dire su ORAZIO è che si tratta di una commedia\, di qualcosa\, cioè\, che aspira (anche) a divertire.\nLa seconda è che i tre protagonisti della vicenda – Orazio\, Anna\, Mahdi – sono ragazzi poco più che ventenni. L’intera operazione nasce dal mio desiderio di guardare la realtà attraverso i loro occhi\, occhi di ragazzi che si muovono\, per un motivo o per l’altro\, tra le macerie del presente. Dietro i ragazzi\, in secondo piano\, mi sono divertito ad interpretare le figure dei loro padri: padri dannati\, spesso ridicoli\, a volte assenti.\nLa terza cosa da dire è che sì\, ORAZIO è una storia che parla di teatro\, si svolge in un teatro\, e addirittura contiene al suo interno frammenti dell’Amleto; ma proprio Shakespeare ci insegna che parlare di teatro non vuol dire altro che parlare della realtà\, e guardare ad Amleto non vuol dire altro che guardare all’essere umano. Di Amleto\, Orazio è il migliore amico\, il compagno silenzioso cui l’eroe morente affida il compito di raccontare la sua storia\, una storia nella quale Orazio è l’unico superstite\, il testimone\, l’antieroe. Dal mio amore per la sua figura nasce questa commedia che ha al suo centro un Orazio di oggi\, anch’egli un antieroe\, anch’egli alle prese con un amico in difficoltà\, anch’egli perso in una realtà che lo inchioda -teatro o non teatro\, questo è il problema- al ruolo di testimone.\nPaolo Mazzarelli  \nPAOLO MAZZARELLI\nNato a Milano da famiglia napoletana\, Mazzarelli si diploma nel 1999 alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi; quindi\, intraprende la carriera di attore lavorando soprattutto a teatro con alcuni fra i più importanti registi (Nekrosius\, Stein\, Martone\, De Rosa\, Tolcachir\, Baracco\, Veronese\, Andò\, Carsen). Il primo lavoro di cui è autore e regista -Pasolini Pasolini! – vince nel 2001 il premio speciale Scenario e nel 2005 il Premio Franco Enriquez\, dando inizio al suo percorso autoriale. Nel 2009\, insieme al collega Lino Musella\, fonda la compagnia teatrale MusellaMazzarelli con cui scrive\, dirige e interpreta diversi spettacoli. La Compagnia si afferma negli anni come una delle più interessanti realtà italiane\, vincendo nel 2010 il premio IN-BOX per Figlidiunbruttodio\, nel 2014 il Premio della Critica ANCT per La società\, nel 2016 il premio HYSTRIO alla drammaturgia per Strategie Fatali. Nel 2017 insieme a Lino Musella e Monica Nappo vince il Premio Enriquez come miglior attore per Orphans di Dennis Kelly. Oltre al teatro Mazzarelli ha preso parte a diverse pellicole cinematografiche\, lavorando con registi quali Paolo Sorrentino (La grande bellezza)\, Silvio Soldini (3/19)\, Michele Placido (Vallanzasca)\, Gipi (L’ultimo terrestre)\, Mario Martone (Noi credevamo)\, Renato De Maria (Italian gangsters)\, Laura Chiossone (Genitori quasi perfetti). Ha inoltre preso parte a diversi film e serie per la televisione\, tra cui 1994 (serie SKY diretta da Giuseppe Gagliardi)\, La porta rossa (serie RAI diretta da Gianpaolo Tescari)\, È arrivata la felicità (serie RAI diretta da Riccardo Milani e Francesco Vicario)\, Rossella (serie RAI diretta da Carmine Elia)\, L’assalto (film TV diretto da Ricky Tognazzi)\, Hache (serie Netflix diretta da Jorge Torregrossa e Fernando Trullols)\, Blocco181 (serie SKY diretta da Ciro Visco). \nTEATRO MENOTTI\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA:\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo \nAcquisti online\nCon carta di credito su www.teatromenotti.org \nORARI SPETTACOLI:\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:QUANDO LE PORTE DELLE CASE RESTERANNO DI NUOVO APERTE
DESCRIPTION:Foto di scena: Quando le porte delle case resteranno di nuovo aperte © Nutrimenti Terrestri\nuna creazione also.known.as.\ntesto e messa in scena Simone Corso\ndramaturg Jovana Malinarić\ncon Carmelo Crisafulli\, Paola Francesca Frasca\nsenza Annibale Pavone\ncollaborazioni artistiche Gabriele Anzaldi\, Luca D’Arrigo\, Simone Cammarata \nproduzione Nutrimenti Terrestri\ncon il sostegno del Comune di Patti e di Fondazione Orestiadi di Gibellina \nVincitore del Premio #cittàlaboratorio – Orestiadi di Gibellina 2022\nPremio Renato Palazzi – Tindari Festival 2022\nFinalista Borsa teatrale Anna Pancirolli 2022\nFinalista InBox 2023 \nNel maggio del 2019 Antonio Stano morirà all’ospedale di Taranto dopo aver passato giorni dentro casa senza sfamarsi. A Manduria\, dove abitava\, Antonio era chiamato il Pazzo e questo bastava a tutti gli altri per “collocarlo” all’interno della comunità\, riducendone il suo ruolo\, nei risvolti più tragici di questa vicenda\, a quello d’oggetto del giogo d’una squadra di giovani tra i 16 e i 22 anni che lo perseguitavano col fine di poter filmare e condividere su WhatsApp le loro azioni. Antonio\, per sfuggire loro\, si era chiuso dentro casa senza più mettere piede fuori. \nQuando le porte delle case resteranno di nuovo aperte prende forma da questa vicenda senza volerne tracciare la cronaca\, ma cercando piuttosto di indagare le dinamiche sociali che la connotano: i beni di consumo e la cultura audiovisiva prima\, i social poi\, sono lentamente entrati a far parte di noi stessi\, del modo in cui ci rapportiamo gli uni agli altri\, col rischio pressante di marginalizzare il singolo dentro la sola forma dello spettatore\, chiuso dietro delle porte sbarrate a fare da guardia ai propri averi o dietro degli schermi dietro cui imparare a recitare un nuovo sé stesso. \nNOTE DI REGIA:\nI mutamenti sociali che hanno coinvolto la nostra società dal primo dopoguerra sino ad oggi (con l’espandersi delle reti di comunicazione\, i media sempre più presenti e aderenti al nostro quotidiano\, il linguaggio pubblicitario che\, col tempo\, è andato via via a conformare significati e problematiche alle categorie della brevità e della semplificazione) hanno influito sull’acuirsi delle differenze sociali e sfibrato i lacci che ricamano il tessuto della comunità cui ognuno di noi appartiene. Il potere dell’avere premia il singolo omologando\, di contro\, tutti\, su una stessa scala di bisogni.\nNel mondo degli spett-autori\, in cui continuamente tutti guardiamo e produciamo contenuti\, rappresentiamo e auto-rappresentiamo la nostra vita\, lo spettacolo sceglie di mettere l’accento su questo cambiamento culturale della nostra epoca imbastendo un dialogo onesto tra scena e platea che tenta di far diventare l’evento teatrale un’occasione assembleare di indagine e confronto oltre che di spettacolo. \nORARI SPETTACOLO:\nvenerdì 23 Febbraio – 19:00\nsabato 24 Febbraio – 19:00\ndomenica 25 Febbraio – 16:30
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SUMMARY:STORIA DI UNA CAPINERA di Giovanni Verga
DESCRIPTION:Foto di scena: Storia di una capinera © Francesco Maria Attardi\nENRICO GUARNERI e NADIA DE LUCA \nPrima Milanese \nProduzione Teatro Abc Catania – Ass. Progetto Teatrando\nRegia Guglielmo Ferro\nCon Enrico Guarneri e Nadia De Luca\nCon la partecipazione straordinaria di Emanuela Muni  \nE (in ordine alfabetico) \nRosario Marco Amato – Verdiana Barbagallo – Federica Breci \nAlessandra Falci – Elisa Franco – Loredana Marino – Liborio Natali \nRegista collaboratore Giampaolo Romania \nScene Salvo Manciagli – Musiche Massimiliano Pace – Costumi Sartoria Pipi  \nDurata spettacolo 90’ con intervallo \n\nStoria di una capinera\, in scena al Menotti dal 13 al 18 febbraio\, è la passionale narrazione della novizia Maria con il riadattamento di Micaela Miano\, per la messinscena di Guglielmo Ferro\, che ne ricodifica la struttura drammaturgica del romanzo per fare emergere il rigido impianto culturale e umano delle famiglie dell’epoca.\nLa vicenda si concentra su un unico nucleo narrativo: la storia della povera Maria\, raccontata attraverso le lettere che scrive ad una compagna di convento (Marianna). Il cambiamento interiore di Maria nasce da una sua provvisoria liberazione\, dal contatto con la natura\, dal suo ritrovarsi con la famiglia nelle terre di Monte Ilice mentre a Catania infuria il contagio del colera. “Il mio pensiero non è imprigionato sotto le oscure volte del coro\, ma si stende per le ombre maestose di questi boschi\, per tutta l’immensità di questo cielo e di quest’orizzonte…”\nLa storia si snoda tutta sul filo di un progressivo itinerario spirituale: quella esperienza fa sorgere in lei il senso d’una vita più libera e aperta\, e l’avvia a concepire una crescente avversione per l’ambiente conventuale dove ha trascorso da educanda gli anni dell’adolescenza. Di qui\, scopre l’amore. Il giovane Nino è l’idolo un po’ sfocato che accende nella protagonista la fiamma di una passione inestinguibile. Ma il rapporto è troncato sul nascere dall’intervento dei familiari: Nino sposerà la sorella di Maria (Giuditta)\, acconciandosi a un matrimonio giudizioso e senza fantasticherie. Maria sarà costretta a rientrare in convento dove si spegnerà dopo una lunga e penosa agonia.\nTimida e fragile come una capinera\, e rinchiusa come l’uccellino in gabbia\, fra le grigie mura di un convento: così è Maria\, nel celebre romanzo epistolare di Giovanni Verga\, che regala un affresco della Sicilia borghese ottocentesca\, ma anche un toccante esempio di scrittura introspettiva\, di critica sociale\, di partecipazione per il destino dei più deboli… “Storia di una capinera” – di cui rimane memorabile la versione cinematografica di Franco Zeffirelli – arriva a teatro con il nuovo allestimento a cura del regista Guglielmo Ferro e\, fra gli interpreti\, Enrico Guarneri e Nadia De Luca. \nNOTE DI REGIA:\nEcco perché l’ho intitolata Storia di una Capinera\, così Giovanni Verga introduce il suo romanzo epistolare\, una di quelle intime storie\, che passano inosservate tutti i giorni\, storia di un cuore tenero\, timido\, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera\, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto. \nPerché\, se Maria è vittima\, non lo è dell’amore peccaminoso per Nino che fa vacillare la sua vocazione\, ma lo è del vero peccatore ‘verghiano’ che è il padre Giuseppe Vizzini.\nGiuseppe che\, rimasto vedovo\, manda in convento a soli sette anni la primogenita\, condannandola all’infelicità.  Un uomo che per amore\, paura e rispetto delle convenzioni causa a Maria la morte del corpo e dello spirito. È sul drammatico rapporto padre figlia\, sui loro dubbi e tormenti che si mette in scena la storia della Capinera.  La stanza del convento è il centro della scena\, Maria non esce da quella prigione\, e il padre Giuseppe ne è il carceriere. Entrambi dolorosamente vittime e carnefici. Ogni evento che deflagra nella mente di Maria\, ogni personaggio altro che scardina il viaggio del noviziato di Maria\, sono gli elementi drammaturgici per sviscerare il dramma interiore di un padre che finisce per uccidere la figlia. È il racconto di legami infelici\, di dinamiche familiari per noi oggi impossibili da immaginare ma che Verga racconta con l’inesorabilità di una condanna.\nNon c’è redenzione per Maria\, non c’è redenzione per il padre Giuseppe\, e nemmeno per noi. Perché la redenzione non appartiene alla Sicilia di Giovanni Verga.\n(Guglielmo Ferro) \nTEATRO MENOTTI:\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA:\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online\nCon carta di credito \nORARI SPETTACOLI:\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:Torna UCCELLI di ARISTOFANE
DESCRIPTION:Foto di scena: Uccelli di Aristofane © Gianfranco Ferraro\nProduzione TieffeTeatro Milano \nAdattamento e regia Emilio Russo \nCon Enrico Ballardini\, Camilla Barbarito\, Giulia D’Imperio\, Nicolas Errico\, Claudio Pellegrini\, Maria Vittoria Scarlattei\, Emilia Scatigno\, Jacopo Sorbini\, Chiara Tomei \nVoce Camilla Barbarito\nProduzione e arrangiamenti musicali Fabio Marconi\nScene Francesco Fassone\nCostumi Pamela Aicardi \nInterventi di teatro d’ombra della Compagnia Controluce \nDurata spettacolo 100’ con intervallo \nRecensione di Claudio Elli del 1° febbraio 2019 \nTorna in scena al Menotti dal 1°all’11 febbraio Uccelli\, la commedia senza tempo di Aristofane che il regista Emilio Russo ha realizzato intrecciando parole e musica e affidandosi a una compagnia di giovani e talentuosi attori. \nPisetero ed Evelpide\, cittadini ateniesi\, decidono di lasciare la polis per andare in cerca di un posto dove trascorrere la vita senza grattacapi\, lontano dai meccanismi complicati della vita sociale e istituzionale di Atene.\nIn un immaginario luogo tra terra e cielo\, lontano da noie e dispiaceri\, i due realizzano un sogno utopico: quello di una città che rinnovi la perduta età dell’oro\, quando gli uccelli\, più antichi di Crono e dei Titani\, padroni del tempo\, erano sovrani di una patria dolce e materna\, senza leggi né violenza. \nSpettacolo vincitore del Premio Nazionale Franco Enriquez 2019\, sezione migliore adattamento e regia. \n«Aristofane nella Grecia del 414 A.C.\, mentre il suo mondo si sgretola tra guerre e scontri ideologici e generazionali\, riesce a fermare il tempo\, a cercare una via di fuga nell’immaginario\, a disegnare un impossibile mondo possibile. Uomini e Dei accumunati da corruzione e avidità\, saranno da ora in poi divisi da Nubicuculia\, la città costruita sulle nuvole\, e dal sogno di libertà e partecipazione degli uccelli suoi abitanti\, che decideranno per una vita senza leggi e senza denaro.\nSarà proprio in questo “spazio”\, quello della voglia di cambiamento\, quello della rivoluzione possibile\, quello delle pulsioni adrenaliniche\, che proveremo a raccontare il capolavoro del più grande poeta comico della commedia classica.\nUn racconto senza tempo\, attualizzato nel linguaggio\, tra Cervantes\, George Orwell e Alfred Jarry\, ma anche Totò\, eppure con estrema fedeltà alle dinamiche e agli intrecci dei personaggi originari. \nIn scena una compagnia di giovani interpreti tra parole e musica in uno spettacolo che restituisce la forza comica e le emozioni della straordinaria e controversa opera del grande poeta ateniese. Per il racconto/viaggio dei due “profughi” alla ricerca della città e della vita ideale utilizzeremo diversi linguaggi\, dal teatro d’ombre\, al canto\, al movimento all’interno di una scenografia che richiama gli spalti di un teatro antico\, specchio della platea reale in un gioco ad incastro tra il tempo e lo spazio».\nEmilio Russo  \nPREZZI\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita \nTEATRO MENOTTI\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online Vivaticket \nCon carta di credito su www.teatromenotti.org \nORARI SPETTACOLI\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:INTERNO BERNHARD di Thomas Bernhard
DESCRIPTION:Foto di scena: Glauco Mauri – Interno Bernhard © Manuela Giusto\nMinetti. Ritratto di un artista da vecchio\nCon Glauco Mauri\, regia di Andrea Baracco\nTeatro Strehler\, dal 23 al 28 gennaio \nGiovedì 25 gennaio\, ore 17\, al Chiostro Nina Vinchi\nPresentazione del libro\nLE LACRIME DELLA DUSE – Ritratto di un artista da vecchio \nIn attesa di portare in scena\, per l’ultima volta\, il suo celebre Re Lear\, un attore anziano e disilluso si abbandona ai ricordi e alle spietate riflessioni sulla sua professione: al Teatro Strehler\, dal 23 al 28 gennaio\, guidato da Andrea Baracco\, Glauco Mauri affronta per la prima volta il teatro tragicomico e crudele di Thomas Bernhard \nDurante la notte di Capodanno\, in un’anonima hall d’albergo\, il celebre attore Bernhard Minetti\, ormai anziano e disilluso\, attende di indossare per l’ultima volta i panni di Re Lear. Si abbandona così ai ricordi\, alle riflessioni sulla propria vita\, sul mestiere d’attore\, sugli intriganti meccanismi del mondo teatrale\, manifestando tutto il suo odio per la letteratura classica ed esprimendo giudizi spietati su una società sempre più confusa e su un teatro sempre più privo di senso…\nDall’alto di una carriera di oltre settant’anni\, trascorsa tra i capolavori di Shakespeare\, Beckett\, Sofocle e Dostoevskij\, Glauco Mauri giunge a confrontarsi con la scrittura di Thomas Bernhard.\n«La scena su cui si aprono le pagine o si levano i sipari di Bernhard – spiega il regista Andrea Baracco – è quella del day after: l’esplosione è già avvenuta\, è ormai lontana. Il mondo\, intatto solo in apparenza\, è scardinato in profondità: follia\, gelo\, malattia e devastazione; ruota come impazzito seguendo un’orbita indecifrabile e assurda\nIl superstite\, con facoltà di parola\, si pone di fronte a questo caos\, a questo perturbamento: tenta di decifrarlo\, di contrapporglisi\, persegue questo scopo con folle determinazione\, pur essendo conscio che porterà soltanto alla dissoluzione fisica e mentale. L’unica possibilità di sopravvivenza sembra essere allora la ricerca della perfezione in campi che fino a poco tempo fa erano il luogo della bellezza\, del senso: il teatro\, la musica\, la letteratura\, la filosofia». \nGiovedì 25 gennaio\, alle ore 17\, al Chiostro Nina Vinchi\, si terrà la presentazione del libro LE LACRIME DELLA DUSE – Ritratto di un artista da vecchio. Intervengono Glauco Mauri e Mauro Palladini. Modera Anna Piletti.\nL’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria sul sito del Piccolo Teatro \nPiccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza)\, dal 23 al 28 gennaio 2023\nInterno Bernhard\nMinetti. Ritratto di un artista da vecchio\ndi Thomas Bernhard\ntraduzione di Umberto Gandini\ncon Glauco Mauri\ne con Stefania Micheli\, Federico Brugnone\, Danilo Capezzani\, Francesca Trianni\, Pietro Bovi\, Giuliano Bruzzese\nregia Andrea Baracco\nscene e costumi Marta Crisolini Malatesta\nmusiche Giacomo Vezzani\, Vanja Sturno\nluci Umile Vainieri \nproduzione Compagnia Mauri Sturno \nOrari: martedì\, giovedì e sabato\, ore 19.30; mercoledì e venerdì\, ore 20.30; domenica\, ore 16.\nDurata: 60 minuti senza intervallo\nPrezzi: platea 33 euro\, balconata 26 euro\nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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SUMMARY:ZIO VANJA (scene di vita) di Anton Cechov
DESCRIPTION:  \nMTM Teatro Litta –  dall’11 al 28 gennaioe 2024 \ntraduzione e adattamento Fausto Malcovati  \nda un’idea di Antonio Syxty \nregia di Antonio Syxty e Claudio Orlandini   \ncon Fernanda Calati\, Gaetano Callegaro\, Margherita Caviezel\, Pietro De Pascalis\, Maurizio Salvalalio\, Debora Virello \nscene Guido Buganza \ncostumi Valentina Volpi  \nquadri in scena di Aurelio Gravina \ndisegno luci Fulvio Melli  \ndirezione di produzione Elisa Mondadori  \nproduzione Manifatture Teatrali Milanesi \n  \nFoto di scena: Zio Vanja – MTM Teatro Litta\, regia di Antonio Syxty e Claudio Orlandini © Fabio Benato\n  \nZio Vanja dall’11 gennaio 2024 al Teatro Litta\, con tutta la verità\, l’onestà e il destino di questa scelta che è anche una prova di vita teatrale \nUn progetto anomalo e fuori dalle convenzioni della pratica consueta: da un’idea di Antonio Syxty\nregia Antonio Syxty e Claudio Orlandini \nAntonio Syxty ha sempre manifestato un talento artistico poliedrico. Dalle opere su carta negli anni ’70 alla art-performance\, nel decennio successivo il suo percorso si orienta verso il teatro\, trasformandolo in una piattaforma comportamentale e capace di sfidare i confini dell’identità fra realtà e finzione. \n…Non avevo un’idea di regia.  Non perché mi mancassero le idee\, ma perché non volevo averla… \nUn gruppo di attori riuniti nella vita dalla missione di insegnare il teatro alle nuove generazioni attraverso una scuola.\nLo fanno tutti i giorni da molti anni\, quando un giorno arrivo io – un uomo che nella vita non ha fatto l’attore o il formatore\, ma solo il regista – e propongo loro di impersonare quelle scene di vita che ci sono in Zio Vanja di Anton Cechov\, uno dei capolavori del teatro contemporaneo.\nCosì è nata la mia idea. Un’idea semplice: quella che Pietro De Pascalis potesse incaricarsi di essere Zio Vanja\, e procedendo in questa via Debora Virello potessero essere Sonja\, Fernanda Calati potesse essere Marina (la balia) e Maurizio Salvalalio potesse incaricarsi di essere Astrov.\nQuesto gruppo di persone sono stati e sono tuttora anche attori\, ma soprattutto formatori\, testimoni di un mestiere come è quello del teatro.  Queste persone sono gli insegnanti di una scuola che esiste da 50 anni a Milano: Grock Scuola di Teatro. Tutto qui.\nMancavano però – nella compagine dei personaggi di Zio Vanja –  i due “estranei”\, che si rivelano tali anche nella narrazione di Cechov: il Professore (in pensione) Serebrjakov e la sua giovanissima moglie Elena Andreevna. E così sono entrati a far parte di questa “riunione di famiglia” Gaetano Callegaro (attore\, ma anche Presidente della Cooperativa che ha in carico la scuola) e Margherita Caviezel (una allieva diplomata dalla stessa scuola\, nel 2022).\nE così mi sono chiesto: potrà succedere che “la vita vera”\, condivisa attraverso il teatro come destino\, pratica e lavoro diventi la vita che Cechov racconta in quelle scene di campagna che io arbitrariamente (ma non tanto) ho chiamato scene di vita?\nPer fare tutto questo avevo bisogno di un “complice” che li conoscesse – come persone e come attori – molto più di me. Per questo ne ho parlato con Claudio Orlandini\, votato anche lui all’insegnamento\, che nella vita ha fatto e fa il regista.\nAlla fine di questo “incontro nella vita” ci saranno le rappresentazioni in un teatro\, come molte altre già fatte\, tante volte\, da altri attori\, in altri teatri. Ma questa rappresentazione di Zio Vanja sarà diversa perché nata dai rapporti della vita vera di coloro che hanno deciso di raccontarsi attraverso i personaggi del più grande autore contemporaneo del teatro moderno…” \nPerché Zio Vanja di Cechov?\nPiù di 20 anni fa mi ero avventurato con coraggio in un Giardino dei ciliegi al Teatro Litta di Milano. Ho usato la parola “coraggio”\, ma a distanza di tempo potrei aggiungere anche la parola ‘incoscienza’\, anche se fu uno spettacolo riuscito per il pubblico e per la critica di allora. Lo ricordo con affetto e piacere. Credo\, a distanza di anni\, che fosse anche un buon lavoro.\nQualche anno dopo Il Giardino mi sono messo in testa che potevo portare in scena anche il Gabbiano. E ci ho provato\, ma non so se ci sono riuscito. Lo ricordo come uno spettacolo che non so giudicare ancora oggi (se mi era piaciuto o no).  Mi piacevano alcune scene nell’ insieme\, le ombre degli attori proiettate a testa in giù su un grande velario che sovrastava la scena\, e poi alcuni altri momenti che mi avevano ispirato (dalla scena nel deserto di Zabriskie Point di Antonioni al Gabbiano cinematografico di Bellocchio\, forse).\nIn genere non conservo nella memoria tutti gli spettacoli che ho fatto. Amo anche dimenticarli. \nE allora perché Zio Vanja\, dopo le esperienze a cui ho accennato?\nUna ragione è quella del “tempo”.\nIn Cechov c’è il rapporto con il tempo che è misterioso e determinante. Il tempo nel suo scorrere degli anni\, le età\, gli avvenimenti. Ma anche il tempo delle stagioni e quello atmosferico con temporali\, schiarite\, piogge\, sole\, afa.\nE poi c’è lo scorrere del tempo attraverso le ore del giorno e della notte\, quando non si riesce a dormire e si parla\, ci si lamenta\, si fanno discorsi di “bassa filosofia”.\nAttraverso i suoi drammi\, attraverso le battute dei suoi personaggi\, Cechov crea delle sinfonie. Cechov è un compositore dei movimenti dell’animo umano e riesce a farlo suonare (e risuonare) come nessuno scrittore moderno di teatro ha mai fatto.\nLe sue battute sono note musicali che procedono in minuetti\, in assoli\, in concertati\, che si ripetono\, si avvicendano in variazioni sullo stesso tema\, fino a commuovere l’animo di chi ascolta\, in accordo con quello di chi racconta e parla di sé.\nIl guaio di noi che lo abbiamo messo in scena – con più o meno frequenza – nel comportamento del palcoscenico è quello di aver pensato con insistenza di dare vita e forma solo ai personaggi creati da Cechov e non alle loro anime\, che sono imprendibili\, sfuggenti\, ma drammaticamente vere\, reali\, come sono quelle di chi è seduto in sala.\nIl più delle volte Cechov lo si affronta pensando di avere già un’idea. Alla fine quell’idea si rivela solo una banale convenzione derivata da un teatro borghese\, solo parlata e non vissuta\, che si è sedimentata nel corso dei decenni\, nelle numerose messe in scena dei suoi drammi…\nAntonio Syxty \nZio Vanja (in russo Дядя Ваня?\, Djadja Vanja) dramma scritto nell’autunno del 1897 di Anton Pavlovič Čechov. È considerata una delle sue opere più importanti.\nÈ uno dei capolavori assoluti del teatro cechoviano. Nei quattro atti si intrecciano le monotone conversazioni e le banalissime vicende di un gruppetto di personaggi. La ricostruzione minuziosa di atmosfere sospese e vagamente inquietanti\, l’indifferenza abulica dei personaggi intorno agli eventi\, l’indefinito senso di attesa di una catastrofe incombente rendono questo testo una geniale anticipazione della drammaturgia novecentesca. \nLa commedia intreccia temi ricorrenti nelle opere maggiori di Čechov\, basta guardare i personaggi: Zio Vanja amministra la tenuta del professor Serebrjakov\, dove vive con la madre e con Sonja\, figlia di primo letto del professore. Zio e nipote vivono una vita di lavoro e di affetti silenziosi e rinuncia alle speranze segrete. Quando il professore arriva con la sua seconda moglie Elena\, la vita di campagna viene turbata: emergono le frustrazioni di Elena\, delusa dalla vanità presuntuosa del marito\, ma decisa a non rispondere all’amore di Vanja e al corteggiamento del dottor Astrov\, di cui è segretamente innamorata Sonja. \nAll’amarezza delle illusioni (di Sonja\, di Elena\, di Vanja e del dottore) si accompagna una riflessione di fondo sul senso della vita degli individui e sulle trasformazioni sociali (e anche sul rapporto fra uomo e natura). Quando Elena e il professore torneranno alla loro vita cittadina\, ai più consapevoli Vanja\, Sonja e Astrov\, ecologista profetico\, non resterà che tornare al silenzio operoso e rassegnato della loro solitudine. \nTeatro Litta\nmartedì/sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30\nintero € 30\,00 – convenzioni € 24\,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 24\,00 – Under 30 e Over 65 € 17\,00 – Università € 17\,00 – scuole di Teatro € 19\,00 – scuole civiche Fondazione Milano\, Piccolo Teatro\, La Scala e Filodrammatici € 11\,00 – Scuole MTM € 10\,00 – ridotto DVA € 15\,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO \ndurata: 90 minuti \nInvito a Teatro Manifatture Teatrali Milanesi \nInfo e prenotazioni biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45\nScarica l’App di MTM Teatro e acquista con un clic \nAbbonamenti: MTM Serendipity\, MTM Serendipity Over 65\, MTM Serendipity Under 30 x2\, MTM Serendipity Under 30 x4\, MTM Il piacere di sorridere. \nBiglietti sono acquistabili sul sito www.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita vivaticket.it.\nI biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
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SUMMARY:LA NOTTE di Pippo Delbono
DESCRIPTION:Foto: Pippo Delbono – La Notte © Lorenzo Porrazzini © Tieffe Milano\nProduzione Tieffe Teatro Milano \nUno spettacolo-concerto di  Pippo Delbono \nDa La nuit juste avant les forêts di Bernard-Marie Koltès \nCon Pippo Delbono \nMusiche Piero Corso \nDelbono\, in scena al Menotti dal 9 al 14 gennaio\, si confronta per la prima volta con un autore come Bernard-Marie Koltès dando voce alla sua versione di ‘La notte poco prima della foresta’\, testo che irruppe per la prima volta ad Avignone nel 1977 e restò una voce lancinante nella scrittura contemporanea fino alla morte di Koltès\, scomparso prematuramente nel 1989. \nUn viaggio quasi autobiografico per Delbono che apre la serata con una lettera di François Koltès\, fratello di Bernard- Marie\, da cui l’artista ligure ha ricevuto il consenso a tagliare\, operare\, quasi stracciare il testo originale per intrecciare due vite e due voci. \nUn monologo forte\, intenso\, provocatorio\, rabbioso che Delbono\, accompagnato dalla chitarra di Piero Corso\, interpreta con grande musicalità\, modulando voce\, toni e ritmi.  La Notte si chiude con una lettera di Bernard-Marie alla madre: alla critica di pensare quasi soltanto al sesso\, l’autore risponde rivendicando il suo concetto di amore\, usando parole aspre\, dolci e malinconiche per esprimere un sentimento di resistenza al nonsense del mondo che ci circonda. \nPIPPO DELBONO BIOGRAFIA\nAutore\, attore e regista\, Pippo Delbono nasce a Varazze nel 1959. Negli anni ‘80 fonda la Compagnia Pippo Delbono\, dando vita a numerosi spettacoli che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. L’incontro con persone in situazioni di emarginazione e diversità determina una svolta nella sua ricerca. Nasce così Barboni – Premio Speciale UBU nel 1997 “per una ricerca condotta tra arte e vita”. Da oltre vent’anni gli spettacoli realizzati con la sua Compagnia in un flusso di ricerca continua fra teatro\, poesia\, musica\, cinema e danza\, sono presentati in prestigiosi teatri e festival di tutto il mondo\, inclusi il Festival d’Avignon\, la Biennale di Venezia\, l’Holland Festival\, l’Hong Kong Arts Festival\, il Festival de Otoño\, il Festival Grec di Barcellona\, il Theater Spektakel di Zurigo\, il Wiener Festwochen\, il Festival TransAmeriques di Montréal: Il tempo degli assassini\, La rabbia\, Guerra\, Esodo\, Gente di plastica\, Urlo\, Il silenzio\, Racconti di giugno\, Questo buio feroce\, La menzogna\, Dopo la bataglia\, Orchidee\, Vangelo\, La gioia  e la co-produzione internazionale Amore nata in Portogallo nel 2021 e da allora in tournée insieme a La gioia che dal 2018 è in tournée in tutto il mondo – fin ora lo spettacolo è stato presentato in 17 Paesi\, 53 città per un totale di 128 recite.\nNel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006)\, La paura (Festival di Locarno 2009)\, Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011)\, Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand)\, Sangue (66° Festival di Locarno)\, La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017).\nNella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007)\, Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan\, Polonia 2014)\, Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014)\, La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu\, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni\, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso.\nHa pubblicato Barboni – Il teatro di Pippo Delbono\, Racconti di giugno\, Corpi senza menzogna\, Dopo la battaglia – scritti poetico-politici\, Sangue. Dialogo tra un artista buddista e un ex terrorista tornato in libertà\, L’uomo che cadde sulla terra\, Le don de soi. Ha ottenuto il Premio Speciale Ubu per Barboni\, il Premio della Critica per Guerra\, i Premi Olimpici per Gente di plastica e Urlo\, a Wroclaw\, Polonia (2009)\, il Premio Europa per le nuove realtà teatrali\, nel 2022 lo spettacolo Amore vince il Premio Speciale della Giuria del Festival MESS di Sarajevo per le scene e per le luci. Nel 2021 Pippo Delbono riceve un Premio alla Carriera all’International Theatre Festival IKSV di Istanbul nel 2021. \nTEATRO MENOTTI\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online\nCon carta di credito su www.teatromenotti.org \nORARI SPETTACOLI\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:IL CANTO DI NATALE
DESCRIPTION:Foto di scena: Il canto di Natale © Carlo Colla & Figli\nPiccolo Teatro Studio Melato \nliberamente tratto dal racconto di Charles Dickens\nriduzione per marionette su appunti di Eugenio Monti Colla\nmusica originale di Danilo Lorenzini \nnuove sculture\, scene e luci di Franco Citterio\ncostumi di Maria Grazia Citterio e Cecilia Di Marco \ndirezione tecnica di Tiziano Marcolegio \nregia di Franco Citterio e Giovanni Schiavolin \nvia Rivoli\, 6 – Milano\nM2 Lanza \ndal 28 dicembre 2023 al 7 gennaio 2024\ngiovedì 28 dicembre 2023 – ore 19:30 \nda venerdì 29 dicembre 2023 a domenica 7 gennaio 2024 – ore 16:00\nlunedì 1° gennaio – riposo \nbiglietti\nda 10€ a 25€\nwww.piccoloteatro.org \ndurata\n75’ senza intervallo \ni marionettisti\nFranco Citterio\, Maria Grazia Citterio\, Piero Corbella\, \nCamillo Cosulich\, Debora Coviello\, Carlo Decio\, Cecilia Di Marco\,\nMichela Mantegazza\, Tiziano Marcolegio\, Pietro Monti\,\nGiovanni Schiavolin\, Paolo Sette \nvoci recitanti (edizione registrata nel 2023)\nLoredana Alfieri\, Marco Balbi\, Maria Grazia Citterio\,\nLorella De Luca\, Carlo Decio\, Lisa Mazzotti\, Gianni Quillico\,\nRiccardo Peroni\, Franco Sangermano\, Giovanni Schiavolin \nmusicisti (edizione registrata nel 2023)\nMattia Bossio\, pianoforte; Lorenza Merlini\, viola;\nAntonio Papetti\, violoncello; Rita Pepicelli\, violino;\nFausto Polloni\, fagotto; Carlotta Raponi\, flauto e ottavino\nPaolo Sartori\, clarinetto in Sib \ncanto\nMichela Mantegazza \ncoordinamento musicale\nDaniele Sozzani Desperati \ndirezione tecnica musicale\nLuca Volontè \nPaolo Sportelli: tecnico di registrazione presso Il borgo della Musica \nNuova produzione 2023\nASSOCIAZIONE GRUPPORIANI \nComune di Milano – Teatro convenzionato\nNext – Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo \nIl canto di Natale è uno dei racconti più iconici che narrano la magica notte che è divenuta\, col tempo\, un momento atteso da tutti i popoli e da tutte le culture\, laiche o credenti. Anche le marionette della Carlo Colla & Figli\, con il loro repertorio\, hanno avuto modo di raccontare la trasversalità di questo avvenimento dell’anno da tutti atteso come evento che scuote gli animi e le sensibilità umane. Così\, dopo gli spettacoli storici La capanna di Betlemme e I nani burloni e dopo il più recente Lo schiaccianoci\, i piccoli attori di legno adottano uno dei racconti più famosi che Charles Dickens scrisse nel 1844 e che da allora è stato spunto per innumerevoli versioni e interpretazioni. \nLa trama non racconta le sacre vicende religiose o le straordinarie situazioni attorno a maghi ed elfi che abitano attorno alla dimora di Papà Natale. Tantomeno di situazioni che scaturiscono dalla fantasia dei bimbi incantati dal mondo dei balocchi e dei giochi. Questa parabola narrativa descrive insieme le straordinarie “voci” che risuonano in questa particolare notte e gli effetti che queste possono avere sulla natura dell’essere umano e\, quando ascoltate\, possono condurre anche per il più terribile\, cinico e avaro animo a una mutazione per essere migliori. \nMantenendo la struttura pentapartita del racconto pensato dall’autore\, le marionette si calano nei panni del vecchio bisbetico imprenditore Ebenezer Scrooge e dei personaggi che attorno a lui si muovono\, disegnando i caratteri\, le personalità e i temperamenti della società che Dickens ha sempre indagato e descritto. \nAl protagonista\, nel cammino di presa di coscienza della realtà e di mutamento della propria indole\, fanno da contrappunto personaggi come spettri e fantasmi frutto dell’immaginazione e della fantasia che la penna dell’autore ha saputo creare e che difficilmente possono trovar riscontro nelle comuni messe in scena teatrali. \nLa realtà parallela e atemporale del mondo delle marionette\, proprio come quella mostrata dallo “Spirito del Natale passato”\, quello “presente” e quello “futuro” pensati da Dickens\, accompagnano i protagonisti\, come gli spettatori\, in una sorta di camera degli specchi che permette di guardare e scrutare il proprio io per conquistare una presa di coscienza propedeutica e introspettiva. \nAnche in questo nuovo allestimento\, ogni “carattere” diviene “maschera”\, ogni ambiente\, realistico od onirico che sia\, diviene illusione e ogni situazione si sublima nell’incanto e nella “maraviglia” dell’oggetto inanimato che prende vita. \nInfine\, qualche numero:\nin totale sono coinvolti nell’operazione 134 individui di cui 34 umani (14 marionettisti\, 12 musicisti\, 8 attori) e un centinaio di teste di legno\, delle quali 40 realizzate ex novo\, con relativi costumi. Le scene dipinte totalizzano 360 metri quadri di superficie\, per realizzare una ventina di situazioni sceniche differenti.
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