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SUMMARY:Cure di masturbazione per rimanere sano\, ovvero  IL RE DEL PLAGIO di Jan Fabre
DESCRIPTION:Foto di scena: Roberto Trifirò © Angelo Redaelli © Teatro Out Off\nDal 19 febbraio al 9 marzo \nTeatro Out Off\, Milano  \nPRIMA NAZIONALE  \nRegia\, interpretazione Roberto Trifirò\nScene\, costumi\, luci Gianni Carluccio\nTraduzione e drammaturgia Roberto Trifirò\nAssistente alla regia Tommaso Di Pietro\nTecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri\nProduzione Teatro Out Off \nDebutta in prima nazionale\, mercoledì 19 febbraio al Teatro Out Off\, Cure di masturbazione per rimanere sano\, ovvero IL RE DEL PLAGIO di Jan Fabre\, monologo con la regia\, l’adattamento drammaturgico e l’interpretazione di Roberto Trifirò. Prosegue così la quarantennale relazione tra l’opera e la poetica del regista fiammingo e il Teatro Out Off diretto da Mino Bertoldo; iniziato nel 1985 e mai interrotto\, questo legame si è ulteriormente rinforzato nel 2023\, con l’ospitalità in prima nazionale al Teatro Out Off di Peak Mytikas. (On the top of Mount Olympus) e\, nel 2024\, con il Festival Fabre\, oltre che con numerose produzioni del Teatro Out Off su testi di Fabre. E proprio uno dei suoi monologhi “manifesto” sull’arte e sulla sua idea di posizione dell’artista nel mondo porta in scena Roberto Trifirò dal 19 febbraio al 9 marzo: con il testo Il re del plagio Fabre propone una profonda riflessione sul tema dell’autenticità\, reiterando il credo artistico della sua opera. Il re del plagio è l’artista-ciarlatano\, che difende l’imitazione come strumento di bellezza e di fragilità per creare arte e\, allo stesso tempo\, per plasmare la propria identità artistica. Un testo di metateatro\, in cui Fabre smaschera l’artificio scenico e rigetta radicalmente il concetto di originalità come assioma artistico. \nCome un imperatore\, l’attore-re si rivolge frontalmente al pubblico\, con lo scopo di sedurlo: in modo ingenuo e spontaneo gli chiede di rispettarlo\, stimarlo e accettarlo; si mette alla prova\, ricerca\, ripete. Il re del plagio è un angelo che vuole diventare uomo\, che vuole rinunciare alla sua immortalità ed essere ascoltato da un tribunale composto da “scimmie chiacchierine” – perché è così che vede gli umani- per giustificarsi\, difendersi ed essere ammesso nell’olimpo dell’umanità. Per riuscirci\, ha dovuto prima di tutto imparare a “parlare con le parole degli altri”\, a plagiare appunto. \nIl testo\, riadattato e interpretato da Roberto Trifirò\, ha più livelli di lettura: la caduta dell’angelo\, la genesi dell’uomo\, la riflessione sull’imitazione in generale e\, più concretamente\, sull’imitazione nell’arte\, e infine\, l’elogio dell’intertestualità. Il tema della copia e della falsificazione non sono nuovi nell’opera di Fabre: ne Il re del plagio\, che forma un dittico con L’imperatore della perdita del 1994\, la genesi dell’uomo è chiaramente associata alla sua capacità d’imitazione. Il testo riflette anche sul dualismo tra l’arte in quanto creazione ex nihilo (romanticismo e modernismo) e l’arte in quanto cultura mimetica (rinascimento e post-modernismo). \n«L’uomo non si crea mai a partire dal niente\, ma attraverso l’esempio di altri esseri umani. L’uomo è per definizione “cultura”\, e non “natura originale”. Il desiderio dell’angelo di diventare umano deriva dal fatto che gli uomini possono prendere dei rischi\, subire dei fallimenti\, perdere la partita\, ma anche desiderare e gioire\, al contrario dell’angelo che è al di sopra di tutto. L’angelo vuole diventare umano per poter comprendere gli uomini: un’aspirazione il cui tema è stato interpretato in modo mirabile nel film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. L’angelo che vuole diventare uomo\, nell’opera di Fabre\, è l’angelo che abiura il pensiero dell’originalità e che difende il caos socioculturale della letteratura e dell’arte come genio dell’imperfetto\, l’arte umana per eccellenza. Si pensi alla celebre asserzione del filosofo e scrittore Paul Valéry: “Ce qui est fini\, n’a pas été fait.” (Cahiers\, 1894-1914). Il re del plagio combatte contro l’ossessione dell’originalità\, della purezza e del fondamentalismo creativo. L’intertestualità e il plagio sono qualità umaniste: lo scambio di conoscenze\, di testi\, di frasi\, di parole\, dal primo disegno rupestre fino alla copia\, sono l’impronta attuale. Il desiderio profondo dell’angelo di diventare uomo non implica in alcun caso un’immagine idealizzata di quest’ultimo. Si tratta\, al contrario\, dell’amore che suscita l’uomo nel suo difficile esercizio d’equilibrio tra l’angelo e il diavolo che sono in lui. «È tempo di diventare umani e di comprendere che siamo dei mostri.» Mostri nel senso di Frankenstein: l’uomo che si crea\, che si clona. Il re del plagio prende anche in prestito\, nel suo processo di umanizzazione\, delle parti dal pensiero di Albert Einstein\, Gertrude Stein\, Ludwig Wittgenstein e dalle quattro “Stein” alle quali John Brockman ha dedicato un libro negli anni ‘80.» Roberto Trifirò. \nINFORMAZIONI:\nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano\nDal 19 al 23 febbraio; dal 26 febbraio al 2 marzo; dal 5 al 9 marzo 2025 \nORARI SPETTACOLI:\nmercoledì\, venerdì e sabato ore 19.30\ngiovedì ore 20.30\ndomenica ore 16.00 \nPRENOTAZIONI:\n0234532140 | M. biglietteriaoutoff@gmail.com\nBiglietteria aperta da lunedì a venerdì dalle ore 10.00 alle ore 16.00. \nRitiro biglietti negli uffici in via Principe Eugenio 22 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.00 alle ore 13.00.\nRitiro biglietti in botteghino via Mac Mahon 16 dal mercoledì alla domenica un’ora prima dello spettacolo. \nPREZZI:\nIntero: 20€ | Under26: 14€ | Over65: 10€ \nSpettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro. \nABBONAMENTI:\nOutCard 50€ 4 ingressi a scelta per uno o più spettatori/spettatrici.\nJ&S Card – Junior (under26) & Senior (over65) 45€ 6 spettacoli.\nPassepartout Promozione riservata ai residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10€ ingresso a 6€ per tutti gli spettacoli in programma. \nTrasporti pubblici: M5 FERMATA CENISIO; TRAM 14; TRAM 12; AUTOBUS 78  \n 
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SUMMARY:EZRA IN GABBIA o il caso Ezra Pound
DESCRIPTION:Foto di scena: Ezra in gabbia – Mariano Rigillo © Pino Le Pera\nPiccolo Teatro Grassi\, dal 19 al 23 febbraio \nScritto e diretto da Leonardo Petrillo\ncon MARIANO RIGILLO\n \nDal 19 al 23 febbraio\, Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini portano in scena Ezra in gabbia o il caso Ezra Pound al Teatro Grassi \nPiccolo Teatro Grassi (via Rovello 2 – M1 Cordusio)\, dal 19 al 23 febbraio 2025 \nEzra in gabbia\no il caso Ezra Pound\nscritto e diretto da Leonardo Petrillo \nliberamente tratto dagli scritti e dalle dichiarazioni di Ezra Pound \ncon Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini \nscene Gianluca Amodio \ncostumi Lia Francesca Morandini \ndisegno luci Enrico Berardi \nmusiche Carlo Covelli \naiuto regia Mario Rinaldoni\nproduzione TSV – Teatro Nazionale\, OTI – Officine del Teatro Italiano\nnell’ambito del progetto VenEzra promosso dalla Regione Veneto \nQuella di Ezra Pound rinchiuso in gabbia è un’immagine emblematica\, che genera rifrazioni tra la vicenda biografica del poeta\, che conobbe una lunga prigionia in un manicomio giudiziario\, e rimanda\, allo stesso tempo\, alle incrostazioni e alle interferenze ideologiche che lo hanno legato a una fama controversa.\nSul palcoscenico\, Mariano Rigillo\, diretto da Leonardo Petrillo – che firma anche la drammaturgia – colloca l’immagine di Pound nella cornice della purezza dell’arte e della sua poesia.\nLo spettacolo ha debuttato al Teatro Goldoni di Venezia\, città in cui il poeta americano è sepolto. La Serenissima è stato il luogo della bellezza\, della nostalgia e della libertà per Pound\, figura di riferimento in quel raffinato circolo intellettuale veneziano che dialogava con uomini e donne di cultura internazionale\, come Peggy Guggenheim o Ernest Hemingway.\nDelle visioni e delle acque di Venezia\, ultima amata dimora\, sono intrisi quasi tutti i Cantos\, evocati in scena da Anna Teresa Rossini. \n\nOrari: giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica\, ore 16 \nDurata: 105 minuti senza intervallo \nPrezzi: platea 33 euro\, balconata 26 euro \nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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SUMMARY:RIGOLETTO. La notte della maledizione
DESCRIPTION:Foto di scena: Rigoletto – Marco Baliani © Guido Mencari\nTEATRO MENOTTI FILIPPO PEREGO\n25 febbraio – 2 marzo 2025   \ndi e con Marco Baliani \ne con\nGiampaolo Bandini (chitarra)\, Cesare Chiacchiaretta (fisarmonica) \nMusiche Giuseppe Verdi\, Nino Rota\, Cesare Chiacchiaretta\nFoto Guido Mencari \nUna produzione Casa degli Alfieri Soc. Coop.\, Società dei Concerti di Parma\nin collaborazione con Teatro Regio di Parma \nPrima milanese  \nArriva al Teatro Menotti di Milano\, dal 25 febbraio al 2 marzo\, “Rigoletto. La notte della maledizione” di e con Marco Baliani\, accompagnato da Giampaolo Bandini\, alla chitarra\, e da Cesare Chiacchiaretta\, alla fisarmonica\, una produzione Società dei Concerti di Parma\, in collaborazione con il Teatro Regio di Parma. \nLa nostalgia per la donna amata\, la gelosa premura nei confronti della figlia\, la sete di vendetta contro chi minaccia la sua purezza: i sentimenti di Rigoletto\, che la musica di Verdi ha reso immortali\, rivivono nell’animo e nella storia di un clown che si esibisce in un piccolo teatro di periferia. Davanti allo specchio\, mentre trasforma col trucco il suo viso\, si prepara per una serata speciale\, quella in cui si consumerà la sua vendetta\, sotto gli occhi di tutti. Pensieri\, rancori\, ricordi si susseguono in un monologo accompagnato\, interrotto e per certi versi ostacolato da una musica sempre presente. \n«Rigoletto è un monologo\, quindi per farlo c’è bisogno di un personaggio in carne e ossa\, spirito e materia – scrive Marco Baliani – È uno dei motivi che mi ha spinto a questa impresa. Poter rivestire per una volta la pelle di un altro e starci dentro dall’inizio alla fine: è una gioia particolare per me che in scena da narratore non ho mai la possibilità di calarmi interamente nelle braghe di chicchessia\, sempre devo stare vigile a controllare e dirigere l’intero svolgersi della vicenda. Quando invece dirigo altri attori\, loro sì\, sono personaggi e li invidio sempre un po’\, perché so che vuol dire poter essere un altro fisicamente e spiritualmente\, una sensazione di pienezza\, aver generato un altro avvicina noi uomini al mistero della duplicazione femminile». E ancora: «la seconda motivazione è stata la mia passione per gli esseri del circo\, ma quei circhi piccoli\, non eclatanti\, non amo i “soleil” circensi fatti di effetti speciali e artisti al limite della robotica per la bellezza scultorea e bravura millimetrica del corpo. No\, preferisco la rozzezza faticosa ma meravigliosa di quei circhi dove chi strappa i biglietti te lo ritrovi dopo vestito da pagliaccio e il trapezista sa anche fare giocolerie\, esseri nomadi\, zingarescamente affamati di vita\, mi prende uno struggimento totale quando varco quei tendoni\, a percepire la fatica quotidiana di un vivere precario ma impeccabile. Volevo fare un omaggio alle cadute\, alle sospensioni\, alle mancanze di appoggi». \nCon Rigoletto. La notte della maledizione Baliani dà vita alla prima di tre tappe di scoperta dell’impianto drammaturgico di alcune opere verdiane\, sottraendo il melò e portandolo verso un più spietato dramma\, quello che sta al fondo dell’opera come cuore pulsante. Partendo dalla figura di Rigoletto\, procederà con il Trovatore e la Traviata. Ogni volta la scrittura muterà spessore e forma\, così come mutevole sorprendente sarà l’interpretazione fisica e posturale di Marco Baliani. \nSTAGIONE 2024 | 2025 \nBIGLIETTERIA \nPREZZI: \n\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita\nAbbonamento Menotti Card 4 ingressi €60\, 8 ingressi €110\n\nTEATRO MENOTTI:\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA:\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online \nORARI SPETTACOLI:\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:GIOBBE al Teatro Out Off di Milano
DESCRIPTION:Foto: Federico Olivetti\, regista – Giobbe © Drama Teatro e Teatro dei naufraghi – Teatro Out Off Milano\nDal 13 al 16 marzo\nTeatro Out Off\, Milano\nQuattro serate uniche per approfondire la figura di Giobbe con autorevoli personalità del mondo della cultura. \nIn scena:\nGIOBBE\nregia e scenografia Federico Olivetti\ncon Paolo Musio\, Francesco Sferrazza Papa e Flavio Capuzzo Dolcetta\ndrammaturgia Paolo Musio\, Federico Olivetti\nscenografia e costumi Emanuela Dall’Aglio\nluci Carmine Marino\nsuono Claudio Tortorici\nproduzione Drama Teatro e Teatro dei naufraghi \nOgni sera\, lo spettacolo è preceduto da quattro diversi incontri con Emanuele Trevi\, Enzo Bianchi\, Luigi Zoja e Haim Baharier \nProsegue la stagione del Teatro Out Off con quattro serate d’eccezione che vedranno eminenti personalità del mondo della cultura dialogare\, da prospettive differenti\, intorno ai temi\, di grande attualità\, spessore e complessità\, affrontati nello spettacolo Giobbe\, produzione Drama Teatro e Teatro dei naufraghi\, in scena per la prima volta a Milano da giovedì 13 a domenica 16 marzo: introdurranno lo spettacolo\, analizzando le tematiche presenti nella storia biblica\, il critico letterario e scrittore premio strega 2021 Emanuele Trevi (13 marzo)\, il saggista e monaco cristiano – fondatore della Comunità monastica di Bose – Enzo Bianchi (14 marzo)\, lo psicoanalista e sociologo Luigi Zoja (15 marzo) e il filosofo\, studioso e scrittore francese Haim Baharier\, tra i massimi esperti di ermeneutica biblica e del pensiero ebraico (16 marzo). Ogni serata sarà dunque un evento unico\, grazie agli incontri che precederanno lo spettacolo Giobbe\, con Paolo Musio\, Francesco Sferrazza Papa e Flavio Dolcetta\, la regia di Federico Olivetti\, che firma anche la drammaturgia insieme a Paolo Musio\, e i costumi di Emanuela Dall’Aglio\, Premio Ubu 2021 per i Migliori Costumi e Premio della critica 2012.\nCon questi quattro eventi\, che uniscono gli incontri allo spettacolo\, il teatro Out Off offre al pubblico la possibilità di interrogare il libro di Giobbe\, riflettere da diversi punti di osservazione e approfondire i temi di uno dei più complessi e controversi testi della Bibbia. Il testo e lo spettacolo\, “rischiarati” da queste voci\, assumeranno così\, di replica in replica\, lineamenti differenti. \nSinossi\nGiobbe è un uomo sapiente e ricco. Possiede molte terre\, molti animali\, servi\, figlie e figli. Un giorno Satana propone a Dio una scommessa: se gli permetterà di toccare i beni di un uomo\, qualunque uomo\, anche il migliore – quell’uomo lo maledirà. Dio è d’accordo e affida a Satana Giobbe. Satana toglie a Giobbe ogni cosa e lo affligge di una malattia che gli procura dolore atroce in tutto il corpo. Tre personaggi arrivano da lontano per portargli conforto. Ma il loro proposito fallisce. \nLo spettacolo\nNello spettacolo con la regia di Olivetti\, Giobbe giace sotto un cielo sordo\, senza speranza\, divorato dall’angoscia\, dalla rabbia e dallo sdegno. Insieme a Giobbe\, sono in scena un ragazzo e un uomo che non accettano la sua condizione e che vedono la sofferenza dell’uomo\, innanzitutto\, come un errore. La salute\, conseguentemente\, è vista come un dovere. Il ragazzo\, vestito da Arlecchino\, è un illusionista che propone a Giobbe la cura dell’artificio: dipinge di cielo le pareti della sua casa malata\, alleggerisce i suoi passi\, distende il suo pensiero. L’uomo\, un beduino\, è invece l’avvocato di Dio: accusa Giobbe e vuole che si riconosca responsabile della propria sofferenza: “chi semina miseria\, sempre miseria mieterà” dice\, affermando così che chi vive nella pena\, senza dubbio ne è responsabile.\nLa vita di Giobbe è quasi meccanica: sbriga le faccende quotidiane\, senz’anima\, senza propositi\, senza alcun orizzonte. Spogliati da ogni valore\, i giorni di Giobbe si rivelano come un’angosciosa\, incessante\, ripetizione. In questo deserto di umanità\, in cui non c’è “niente di nuovo sotto il sole” (da un altro libro sapienziale\, il Qoelet)\, Giobbe si pone come la voce di una fede folle che nessuna catastrofe può abbattere. La sua certezza è che “nei cieli impossibili”\, dove la ragione è cieca\, ci sia un principio ordinatore che raccoglie in sé tutte le cose\, l’uomo e la storia.\n«Perché la sofferenza degli innocenti? Questa è stata la prima domanda con cui ho iniziato la mia ricerca. Non c’è parola che possa giustificare un simile scandalo. Mi sono indirizzato allora a un personaggio mitico – Giobbe – al quale la Bibbia dedica un intero libro\, forse il più difficile fra tutti». \nFederico Olivetti\, regista.\nLa leggenda di Giobbe è terribilmente attuale: in essa la questione del Male è oggetto di un dibattito appassionato\, irrisolto e\, forse\, irrisolvibile. Lo spettacolo non vuole dare risposte ma piuttosto porre domande e suggerire la possibilità di un altro ordine delle cose. Un ordine non comprensibile razionalmente ma solo intuibile\, attraverso l’arte che è sospensione della vita ordinaria. \nGli incontri prima e compartecipanti dello spettacolo\nAl centro dello spettacolo ci sono due grandi interrogativi: Se Dio esiste\, perché c’è il male? Perché vivere\, se nel mondo c’è il male? Emanuele Trevi introdurrà lo spettacolo da una prospettiva letteraria\, Enzo Bianchi proporrà una analisi teologica\, il sociologo e psicoanalista junghiano Luigi Zoja suggerirà un approfondimento dal punto di vita psicologico mentre Haim Baharier proporrà una riflessione filosofica. Gli incontri saranno occasione per offrire spunti di riflessione sul libro di Giobbe e sullo spettacolo. Ogni incontro permetterà quindi di guardare lo spettacolo in modo diverso e da più punti di vista. \nFederico Olivetti si è laureato in Storia e Filosofia all’Università di Padova. È stato assistente di Jacques Lassalle\, Benno Besson\, Bernard Sobel e Jean Francois Sivadier. È stato assistente e dramaturg per Massimo Castri e Luca Ronconi. È stato attore per Anton Milenin\, Giancarlo Cobelli e Carlo Cecchi. Ha lavorato per Peter Stein come drammaturgo. Al fianco di Bruce Myers ha debuttato alla regia\, allestendo Romeo e Giulietta per la scuola del Teatro Stabile di Torino. Ha fondato la compagnia “La rabbia giovane”\, mettendo in scena Persona\, Sonata d’autunno\, Les Riens di Bergman\, Il tempo e altrove di Isaksson\, Onora il padre e la madre di Kieslowski\, La signorina Else di Schnitzler\, Creditori e Danza di morte di Strindberg. Ha partecipato al progetto quadriennale “Isola della Pedagogia” condotto da Anatolij Vasiliev a Venezia e a Wroclaw. \nEmanuele Trevi scrittore e critico letterario\, ha pubblicato recentemente Sogni e favole\, Due vite (con cui ha vinto il Premio Strega) e La casa del mago. \nEnzo Bianchi monaco cristiano e saggista\, fondatore della Comunità di Bose; tra i suoi oltre 300 libri: La vita e i giorni. Sulla vecchiaia; Siamo tutti assetati. Gesù e la samaritana; L’arte della preghiera. \nLuigi Zoja sociologo e psicoanalista\, ha pubblicato ultimamente – per Bollati Boringhieri – Centauri. Alla radice della violenza maschile\, Paranoia e Il declino del desiderio. \nHaim Baharier matematico e psicanalista\, allievo di Emmanuel Levinas; insegna Talmud e Torah. Il libro La Genesi spiegata da mia figlia è nato da un ciclo di incontri presso il Teatro Dal Verme a Milano. \nINFORMAZIONI e PRENOTAZIONI:\nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano \nProgramma e orari:\nGiovedì 13 marzo ore 20:30: apre Emanuele Trevi; a seguire lo spettacolo\nVenerdì 14 marzo ore 19:30: apre Enzo Bianchi; a seguire lo spettacolo\nSabato 15 marzo ore 19:30: apre Luigi Zoja; a seguire lo spettacolo\nDomenica 16 marzo ore 16.00: apre Haim Baharier; a seguire lo spettacolo \nPrezzi e biglietteria:\nIntero: 20€ | Under26: 14€ | Over65: 10€\nTel.: 0234532140 | M. biglietteriaoutoff@gmail.com\nBiglietteria aperta da lunedì a venerdì dalle ore 10.00 alle ore 16.30Ritiro biglietti negli uffici in via Principe Eugenio 22 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.00 alle ore 13.00.\nRitiro biglietti in botteghino via Mac Mahon 16 dal martedì alla domenica un’ora prima dello spettacolo. \nABBONAMENTI:\nOutCard 50€ 4 ingressi a scelta per uno o più spettatori/spettatrici.\nJ&S Card – Junior (under26) & Senior (over65) 45€ 6 spettacoli.\nPassepartout Promozione riservata ai e alle residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10€ ingresso a 6€ per tutti gli spettacoli in programma. \n\nTrasporti pubblici: M5 fermata Cenisio; tram 14; tram 12; autobus 78
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SUMMARY:STORIA DI UN CINGHIALE - Qualcosa su Riccardo III
DESCRIPTION:Foto di scena: Storia di un cinghiale – Francesco Montanari\, Gabriel Calderòn © Masiar Pasquali\nPiccolo Teatro Studio Melato \ndal 14 marzo al 6 aprile 2025\n \nPrima nazionale \nGabriel Calderón \nSTORIA DI UN CINGHIALE\nQualcosa su Riccardo III \ncon Francesco Montanari \nUna nuova produzione Piccolo Teatro di Milano e Carnezzeria \nUn re che per diventare tale ha dovuto eliminare tutti i possibili rivali; un attore che finalmente ha ottenuto il ruolo della vita. Dal 14 marzo al 6 aprile\, al Teatro Studio Melato\, Gabriel Calderón affida a Francesco Montanari un monologo che è un’originale “variazione sul tema” di Riccardo III\, in cui i confini tra epoche e identità si fanno labili\, sullo sfondo di una stessa realtà di ambizione\, sete di potere\, violenza repressa \nClasse 1982\, cofondatore\, nel 2005\, in Uruguay\, della compagnia Complot – con cui ha creato una trentina di spettacoli\, collaborando\, tra gli altri\, con Sergio Blanco – Gabriel Calderón è per la prima volta al Piccolo\, dal 14 marzo al 6 aprile\, sul palco del Teatro Studio Melato\, per dirigere la produzione in lingua italiana di un suo lavoro di successo\, Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III\, protagonista Francesco Montanari. Ispirato al capolavoro di Shakespeare\, il testo racconta la vicenda di un attore di teatro che non ha mai avuto la soddisfazione di interpretare un ruolo da protagonista. Ora che finalmente è arrivato il suo momento\, desidera sfruttare al meglio l’opportunità. A poco a poco\, si accorge di un’inquietante affinità tra la sua vita e quella del personaggio: ambizione\, rabbia repressa\, sete di riscatto\, opportunismo… Interpretandone il celebre monologo\, ritrova in se stesso i lati oscuri del sovrano di York. Da vent’anni impegnato sui palcoscenici del mondo\, Calderón ci parla dei pericoli del palcoscenico\, teatro di passioni violente\, non sempre soltanto simulate\, e affida a Francesco Montanari il ruolo del protagonista. \nUno sconfinato numero di allusioni al mondo animale affolla la scena shakespeariana nella sua globalità: geniale e feconda creatrice di visioni\, l’immaginazione del Bardo si serve di caratterizzazioni zoomorfe per stabilire nessi e raffronti con la dimensione umana e sondarne gli obliqui anfratti della psiche. Ad esempio\, nella rappresentazione dei mostruosi e sanguinari tratti dell’antieroe machiavellico Riccardo III\, protagonista dell’omonima tragedia\, emerge la figura del cinghiale\, in una varietà di tracce – dalla funzione di stemma araldico all’impiego di traslati\, come nel caso del sogno di Lord Stanley\, ed epiteti – che racchiudono il valore emblematico dello specifico rimando ferino. Muovendo proprio da questo reticolo di corrispondenze\, che si sedimenta in un vibrante monologo affidato all’intelligenza e all’energia interpretative di Francesco Montanari\, il regista e drammaturgo uruguaiano Gabriel Calderón presenta\, per la prima volta\, un suo lavoro al Piccolo Teatro di Milano.\nOriginale “costola” del Riccardo III shakespeariano\, Storia di un cinghiale gioca con l’espediente metateatrale in un tormentato percorso di introspezione e disvelamento che porta un attore a impersonare il ruolo dello spietato e repellente tiranno\, e a riconoscere in sé passioni e impeti analoghi a quelli del monarca villain. Il cinghiale diventa così uno “specchio morale” dentro cui precipitano non solo i pensieri\, i turbamenti e le recondite pulsioni dell’interprete in scena ma anche i nostri stessi occhi\, nell’inestricabile viluppo dei contrastanti moti d’animo – del bene e del male – che definiscono la natura umana.\nClaudio Longhi \nFare teatro per porsi domande \nConversazione con Gabriel Calderón\n(dal programma di sala dello spettacolo) \nGabriel Calderón\, partiamo dal titolo. Perché Storia di un cinghiale? \nIl cinghiale è un simbolo\, è un animale che riveste diversi significati nella storia di Riccardo III. Per prima cosa\, è presente sullo stemma della famiglia York\, la casata del futuro re. Secondariamente è bianco\, un’eccezione\, esattamente come lo è il cigno nero. Candido ma non meno temibile: incarna l’ambizione del potere\, non manifesta particolare intelligenza\, né destrezza fisica\, non è il padrone della foresta\, ma si distingue per la brutalità con cui si scaglia a tutta velocità in una precisa direzione. \nDa dove nasce l’idea alla base del testo e dello spettacolo? \nLo spunto per scrivere Storia di un cinghiale mi è stato offerto da Gustavo Saffores\, un attore uruguayano che è anche un mio grande amico\, e dalla regista che voleva lavorare con lui [al Piccolo\, Saffores è stato in scena in due spettacoli diretti dal drammaturgo e regista uruguayano Sergio Blanco\, presentati nel 2022 all’interno del Festival Presente Indicativo: per Giorgio Strehler (paesaggi teatrali)\, ossia Cuando pases sobre mi tumba e El bramido de Düsseldorf]. Per dar seguito al loro desiderio\, ho incontrato Gustavo\, gli ho domandato quale ruolo avrebbe sempre voluto interpretare e lui mi ha parlato di Riccardo III. Personalmente\, ho sempre pensato che il teatro non sia altro che una scusa per stare con gli amici e che proprio per questo sia il più bel lavoro del mondo: è un pensiero che si può capire meglio nel contesto uruguayano\, dove non abbiamo un sistema teatrale professionale\, e\, per sopravvivere\, svolgiamo mille altri mestieri. Di giorno\, c’è chi va in banca\, chi è professore a scuola\, chi impiegato in azienda\, ma quando arrivano le sette\, le otto di sera\, mentre tutti tornano a casa propria\, noi\, appassionati di questa strana professione\, ci ritroviamo per far teatro fino a notte fonda. Inesorabilmente\, arriva sempre un momento in cui ci domandiamo: «Ma perché\, mentre tutti i miei amici se ne vanno a casa\, dalle mogli e dai figli\, io me ne sto qui a provare uno spettacolo? Che senso ha? Perché lo facciamo\, se non ne ricaviamo neanche di che vivere?». Perciò\, se lo si fa\, deve essere almeno con persone insieme alle quali si abbia il piacere di stare e per le quali valga la pena rubare tempo alla famiglia. Non è il banale esercizio di fare del teatro un luogo di amicizia\, semmai è l’opposto: è conferire valore al tempo condiviso facendo teatro. Nel caso specifico\, poiché non era stato semplicemente un attore a cercarmi\, ma un amico\, ho pensato: vediamo se riesco a esaudire il sogno di una persona cara e\, allo stesso tempo\, se sono capace di sfidare me stesso in quanto autore\, a riassumere un’opera tanto complessa come Riccardo III in un progetto per un solo interprete\, raccontando anche tutto l’universo di sentimenti che si cela dietro all’ambizione di un attore che per tutta la carriera sarebbe voluto essere Riccardo III… \nChe cosa rappresenta Shakespeare per te? \nLe arti – e il teatro in particolare – per me sono come una barzelletta che dura troppo. Qualcuno la racconta in un dato momento\, ma\, non si sa bene come\, finisce per attraversare i secoli arrivando fino a noi.\nProbabilmente accadeva lo stesso a Shakespeare\, che\, all’epoca\, cercava di sopravvivere\, con i suoi amici e di certo non pensava: «Un giorno mi porteranno in scena al Piccolo\, o in un paese dell’Africa…». Per la maggior parte del tempo\, gli artisti combattono per risolvere problemi pratici\, quotidiani\, ma è anche vero che qualcosa di quello di cui ci parlano finisce per risuonare in altre ere e in altre geografie. Accade a Shakespeare come a chiunque si ponga un problema umano. Di quest’opera in particolare\, ciò che produce un’eco nei nostri mondi è che tutti noi artisti ci impegniamo allo spasimo per ottenere qualcosa\, nello stesso modo in cui Riccardo III si adopera\, anima e corpo\, per conquistare il trono. È bravissimo ad architettare tutto il piano per trasformare il suo sogno in realtà\, ma una volta diventato re è incapace di mantenere il potere. Riccardo III è la grande metafora dei teatranti: siamo eccezionali quando creiamo qualcosa – lo spettacolo – che non durerà. Il teatro per il quale\, ogni sera\, do tutto me stesso scompare al calare del sipario. Ed è per questo che non vedrò mai più uno spettacolo di Strehler\, uno di Ronconi\, uno di quel tale regista africano che lo sta creando nel preciso istante in cui noi stiamo parlando: il teatro si perde nel tempo. \nPerché hai pensato a un “teatrino nel teatro” e a questo tipo di costume? \nLo spettacolo racconta la storia di un attore che non ha mai avuto la possibilità di essere Riccardo III e finalmente l’ha ottenuta. Me lo sono immaginato come uno che sta ai bordi del palcoscenico\, ignorato\, uno che guarda gli altri interpretare grandi ruoli e deve sforzarsi di mantenere alto il livello delle particine che gli toccano; vede il pubblico andare a complimentarsi con i protagonisti\, legge recensioni che non lo menzionano mai… Mi sono immaginato questa figura di attrice o di attore come una persona in disparte\, ai margini. Così ho chiesto al team artistico\, allo scenografo Paolo Di Benedetto e al costumista Gianluca Sbicca\, di pensare a tutto quello che in teatro è stato tralasciato. Ai dispositivi che sono caduti in disuso – cordami\, carrucole\, legno… – perché sostituiti da altro. Ci troviamo al Teatro Studio Melato – che è come un piccolo Globe Theatre – e mi sono detto: «Perché non ripartiamo da un minuscolo teatrino di legno\, da corde\, fondali\, parrucche\, trucco\, da tutti quei materiali che sono stati accantonati\, che al nostro occhio contemporaneo appaiono superati?». È un tratto del mio carattere: non mi interessa “imitare la vita”\, rifuggo dal realismo\, per lo meno nella mia poetica. Se sono spettatore\, non ho alcuna preclusione\, ma quando scrivo e dirigo\, amo recuperare linguaggi antichi\, elementi “di scarto” ma ancora funzionanti: nulla è più bello di un sipario che si apre\, di un tendaggio che si solleva. Non sono un conservatore: semplicemente\, in teatro\, il mio talento è quello del rigattiere\, mi piace cercare il nuovo nell’antico. \nHai spiegato che lo spettacolo è nato da una speciale relazione che avevi con un attore. Come hai fatto e come fai\, quindi\, a riallestirlo in paesi e lingue diverse\, con interpreti con i quali non possiedi una relazione tanto esclusiva? \nÈ come fare piccoli “esercizi di amicizia”… Ogni volta che mi trovo a riallestire questo testo\, non organizzo audizioni: do appuntamento al candidato in un bar e stiamo un po’ di tempo insieme. In quella circostanza\, si capisce immediatamente se stiamo portando avanti la conversazione soltanto perché si tratta di lavoro o se invece è nata una reale sintonia. In teatro siamo tutti molto bravi a essere amabili\, ragion per cui il tempo trascorre sempre in maniera gradevole; esistono però segnali\, elementi che mi fanno capire se può nascere un’intesa autentica con un attore: con Francesco Montanari\, i quaranta minuti inizialmente previsti per conoscerci sono diventati un’ora e mezza\, in cui abbiamo parlato di tutto\, di teatro\, di vita\, di altri testi\, perché Francesco stava lavorando su Koltès\, che è un autore che mi interessa molto. Io non parlo italiano\, lui non conosce lo spagnolo\, ma abbiamo comunicato in una sorta di lingua franca e il tempo è volato. È fondamentale che si stabilisca una relazione profonda e immediata tra attore e regista\, perché il monologo è una forma teatrale molto esigente nei confronti di entrambi. Quando si lavora con una folta compagnia di attori e attrici\, gli interpreti hanno delle pause e il regista si confronta con differenti tipi di energia. In questo caso\, i poli dell’azione sono due soltanto\, e se il gioco non funziona è un guaio.\nIl tema non è dirigere uno spettacolo in una lingua diversa\, ma dirigere un attore diverso: la lingua non è altro che il corpo che la incarna. È ovvio che io non imparerò l’italiano in poche settimane\, ma apprenderò la lingua di Francesco\, ciò che lui\, con il suo corpo e con il suo modo di recitare\, può fare. Il primo giorno di prove Francesco aveva già la memoria completa del testo\, paradossalmente lo conosceva molto meglio di me che l’ho scritto. Si immagina che l’autore\, in quanto tale\, sia onnisciente\, ma in verità l’attore conosce il testo molto meglio di lui! Perciò si instaura una sorta di strana competizione\, in cui io\, che sarei l’originale\, mi ritrovo a inseguire l’attore\, la copia\, che conosce la mia opera a menadito e parla perfettamente una lingua che io non domino. Gli do delle indicazioni pensando a uno spettacolo recitato in una lingua non mia\, e che sarà visto da un pubblico che la parla perfettamente… è una gara che sono destinato a perdere\, ma che proprio per questo mi esalta! \nChe sensazione ti dà essere al Piccolo? \nDa uruguaiano\, da cittadino dell’America Latina\, penso di trovarmi in una condizione teatralmente utile di “periferia del mondo”. Non che con questo io voglia dire che il mondo abbia un centro: però è evidente che esistono forze\, non solo determinate dal capitale\, che comportano una differente qualità di vita nelle diverse aree del globo. Il teatro\, per sua natura\, è più vicino al margine\, è una periferia che coltiva relazioni con il centro: i teatri elisabettiani erano collocati sull’altra sponda del Tamigi\, ma sopravvivevano solo se avevano accesso al palazzo dei sovrani. Oggi accade lo stesso: noi teatranti non apparteniamo a una classe abbiente – oserei direi che non siamo neppure classe media – ma il nostro target è un pubblico dall’elevato tenore di vita. Siamo un sobborgo che al tempo stesso è parassita del centro\, siamo attratti da classi sociali e mondi ben lontani dal nostro\, anche se ci piace starne fuori\, essere diversi\, lavorare di notte\, non dover timbrare il cartellino… Poi c’è una seconda questione\, che sempre si verifica\, in Uruguay\, quando si portino in scena Shakespeare o Molière o Pirandello: sembra quasi esista un canone\, un modo “giusto” di farlo. Ma prima di andare a capire che cosa significhi “fare bene” Shakespeare\, dobbiamo pensare che siamo in Uruguay: chi vuoi che sappia che stiamo allestiamo il Bardo quaggiù? La cosa diviene più problematica qualora capiti di essere programmati in Europa\, magari al Piccolo o al Festival di Avignone\, ed ecco che arriva un esperto in letteratura inglese e ti dice: «Ah\, si vede che lei ha una profonda conoscenza di Shakespeare!». Appare evidente che siamo tutti vittime di un equivoco e che qualcuno\, da qualche parte\, se la ride di noi. Al di là di tutto\, il punto è che la strada scelta per uno spettacolo ha molto più a che vedere con la consapevolezza e la coscienza del proprio contesto\, che non con un’autorità che\, dall’esterno\, ci attribuisca un attestato di conformità… La vera domanda\, quella che tutti dovremmo rivolgerci\, è: «Che cosa significa fare Shakespeare in questo momento\, nella mia città?». E vale per tutti\, per il teatro commerciale\, per quello d’autore\, in Malesia\, in Europa\, in America Latina\, perché solo così si farà uno spettacolo che abbia senso. Essere al Piccolo\, significa calpestare palcoscenici che altri\, in epoche diverse\, hanno calcato nutrendo analoghe preoccupazioni. Non penso al Piccolo come al teatro dal grande prestigio internazionale – che è fuor di dubbio. Penso\, piuttosto\, che questo teatro sia quello che è perché molti artisti\, nelle sue sale\, si sono chiesti: «Che senso ha fare teatro? Perché lo faccio?». Il mio compito è difendere quel dubbio. Adoro la contraddizione di un teatro che si chiama Piccolo ma è grandissimo! È un paradosso che mi sembra avere una grande eco shakespeariana: il maestro inglese scriveva opere consacrate a momenti grandiosi della storia – Enrico V\, Giulio Cesare\, Riccardo III… – ma poi li portava in scena in piccoli teatri\, con una compagnia ristretta. Questa dialettica grande / piccolo è profondamente teatrale\, perché tutti noi\, quando lavoriamo a un progetto\, pensiamo di stare facendo qualcosa di gigantesco\, mentre in realtà il nostro lavoro è minuscolo… Terza cosa\, esiste un rapporto profondo del Piccolo con il mio Paese: un grande maestro del teatro uruguaiano – Antonio Larreta – fu assistente di Giorgio Strehler per due anni\, a metà degli anni Cinquanta. Oggi è il mio turno\, il mio momento per aggiungere un mattone a quella storia\, perché altri artisti uruguaiani possano venire dopo di me.\nNel tempo dalla globalizzazione\, tutto si muove\, tutto è sempre più interconnesso\, tranne gli artisti che hanno meno opportunità di spostarsi. Poter vivere un’esperienza teatrale qui è condividere gli stessi problemi\, sicuramente con abissali differenze culturali e sociali\, ma ponendosi le stesse domande: «Piaceremo al pubblico? Venderemo i biglietti? Riusciremo a far spegnere i cellulari ai ragazzi?» Questa possibilità di uno scambio è una forma di resistenza anche più importante dello spettacolo che nascerà. La gente di teatro si impegna molto nella completa inutilità; al contrario\, tante persone di potere – imprenditori\, politici… – vogliono avere ma non intendono fare. Noi teatranti siamo un monito costante\, che ricorda loro che la vita non è solo possedere e conservare\, come in un museo delle cere\, ma è perdere tempo nel mettersi alla prova insieme …. per non ottenere niente! Riccardo III è maestro nel tendere a qualcosa che non è capace di mantenere e questo fa sì gli rivolgiamo uno sguardo di umana comprensione. Ed ecco la meraviglia di Shakespeare: inventare un personaggio terrificante\, che incute timore quando carica come un cinghiale\, ma forse è migliore di quel che abbiamo sempre pensato. \nOLTRE LA SCENA: \nTEATRO IN PLATEA\nI problemi del fare – masterclass con Gabriel Calderón \nGabriel Calderón\, regista e autore di Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III\, dedica al pubblico del Piccolo Teatro una masterclass di drammaturgia\, tra pratica e teoria\, legata ai “problemi del fare”. Non essere. Non sapere cosa fare. Non venire compresi. Una triade che rimanda al rapporto diretto dell’autore con la pagina bianca\, ma anche all’identità dell’artista e alla sua capacità di saper cambiare di segno alle proprie debolezze. Perché scrivere significa anche «accettare tutto ciò che non siamo\, tutto ciò che non sappiamo\, per trasformare le nostre risorse imperfette in parte fondante della creazione». \nSabato 15 marzo\, ore 11\, Teatro Studio Melato\ncon Gabriel Calderón e Teresa Vila (traduttrice del testo) \nCHI È DI SCENA?\nIncontri pre-spettacolo a pochi minuti dall’andata in scena: un momento informale di confronto tra pubblico e operatori del teatro sui temi dello spettacolo. \nMartedì 18 e giovedì 27 marzo\, ore 18\, Teatro Studio Melato\nPAROLE IN PUBBLICO\nVariazioni Shakespeariane: da Riccardo al “cinghiale”\nL’opera di Shakespeare\, fin dalle origini\, è stata oggetto di variazioni\, innesti e commistioni\, ispirando varianti teatrali e\, in epoca più recente\, cinematografiche. Da queste premesse\, Arturo Cattaneo\, professore di Letteratura inglese all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano\, illustrerà alcune delle varianti e “contraffazioni” più significative di Riccardo III\, avviando un confronto con Francesco Montanari\, protagonista del monologo di Gabriel Calderón\, dove la materia shakespeariana si stempera in un gioco di rifrazioni e travestimenti\, trasformandosi una intensa meditazione sui meccanismi del teatro e della rappresentazione. \nMercoledì 26 marzo\, ore 18\, Chiostro Nina Vinchi\ncon Arturo Cattaneo e Francesco Montanari. Modera Anna Piletti \nPiccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli 6 – M2 Lanza)\, dal 14 marzo al 6 aprile 2025 \nStoria di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III\nliberamente ispirato a Riccardo III di William Shakespeare\nscritto e diretto da Gabriel Calderón\ntraduzione Teresa Vila \nscene Paolo Di Benedetto\ncostumi Gianluca Sbicca\nluci Manuel Frenda\ncon Francesco Montanari \nproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa\, Carnezzeria\nfoto di scena Masiar Pasquali \nOrari: martedì\, giovedì e sabato\, ore 19.30; mercoledì e venerdì\, ore 20.30; domenica ore 16.00.\nLe recite dal 4 al 6 aprile sono sovratitolate in italiano e inglese.\nDurata: 75 minuti\nPrezzi: platea 40 euro\, balconata 32 euro
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DESCRIPTION:Foto © Teatro Out Off Milano\nDal 18 al 23 marzo \nTeatro Out Off\, Milano  \nENEIDE \ndi Virgilio \nTraduzione Rosa Calzecchi Onesti\nAdattamento e interpretazione Paolo Musio\nSpazio sonoro/Composizione Francesca Fabrizi\nProduzione TPE – Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi \nLettura dei 12 libri del poema Eneide di Virgilio articolata in sei serate. \nMartedì 18 marzo ore 19:30 Libri 1-4: durata h 2:30\nMercoledì 19 marzo ore 19:30 Libri 5-8: durata h 1:40\nGiovedì 20 marzo ore 19:30 Libri 9-12 durata h 1:30\nVenerdì 21 marzo ore 19:30 Prima metà. Libri 1-6: durata h 3:35\nSabato 22 marzo ore 19:30 Seconda metà. Libri 7-12: durata h 2:15\nDomenica 23 marzo ore 16:00 Lettura integrale. Libri 1-12: durata h 6 \nL’Eneide racconta la fuga da una città in fiamme per una guerra. Molti\, oggi fuggono o tentano invano di fuggire da città in fiamme. L’Eneide racconta quanto poco operi la ragione nelle cose umane\, mostrando l’insensatezza della guerra\, racconta viaggi pericolosi di profughi per mare\, naufragi\, separazioni e abbandoni\, lutti\, errori nel tenere la rotta\, errori nell’interpretazione dei segni dai quali ognuno cerca di far derivare le proprie scelte\, cerca di decifrare il proprio destino\, sia esso o no quello di fondare una città. L’Eneide racconta collisioni ma anche incontri tra mondi\, Oriente ed Occidente tra dialogo e conflitto. In questo scenario la diversità delle culture è all’origine della complessità del presente al punto che\, ora come allora\, possiamo felicemente scoprire che gli stranieri\, i diversi\, i senza patria siamo noi. \nFuori dalla logica antologica\, il percorso completo attraverso i 12 libri dell’Eneide di Virgilio dà la possibilità di trovare le relazioni tra le parti\, percepire il quadro complessivo\, seguire i vari motivi che vi si intrecciano come correnti sottomarine visibili da increspature sul mare. \nLa lunga durata\, il permanere a lungo nel racconto\, nell’intrico di emozioni\, azione e riflessioni della più alta poesia è un tentativo di rispondere con lo strumento attivo dell’immaginazione al consumo di microscopiche parti\, di brandelli di emozioni\, per lo più orrori\, ma anche stupore o bellezza da stereotipi\, che ci vengono somministrati ogni giorno. \nBrecht chiama “pensieri paralizzanti” quei pensieri che ci impediscono azioni di contrasto nei confronti di chi o cosa con il suo operato nega la nostra libertà\, crea e perpetua ingiustizia e così facendo distrugge le fondamenta del nostro vivere civile. La lettura pubblica dell’Eneide\, esperienza insieme intima e condivisa\, è vissuta da Paolo Musio come un atto politico\, contro i “pensieri paralizzanti”\, a partire da un’idea di mondo come modificabile. \n“Alla fine del primo libro dell’Eneide\, Didone ordina che si prepari una grande festa in onore di Enea e dei suoi compagni\, per celebrare l’incontro. Tutti gli invitati\, come anche gli ospiti\, sono arrivati lì da terre lontane\, c’è una città nuova da costruire\, tante aspettative\, ma nessuno sa nulla di cosa li attende in futuro. È una lunga notte in cui tutto sembra possibile. Un aedo intona una canzone\, la musica riecheggia nelle grandi stanze del palazzo. Dopo tanto dolore\, tanta fatica\, tanti pericoli sempre diversi e – noi lo sappiamo – prima di altrettante difficoltà\, speranze tradite\, rovesci di fortuna\, per una notte\, donne e uomini riuniti in nome dell’ospitalità ascoltano un cantore che ricorda loro l’avvicendarsi delle stagioni\, il cielo stellato che tacitamente gira sopra le loro teste\, il corso della luna e del sole. Quella notte essi sentono in sé tutto lo splendore e la fragilità della condizione umana. Sul finire della notte\, Didone\, sul nascere di un amore\, chiede ad Enea di raccontare la sua storia. Ripercorrerla è doloroso ma necessario. L’eco di quella notte giunge fino a noi\, ci chiama\, siamo tutti\, a pieno diritto\, invitati a partecipare.” Paolo Musio \nPaolo Musio Attore e autore di testi e di adattamenti teatrali. Diplomatosi come attore presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma nel 1987\, ha collaborato\, in parti di rilievo o come protagonista\, in Italia e all’estero\, con i seguenti registi: Trionfo\, Patroni Griffi\, Salveti\, Testori\, Squarzina\, Castri\, Terzopoulos\, Barberio Corsetti\, Waas\, Cirillo\, Nekrosius\, Ronconi\, Cobelli\, Martone\, Rambert\, Bogomolov\, Popolizio\, Lenton\, Deflorian. Nel 1993 fonda la compagnia Quellicherestano\, con la quale realizza spettacoli da testi di autori come Brecht\, Jarry\, Achternbusch\, Büchner\, Müller\, Lorca\, Strindberg\, Plauto\, Schwab\, Moravia. Tra gli adattamenti: Il banchiere anarchico da F. Pessoa\, Eremos da C. Michelstaedter\, L’uomo invisibile da H. G. Wells e E. M. Cioran\, Il bosco da Robert Walser. A partire dal 2002 avvia una ricerca personale che lo porta a promuovere progetti interdisciplinari che coinvolgono artisti e musicisti tra cui Thorsten Kirchhoff\, Daniel Bacalov\, Riccardo Ancona. Nel 2012 inaugura lo spazio Idiòt a Torino\, nel quartiere di Porta Palazzo\, uno studio d’artista che si apre al pubblico in occasione di eventi. Idiòt è un progetto interdisciplinare basato su educazione e sguardo sulla società\, ricerca teatrale\, attenzione ai vari linguaggi dell’arte contemporanea. Per Idiòt allestisce gli spettacoli Voce\, con Thorsten Kirchhoff\, Uomo invisibile\, Furore da Steinbeck\, Sotto la scure silenziosa dal De rerum natura di Lucrezio. È tra i docenti collaboratori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. \nINFORMAZIONI E PRENOTAZIONI: \nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano  \nOrari spettacoli:\nMartedì 18 marzo ore 19:30 Libri 1-4: durata h 2:30\nMercoledì 19 marzo ore 19:30 Libri 5-8: durata h 1:40\nGiovedì 20 marzo ore 19:30 Libri 9-12 durata h 1:30\nVenerdì 21 marzo ore 19:30 Prima metà. Libri 1-6: durata h 3:35\nSabato 22 marzo ore 19:30 Seconda metà. Libri 7-12: durata h 2:15\nDomenica 23 marzo ore 16:00 Lettura integrale. Libri 1-12: durata h 6 \nLe durate si intendono con intervalli. \nBIGLIETTERIA:\nTel. 0234532140 | Mail biglietteriaoutoff@gmail.com\nBiglietteria aperta da lunedì a venerdì dalle ore 10.00 alle ore 16.00.\nRitiro biglietti negli uffici in via Principe Eugenio 22 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.00 alle ore 13.00.\nRitiro biglietti in botteghino via Mac Mahon 16 dal martedì alla domenica un’ora prima dello spettacolo. \nPREZZI:\nIntero: 20€ | Under26: 14€ | Over65: 10€ \nABBONAMENTI:\nOutCard 50€ 4 ingressi a scelta per uno o più spettatori.\nJ&S Card – Junior (under26) & Senior (over65) 45€ 6 spettacoli.\nPassepartout Promozione riservata ai residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10€ ingresso a 6€ per tutti gli spettacoli in programma. \nTrasporti pubblici: M5 FERMATA CENISIO; TRAM 14; TRAM 12; AUTOBUS 78  \n 
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DESCRIPTION:Foto di scena: Festival dei Due Mondi © Andrea Veroni\nAl Teatro Grassi\, dal 25 marzo al 17 aprile 2025 \nDavide Enia\nAutoritratto \nTra orazione civile e racconto personale:\nCosa Nostra e la quotidianità del male \n«A Palermo\, tutti possediamo una costellazione del lutto in cui le stelle sono persone ammazzate da Cosa Nostra». Partendo dalla cronaca degli anni Ottanta e dalle bombe del ‘92\, intorno alla quale costruisce una coinvolgente intelaiatura biografica\, Davide Enia\, artista associato\, torna al Teatro Grassi – dal 25 marzo al 17 aprile – dopo la rappresentazione sacra di Eleusi\, nel giugno 2023\, per tracciare «un autoritratto intimo e collettivo» di una comunità costretta a convivere con la continua epifania del male. \nA partire dallo spettacolo\, Davide Enia firma\nAutoritratto. Istruzioni per sopravvivere a Palermo\npubblicato l’11 marzo per i tipi di Sellerio \n«Affrontare per davvero Cosa Nostra – racconta Davide Enia – significa iniziare un processo di autoanalisi. Non volere quindi capire in assoluto la mafia in sé\, quanto cercare di comprendere la mafia in me.»\nIntrecciando cunto e parole\, corpo e dialetto\, «gli strumenti che il vocabolario teatrale ha costruito nella mia Palermo»\, Enia esplora quella che definisce la nevrosi dei suoi concittadini nei confronti della criminalità organizzata: «Per diverse ragioni\, da noi la mafia è stata minimizzata\, sottostimata\, banalizzata\, rimossa o\, al contrario\, mitizzata. Ovvero: non è mai stata affrontata per quello che è.»\nLo spettacolo racconta i continui incontri con Cosa Nostra: i cadaveri incontrati per strada\, le persone conosciute uccise dalla mafia\, le bombe in città\, l’apparizione del male\, «il sacro nella sua declinazione di tenebra»\, alla quale l’artista risponde con «un lavoro che è una tragedia\, un’orazione civile\, una interrogazione linguistica\, un processo di autoanalisi personale e condiviso. Un autoritratto al contempo intimo e collettivo.»\nNel suo romanzo d’esordio\, Così in terra (2012)\, Davide Enia scriveva: «Se c’è una cosa che la Mafia non ha\, ed è quello che prima o poi la fotterà\, è la capacità di capire la bellezza». Ed è proprio la bellezza – intesa non come vuoto estetismo\, sfoggio esteriore di artifici\, ma come capacità di fare a meno del “superfluo” per andare dritto al cuore della realtà – a contraddistinguere da sempre il percorso artistico dello stesso Enia\, animato da una palpitante e urgente passione etico-civile e sorretto da una vivida architettura epico-corale.\nNe è ulteriore prova quest’ultimo lavoro\, Autoritratto: distillato purissimo di una tradizione monologante che si radica nel cunto e risplende in una partitura di suoni e ritmi\, dove le parole si sposano con i gesti e i silenzi\, perché – secondo un adagio palermitano spesso ricordato da Enia – «’a megghiu parola è chìdda ca ’un si rìce» («la miglior parola è quella non detta»). Il lavoro di Enia vive\, riluce\, si innerva del patrimonio espressivo del dialetto siciliano\, atto d’amore per la propria terra e la propria lingua: e\, in quanto tale\, manifesto di denuncia che\, con lucido rigore e umana pietas\, scava tra le devastazioni di Cosa Nostra\, presenza pervasiva e insieme fantasmatica.\nCon la sua testimonianza\, Enia racconta una storia che è di tutti noi: ci aiuta\, così\, a cambiare il nostro respiro e a liberarci dagli effetti anestetizzanti dell’epoca del «trauma senza trauma» (Daniele Giglioli). C’è in lui una maestria antica – e\, dunque\, profondamente contemporanea – che lo porta a incarnare quanto lo studioso di teatro Claudio Meldolesi affermava a proposito dell’attore in scena: «non è fino in fondo un uomo dell’attualità; […] egli avvicina il pubblico con sapienza lontana. L’attore ci offre una dimensione primitiva del presente».\nClaudio Longhi \nAutoritratto di una generazione\nConversazione con Davide Enia\n(estratto dell’intervista per il programma di sala dello spettacolo) \nPerché\, dopo venticinque anni di lavoro teatrale\, oggi hai sentito la necessità di portare in scena uno spettacolo in cui parli dell’impatto che la mafia ha avuto sul tuo personale vissuto?\nAutoritratto è una riflessione sulle strutture linguistiche che hanno costruito il deposito di inconscio collettivo della realtà in cui sono nato e cresciuto. Racconta il rapporto nevrotico di un intero bacino culturale\, quello del Mediterraneo – nel caso specifico la città di Palermo – con Cosa Nostra. La parola nevrosi riassume l’atteggiamento di chi ha sottostimato Cosa Nostra\, l’ha minimizzata\, l’ha banalizzata\, l’ha negata\, l’ha rimossa o l’ha mitizzata: si è fatto di tutto\, insomma\, pur di non affrontarla per quello che era. Diventa quindi una riflessione\, l’ennesima\, sull’atto della scrittura e sul dispositivo del teatro: perché scrivere un testo che parla di Cosa Nostra pensato per la scena? Perché mi interessa il movimento che è proprio del teatro: riuscire\, astraendosi dal tempo della rappresentazione\, a condividere un’esperienza che impatta\, a livello comunitario\, sulla coscienza collettiva e\, al tempo stesso\, sull’esperienza intima di ogni singolo spettatore e spettatrice. Parlo di alcuni episodi cruciali della storia d’Italia che coincisero con le settimane del mio esame di maturità: le bombe che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino\, vicende sulle quali\, ancora oggi\, non è stata stabilità la verità dei fatti. Diceva uno dei miei compagni di scuola di allora: come si può vivere nel Paese delle mezze verità? Noi sappiamo benissimo – è il teatro che ce lo insegna – che la verità è sempre innominabile e richiede la mediazione artistica perché ne affiorino i contorni\, perché emerga dai luoghi dell’inconscio. Così\, con Autoritratto\, spogliamo i teatri\, li lasciamo vuoti\, privi di quinte\, quasi fossero il deposito dell’inconscio. Non sappiamo che cosa troveremo su ogni singolo palcoscenico\, come non sappiamo che cosa si annida nell’intimo di ciascuno di noi: ne scorgiamo dei segni\, che è necessario nominare perché possa avere inizio l’opera di cicatrizzazione. Tutto questo per dire che Autoritratto è l’ennesimo lavoro che si inscrive nella logica del rituale\, della necessità di dare un nome alle cose perché possano essere risolte\, superate\, affrontate e quindi\, finalmente\, abbandonate. \nCome hai costruito la drammaturgia dello spettacolo?\nNel lavoro di ricerca per Autoritratto\, oltre a consultare la sterminata letteratura sul tema\, ho parlato a lungo con i miei coetanei di allora\, tutte persone che vissero a Palermo in quel tempo. Ho avuto inoltre il privilegio di incontrare tre funzionari\, ora in pensione\, della DIA\, la Direzione Investigativa Antimafia. Perciò anche questo\, come tutti i miei lavori – ma come\, credo\, ogni testo che viene scritto – è un’operazione plurale\, sempre filtrata dalla soggettività di chi scrive\, che prende la responsabilità di firmare o a volte “si appropria” delle parole di altri. È un lavoro che non può prescindere dalla pluralità delle voci\, anche perché\, in un momento dello spettacolo\, lo dichiaro in maniera molto trasparente: io non ho memoria alcuna del 23 maggio 1992\, del giorno in cui Giovanni Falcone\, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta furono uccisi. In una città in cui tutti si ricordano dov’erano in quel momento\, cosa stavano facendo e con chi\, io sono stato sicuramente attraversato da un carico emotivo di tale portata che mi ha trapassato e svuotato. Così\, per quella parte dello spettacolo\, mi sono aggrappato ai ricordi degli altri\, mentre ho ricordi precisi\, come racconto\, di tutto il resto. Un altro elemento riguarda la dinamica di relazione che abbiamo a Palermo: i “gradi di separazione” tra noi e quei nomi sono pochissimi. Padre Pino Puglisi non è stato il mio professore di religione: lo è stato di migliaia di ragazzi e ragazze che frequentavano il liceo Vittorio Emanuele II; se io abitavo di fronte alla casa di Paolo Borsellino\, altri vivevano nella strada del giudice Falcone; io racconto di aver visto a otto anni\, tornando da scuola\, il primo morto ammazzato\, ma se non l’avessi visto io\, sarebbe toccato a mia madre\, a mio padre o a mio fratello\, perché di questi numeri\, di queste entità si parla…\nSi chiama Autoritratto ma a parlare è un’intera generazione\, che in quegli anni stava diventando maggiorenne\, un’intera città\, un intero bacino culturale che prova in qualche modo a confrontarsi con quanto è accaduto\, a richiedere con urgenza che venga raccontata la verità di quegli eventi. Fino a qualche anno fa non mi ritenevo pronto ad affrontare un tema così capitale\, per la costruzione linguistica dell’essere umano\, che si fonda su tutta quella foresta di simboli\, ipotesi e prospettive\, di luoghi bui e baratri che vive dentro di noi perché ero ancora troppo vicino alle vicende di cui avrei dovuto parlare: il filtro del tempo permette allo sguardo di farsi chirurgo\, consente di non essere sconvolti trovando tratti di somiglianza con quello che si vorrebbe fosse il più lontano possibile da noi. È ovvio – come lo è stato per un altro mio spettacolo\, L’abisso – che se non avessi fatto terapia per dieci anni non avrei avuto gli strumenti per riuscire a rianalizzarmi e ad ascoltare anche le voci delle persone che mi parlavano\, voci che con enorme generosità mi hanno offerto prospettive nuove e hanno trovato le parole che io stesso non riuscivo a far emergere dall’oscurità che ho dentro. \nChe cos’è\, per te\, Palermo?\nPalermo è una città che o si vive con immediata ostilità epidermica o ti irretisce in maniera viscerale e ti lascia a terra innamorato in un lago di sangue: io faccio parte di questa seconda schiera di persone. È una città che\, a volte\, alimenta dentro di me molta rabbia; è piena di occasioni perdute\, ha talento\, una fortissima commistione multiculturale e un’enorme carica di energia fertile. Non è una città morta\, nonostante attraversi nuovamente un periodo di crisi. Sta subendo una violentissima turisticizzazione di massa\, ma continua ad avere grandi riserve di vitalità\, che sgorgano tutte dal basso\, da ragazzi e ragazze che s’impegnano tantissimo nel volontariato. Io avevo semplicemente un bisogno disperato di tutta quell’energia: c’è molto egoismo nel mio essere tornato\, da Roma\, a vivere a Palermo che\, dal punto di vista artistico\, non avevo però mai abbandonato. \nCome hai lavorato\, con Giulio Barocchieri\, alla parte musicale dello spettacolo?\nAffronto ogni operazione di scrittura – sia essa una drammaturgia\, una semplice regia o un romanzo – come fosse una sinfonia\, un organismo compatto che\, al suo interno\, ha momenti di pausa e di accelerazione\, temi che ritornano\, con uno sviluppo lineare\, anche se poi\, quella linea tende a divenire sempre un cerchio… Pensando ad Autoritratto\, avevo chiaro che gli interventi musicali di Giulio Barocchieri avrebbero avuto il suono dei primi anni Novanta\, dei Portishead per capirci; un suono elettronico\, sporco\, perché sporca è quella realtà\, difficile da decifrare\, priva di nitidezza\, torbida\, cattiva. Gli altri suoni sono quelli che il corpo può ricreare cercando di spostare immediatamente la geografia del presente della sala in un altrove che è Palermo. Ci sono le abbanniate\, le urla dei venditori\, che immediatamente ti fanno pensare di trovarti al mercato di Ballarò. Sono nate il primo giorno di prove\, quando ho iniziato ad abbanniare insieme a Giulio e Ciccio (Francesco) Vitaliti\, che cura il suono dello spettacolo. Loro mi hanno registrato e poi abbiamo trascorso un giorno cercando di trascrivere quello che avevo detto\, che era incomprensibile perché volevo confondermi con la voce di un muezzin dal minareto\, come se davvero si trattasse di qualcosa che ti trasporta in un altrove… In un altro momento dello spettacolo\, dopo una scena terribile – la deposizione processuale relativa all’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo – non sapevo come proseguire: ne usciamo con un’abbanniata prima\, poi con una pagina musicale di Giovanna Marini\, che è sempre stata un po’ la mia “Diego Armando Maradona”… È un Miserere che cantiamo innestandolo in un percorso di profanazione del sacro o sacralizzazione del profano\, perché i suoni possiedono già il nucleo del significato\, sono il significante in grado di slabbrare la percezione del presente per entrare emotivamente in chi ascolta\, facendogli comprendere il calibro esatto del sentimento che si sta provando a descrivere. \nParlaci ancora delle abbanniate…\nLe parole della prima abbanniata che pronuncio non sono casuali\, tutt’altro. Dicono: «Affacciatevi\, tutti quanti\, uscite sul balcone\, scendete in strada che devo vendere le cose\, domani non ci sono\, non mi trovate più\, ho le quaglie\, ho cose da mangiare\, ho cose che non ho\, ho cose che neanche desideri\, ho cose che non sai e se non le compri devi buttare il sangue». Era interessante: un’antica tecnica pubblicitaria di vendita molto cruda\, ma che racconta in poche parole Palermo. Ce n’è poi un’altra\, che ho scritto io\, che dice: «Che sono belle queste cose\, le ho portate io\, che al mondo non c’è nessuno bello come me\, quanto sono bello!» Mi piaceva questa sorta di auto incensazione dell’abbanniatore: inizia Giulio e poi\, sempre attraverso le abbanniate\, cominciamo a costruire un mercato. È un momento che si inscrive anch’esso nella ritualità: l’unica parte di spettacolo ogni sera diversa è il racconto dell’esplosione in autostrada\, a Capaci.\nQui abbiamo un rapporto davvero “uno a uno” tra frantumazione del reale e frantumazione del discorso: la frase non riesce più a chiudersi\, è sbriciolata dal cunto che è quello spazio di abbandono totale al mistero presente in ogni mio lavoro. Non riesco e non voglio predeterminare tutto l’organismo dello spettacolo: mi lascio sempre una finestra\, uno spiraglio per abbandonarmici e scoprire quello che accade. È uno spiraglio da cui\, il più delle volte\, non filtra luce\, bensì m’investe l’orrore di polvere e plastica bruciata\, della terra massacrata di quei giorni del mio esame di maturità\, dei miei diciotto anni\, di una Palermo militarizzata [l’operazione Vespri Siciliani\, N.d.R.] completamente riempita di ragazzini di vent’anni\, sotto il sole con i mitra spianati. \nCon Eleusi\, andato in scena la scorsa stagione per 24 ore\, in contemporanea al Teatro Grassi e al Teatro Studio Melato\, avviasti una riflessione sull’intreccio tra il sacro e il male nell’esperienza umana. Questo nuovo spettacolo prosegue quell’esplorazione?\nIl lavoro su Autoritratto come sugli altri miei testi ci porta\, per chi vuole\, a un livello di accettazione del fatto che è necessario reimmettersi in dinamiche di ritualità per riuscire a comprendere il piano di realtà che abitiamo. Il teatro è un rituale\, lo è da parte di chi ne fruisce in quanto pubblico\, vestendosi e uscendo di casa per andare in una sala\, pronto ad accettare la logica della finzione; lo è da parte di chi lo pratica\, ritualmente svegliandosi\, mangiando a un determinato orario\, seguendo un preciso training fisico che è anche palestra emotiva. E quando il teatro accade\, si manifesta quel mistero che mette assieme la parte che sta fruendo con quella che sta agendo\, per trasportare tutti quanti in un altrove.\nIl tema del sacro è presente in tutti i miei spettacoli: lo era in Italia-Brasile 3 a 2 [riproposto anche al Teatro Grassi\, nella stagione 2022/23\, N.d.R.]\, dove compariva la logica sacrale dell’effimero del gioco del calcio\, dove i vivi e i morti erano insieme\, nel comune ricordo della partita; il sacro era istinto di sopravvivenza in Maggio 43 [al Chiostro Nina Vinchi e nei municipi milanesi nell’estate 2020; al Teatro Grassi nella stagione 2020/21\, N.d.R.]; in Eleusi abbiamo provato a edificare\, tutti quanti assieme\, una cattedrale che servisse da contraltare agli orrori che furono perpetrati tra le mura di via Rovello. Qui il sacro emerge nella sua declinazione di tenebra. Sacro è una vox media: indica tanto ciò che tende alla luce\, quanto ciò che sprofonda nella tenebra. Il punto è che\, se si coltivano una terra\, una città\, una regione con i semi della ferocia e della violenza\, della soperchieria e dell’omertà\, inevitabilmente\, prima o poi\, il male apparirà. L’unico mezzo per arginarlo è l’inserimento in una ritualità: non è così diverso dalla pratica quotidiana dell’atleta che si esercita a saltare l’asta\, a correre i 200 metri\, a stoppare il pallone o a ripetere le bracciate in piscina. Il rito non è altro che reiterare gesti\, sillabe\, suoni\, per far scoccare la scintilla\, senza pietra focaia\, quando ci sia bisogno di fuoco. Il rito è imprescindibile dal confronto con chi sono io in quanto individuo\, con chi siamo noi come comunità\, di pari passo con la necessità di comprendere perché stiamo facendo teatro\, perché privilegiamo questo mezzo espressivo e non un altro… Scelgo di portare in teatro Autoritratto perché mi interessa una riflessione collettiva e comunitaria\, ma contemporaneamente intima e personale; nel momento in cui si dà il teatro\, siamo sospesi dalla schiavitù del tempo e iniziamo a tessere il deposito di ciò che fu – il passato – con la prospettiva della speranza – il futuro –: questa tessitura è ciò che chiamiamo presente. \nOLTRE LA SCENA: \n| SEGNALIBRO\nPresentazione del libro Autoritratto | Istruzioni per sopravvivere a Palermo\nLe parole di Davide Enia corrono sul palcoscenico ma anche “furiose” sulla pagina scritta «tra le strade e i vicoli di una città assuefatta al silenzio come al boato delle bombe». Autoritratto | Istruzioni per sopravvivere a Palermo è\, infatti\, anche un libro\, edito da Sellerio nella collana “il divano”\, che Enia presenta con Lorenzo Gramatica (Lucy. Sulla cultura) presso la Libreria Verso\, il giorno prima del debutto.\nEvento organizzato da Verso Libri e Sellerio Editore in collaborazione con Lucy. Sulla cultura\nLunedì 24 marzo ore 19\, Verso Libri\, Corso di Porta Ticinese 40\ncon Davide Enia\, Lorenzo Gramatica \n| PAROLE IN PUBBLICO – per filo per segno\nIl regno dei discorsi incompiuti\n«Cosa Nostra è il regno dei discorsi incompiuti»: un’invisibilità delle intenzioni – spiega Davide Enia cercando di interpretare la definizione di Tommaso Buscetta – finalizzata a una non assunzione di responsabilità. Autoritratto\, al contrario\, è un «processo di autoanalisi personale e condiviso» capace di aprire le porte a una riflessione ampia e stratificata (che nulla vuole rimuovere o lasciare in sospeso) su come la mafia abbia condizionato la psicologia di un’intera nazione e\, soprattutto\, dei suoi cittadini. Trauma\, silenzio\, nevrosi diventano allora i nodi da cui partire in questo incontro di “per filo e per segno” che vede in dialogo Davide Enia\, Nando Dalla Chiesa\, professore di Sociologia della criminalità organizzata presso l’Università di Milano\, dove dirige anche l’Osservatorio sulla criminalità organizzata e Camilla Giraudi\, psicoterapeuta specialista in Psicologia clinica e psicoanalista SPI e IPA.\nModera Roberta Carpani\, docente di Discipline dello Spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano.\nVenerdì 28 marzo ore 18\, Chiostro Nina Vinchi\ncon Davide Enia\, Nando Dalla Chiesa\, Camilla Giraudi. Modera Roberta Carpani \nCHI È DI SCENA?\nA pochi minuti dall’andata in scena\, gli spettatori incontrano gli operatori del teatro\, per approfondire\, tra riflessioni\, aspettative e curiosità\, lo spettacolo che stanno per vedere.\nGiovedì 3 e 10 aprile\, ore 18\, Teatro Grassi \n| STORMI #6\nQual è il tuo potere? – Mafia e potere tra cinema e rappresentazione\nDal Padrino di Marlon Brando fino al Traditore di Pier Francesco Favino\, cinema e televisione hanno spesso offerto ritratti ambigui – affascinanti tanto quanto pericolosi – dei capi delle organizzazioni criminali: un esercizio di rappresentazione che ha contribuito a scolpire\, talvolta cristallizzare l’immaginario collettivo\, nel bene e nel male. In occasione della presentazione del nuovo numero di STORMI\, dal titolo Qual è il tuo potere?\, Davide Enia e Cristina Battocletti\, scrittrice\, giornalista per la “Domenica” del “Sole 24 Ore” e critica cinematografica\, dialogano intorno ai modi in cui sono stati dipinti i volti del potere mafioso\, e di ciò che quei volti rivelano di noi osservatori. Modera Alessandro Iachino.\nMercoledì 16 aprile ore 18\, Chiostro Nina Vinchi\ncon Davide Enia\, Cristina Battocletti. Modera Alessandro Iachino \nPiccolo Teatro Grassi (via Rovello\, 2 – M1 Cordusio)\, dal 25 marzo al 17 aprile 2025 \nAutoritratto\ndi e con Davide Enia\, musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri\nluci Paolo Casati\, suono Francesco Vitaliti\nsi ringrazia per gli abiti di scena Antonio Marras\ncoproduzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia\,\nPiccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa\, Accademia Perduta Romagna Teatri\, Spoleto Festival dei Due Mondi\ncon il patrocinio di Fondazione Falcone\nPer le immagini © Fondazione Festival dei Due Mondi\, foto Andrea Veroni \nOrari: martedì\, giovedì e sabato\, ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30 (salvo 9 aprile\, riservata scuole);\ndomenica\, ore 16. Lunedì riposo. \nDurata: 90 minuti senza intervallo\nPrezzi: platea 40 euro\, balconata 32 euro\nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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SUMMARY:IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO di Fëdor Dostoevskij
DESCRIPTION:Foto di scena: Mario Sala – Il sogno di un uomo ridicolo\, regia di Lorenzo Loris © Erica Falcinelli\nDa giovedì 3 a giovedì 17 aprile \nTeatro Out Off\, Milano  \nTraduzione e adattamento Fausto Malcovati e Mario Sala \nRegia Lorenzo Loris\nCon Mario Sala \nScena Daniela Gardinazzi \nCostumi Nicoletta Ceccolini \nConsulenza musicale Ariel Bertoldo\nProduzione Teatro Out Off \nSpettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro \nRecensione di Claudio Elli del 31 maggio 2019 \nDa giovedì 3 a giovedì 17 aprile torna in scena al Teatro Out Off Il sogno di un uomo ridicolo\, traduzione e adattamento di Fausto Malcovati e Mario Sala del racconto fantastico di Fëdor Dostoevskij scritto intorno al 1876. La regia di Lorenzo Loris\, con l’interpretazione di Mario Sala (produzione Teatro Out Off)\, mette al centro dello spettacolo la necessità dell’utopia proprio in un momento in cui il presente\, più che un sogno fantastico\, sembra essere un incubo distopico. \nUn uomo ripercorre la sua vita e le ragioni per cui si sente estraneo alla società del suo tempo. Ogni interesse\, ogni impulso vitale sembra in lui ormai drammaticamente destinato a esaurirsi nel nulla\, quando ecco che la svolta salvifica sembra presentarglisi in forma di sogno\, suggerendo un’improvvisa quanto inaspettata opportunità di riscatto. Il racconto decolla così insieme al suo protagonista\, si sposta di piano e approda in altri mondi: le anguste pareti di una povera stanza in affitto esplodono letteralmente nello spazio\, e una rivelazione di trascinante potenza si offre disinteressata agli occhi dell’uomo con la forza di una resurrezione per il suo corpo segnato dal dolore e dalla sconfitta. La felicità sulla Terra può esistere\, e cercarla non solo ha senso\, ma è forse l’unica cosa che abbia senso fare: questo ci dice ancora oggi Dostoevskij. L’uomo ridicolo lo sa\, l’ha vista e toccata con mano; il suo sogno gliel’ha inequivocabilmente mostrata. La sua condizione allora non gli è più di peso\, e il tempo della sua vita diventa un tempo pieno di parole da regalare\, di semplici verità da confidare\, senza patemi\, a chi\, tra una risata e l’altra le vuole ascoltare. \nAll’improvviso accade che quest’uomo\, afflitto dall’inutilità di essere al mondo\, riprenda forza e vigore attraverso un sogno e ritrovi la volontà e la gioia di vivere. Decide di trasmettere agli altri la propria straordinaria esperienza\, basata su una verità incontrovertibile\, tanto semplice ed evidente da non essere vista: l’amore salverà l’umanità e ciò che la circonda. Questo è ciò che lo stravagante protagonista vuole comunicarci e\, per questo\, viene scambiato per un pazzo. In fondo\, il testo di Dostoevskij sta tutto qui. La nostra scelta per rappresentarlo è stata radicale: abbiamo prosciugato ogni aspetto predicatorio\, cercando di far emergere oltre che un valore religioso più universale\, anche una visione profeticamente apocalittica del mondo contemporaneo su cui poter riflettere\, filtrata però attraverso il candore e la simpatia del protagonista. Sulle tavole di un teatro in disarmo\, in uno spazio svuotato\, uno spazio destinato alla finzione in cui non c’è più niente da fingere\, assistiamo al confronto fra uno strano individuo e le sue avventurose fantasie; una specie di clown\, che vorrebbe svelare una verità importante a coloro che lo ascoltano ma non intendono prenderlo sul serio. Lui ne è cosciente e ne soffre. Ma in fondo non gli importa. Basta che il suo messaggio salvifico prima o poi raggiunga qualcuno e risvegli le anime morte delle persone che incontra. Se ponessimo\, per un attimo\, l’attenzione sulle piccole meschinità quotidiane che tutti noi commettiamo nei confronti degli altri\, allora capiremmo quante volte perdiamo l’occasione di tendere una mano a un nostro simile in difficoltà per trasmettergli anche il più semplice gesto d’amore. L’egoismo\, la corruzione\, la malvagità non sono inevitabili\, il Male non è insito nella natura umana; una nuova via è possibile\, una nuova umanità\, in pace con sé stessa e con la Terra\, può nascere e prosperare. Dostoevskij sceglie\, per diffondere “la lieta novella”\, un uomo insignificante\, un emarginato: proprio dai più umili può iniziare il riscatto.\nLorenzo Loris\, regista. \nIn questo testo affiora il grande tema dell’amore: l’uomo\, ci dice Dostoevskij\, è nato per amare\, per dividere con i propri simili affetto\, tenerezza\, comprensione. E se siamo circondati da violenze\, delitti\, perversioni\, guerre cerchiamo anche noi di far affiorare il sogno (forse\, appunto\, il sogno di un uomo ridicolo) di un’altra possibilità più umana\, per noi umani. Troppo spesso ce ne dimentichiamo\, anche noi travolti dal nostro quotidiano affanno: ma è così semplice un gesto d’amore verso chi ci sta vicino. Ecco quello che l’uomo ridicolo vuole predicare: amatevi. E lo prendono per pazzo. Non importa. Basta che il messaggio arrivi. Cadrà nel vuoto\, forse. O germoglierà. E allora forse qualche frammento dell’età dell’oro si realizzerà su questa nostra terra così desolata. La bellezza salverà il mondo\, ci dice Dostoevskij ne “L’idiota”: non è la bellezza esteriore\, è una bellezza interiore che nasce dall’amore.\nFausto Malcovati \nINFORMAZIONI e prenotazioni:\nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano  \nOrari spettacoli:\nmartedì\, giovedì ore 20:30 | mercoledì\, venerdì e sabato ore 19:30 | domenica ore 16:00 \nDurata: 80 minuti \nPrenotazioni e informazioni: T. 0234532140 | M. biglietteriaoutoff@gmail.com\nBiglietteria aperta da lunedì a venerdì dalle ore 10.00 alle ore 16.30.\nRitiro biglietti negli uffici in via Principe Eugenio 22 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.00 alle ore 13.00.\nRitiro biglietti in botteghino via Mac Mahon 16 dal mercoledì alla domenica un’ora prima dello spettacolo. \nPrezzi:\nIntero: 20€ | Under26: 14€ | Over65: 10€ \nSpettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro. \nABBONAMENTI:\nOutCard 50€ 4 ingressi a scelta per uno o più spettatori/spettatrici.\nJ&S Card – Junior (under26) & Senior (over65) 45€ 6 spettacoli.\nPassepartout Promozione riservata ai e alle residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10€ ingresso a 6€ per tutti gli spettacoli in programma. \nTrasporti pubblici: M5 FERMATA CENISIO; TRAM 14; TRAM 12; AUTOBUS 78
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SUMMARY:L’UOMO PIÙ CRUDELE DEL MONDO - Teatro Franco Parenti
DESCRIPTION:Foto di scena: L’Uomo più crudele del mondo – Lino Guanciale e Francesco Montanari © Fondazione Teatro di Napoli\nDal 5 al 7 Maggio 2025 – Sala Grande \nL’UOMO PIÙ CRUDELE DEL MONDO\ntesto e regia Davide Sacco\ncon Lino Guanciale\, Francesco Montanari\nscene Luigi Sacco\nluci Andrea Pistoia\nproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini\, LVF\, Teatro Manini di Narni\nSpettacolo presentato in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa \nDurata 1 ora \nL’uomo più crudele del mondo è lo spettacolo dalle tinte noir\, scritto e diretto da Davide Sacco\, in scena dal 5 al 7 Maggio nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti.\nUna riflessione sulla violenza affidata all’interpretazione di Lino Guanciale e Francesco Montanari.\nL’uomo più crudele del mondo\, Paolo Veres\, è seduto alla sua scrivania in una stanza spoglia di un capannone abbandonato. L’ambiente è freddo\, immerso in un silenzio totale. Veres è proprietario della più importante azienda di armi d’Europa\, ha fama di uomo schivo e riservato. Davanti a lui un giovane giornalista di una testata locale è stato scelto per intervistarlo\, ma la chiacchierata prende subito una strana.\n«Lei crede ancora che si possa andare avanti dopo questa notte… lei crede che questa vita domani mattina sarà la stessa che viveva prima?» dirà Veres al giornalista. In un susseguirsi di serrati dialoghi emergeranno le personalità dei due personaggi e il loro passato\, fino a un finale che ribalterà ogni prospettiva. \nNOTE DI REGIA\nFino a dove può spingersi la crudeltà dell’uomo? Qual è il limite che separa una brava persona da una bestia? A cosa possiamo arrivare se lasciamo prevalere l’istinto sulla ragione?\nQueste domande mi hanno guidato durante la stesura del testo e\, successivamente\, nella direzione degli attori. Volevamo che il pubblico fosse costantemente destabilizzato e non avesse certezze\, che si calasse insieme ai personaggi in un viaggio in cui il rapporto tra vittima e carnefice è di volta in volta messo in discussione e ribaltato. La “feccia” di cui parlano i protagonisti non è visibile nella scena\, fatta essenzialmente di luci fredde e asettiche\, ma deve emergere gradualmente fino al finale\, in cui speriamo che il titolo dello spettacolo possa diventare nella testa degli spettatori non più un’affermazione ma una domanda per riflettere sulla natura del genere umano. \nDavide Sacco \nORARI\nlunedì 5 Maggio – 20:00\nmartedì 6 Maggio – 20:00\nmercoledì 7 Maggio – 19:45 \nPREZZI\nSETTORE A (file A–E)\nintero 38€;\nunder26/over65/Carta giovani 28€\nSETTORE B (file F–R)\nintero 28€;\nunder26/over65/Carta giovani 20\,50€\nconvenzioni 22€\nSETTORE C (file S–ZZ)\nintero 20\,50€;\nunder26/over65/Carta giovani 18€\nconvenzioni 18€ \n\nINFO e biglietteria\nBiglietteria\nvia Pier Lombardo 14\n02 59995206\nbiglietteria@teatrofrancoparenti.it
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SUMMARY:Odin Teatret: LE NUVOLE DI AMLETO - Teatro Menotti Filippo Perego
DESCRIPTION:Foto di scena: Le nuvole di Amleto © Stefano di Buduo\nDal 7all’11 maggio\nLE NUVOLE DI AMLETO\nDedicato a Hamnet e ai giovani senza futuro \nODIN TEATRET\nEUGENIO BARBA  \nPrima Nazionale  \nAttori Antonia Cioaza\, Else Marie Laukvik\, Jakob Nielsen\, Rina Skeel\, Ulrik Skeel\, Julia Varley \nDisegno luci e video Stefano Di Buduo \nConsulente film Claudio Coloberti \nCostumi Odin Teatret  \nSpazio scenico Odin Teatret \nDirettore tecnico Knud Erik Knudsen  \nAssistenti alla regia Gregorio Amicuzi e Julia Varley \nTesto\, drammaturgia e regia Eugenio Barba \nTesto Eugenio Barba e citazioni dall’Amleto di William Shakespeare \nDrammaturgia e regia Eugenio Barba \nProduzione Tieffe Teatro\, Odin Teatret\, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale \n\nDal 7 all’11 maggio\, al Teatro Menotti di Milano la Prima Nazionale del nuovo spettacolo di Eugenio Barba\, prodotto da Tieffe Teatro con Odin Teatret ed Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale.  Un evento molto atteso che segna il ritorno di uno dei maestri della scena contemporanea. Dopo il debutto milanese\, lo spettacolo sarà dal 14 al 18 maggio all’Arena del Sole di Bologna e alla Biennale di Venezia dal 2 al 4 giugno. \nQuesta nuova creazione di Barba\, regista e teorico tra i più influenti del Novecento\, propone una lettura profonda e originale di uno dei temi più affascinanti della storia del teatro\, intrecciando passato e presente in una riflessione intensa e appassionata. \n«…perché oggi Amleto? – si chiede Barba – Cosa dice oggi a noi la vicenda di un padre il cui fantasma appare al figlio e gli lascia il compito di uccidere e vendicarlo? Qual è l’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che trasmetteremo ai nostri figli? Cosa succederebbe se Amleto\, come Antigone\, affermasse: non sono nato per condividere l’odio\, ma l’amore? Il dubbio rende l’uomo debole dice il principe di Danimarca». \nNel 1596\, Hamnet\, l’unico figlio maschio di William Shakespeare\, muore all’età di undici anni. Cinque anni più tardi Shakespeare perde suo padre e durante il periodo di lutto scrive La tragica storia di Amleto\, principe di Danimarca. Nell’ortografia irregolare dell’epoca “Hamnet” e “Hamlet” erano praticamente intercambiabili. Molti studiosi hanno scritto lunghi libri sulla relazione tra Hamnet e Hamlet. \nIl testo racconta del re danese Amleto\, che porta lo stesso nome del figlio\, avvelenato dal fratello Claudio e dalla moglie Gertrude che sono amanti. La loro passione si intreccia con un’altra tragica storia d’amore tra il principe Amleto e la giovane Ofelia. \nCosa dice oggi a noi la vicenda di un padre il cui fantasma appare al figlio e gli lascia in eredità il compito di uccidere per vendicarlo? Qual è l’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che trasmetteremo ai nostri figli? \n\nNOTE DI REGIA DI EUGENIO BARBA \nQuando le nuvole fanno cambiare casa alle parole\nCercai nell’Amleto le linee in cui Shakespeare parla di nuvole. Le misi insieme e le usai come nucleo da cui sviluppare le prime scene di uno spettacolo la cui storia e il cui senso erano da scoprire durante le prove. È importante “umanizzare” il processo. Lo spettacolo cresce come una creatura vivente\, con una coerenza e un ritmo tutto suo. È un feto che deve essere difeso\, che ha già un’identità\, e quindi deve ricevere subito un nome. Battezzai lo spettacolo in gestazione Le nuvole di Amleto. Così Shakespeare entrò nello spazio delle nostre prove e delle nostre menti. È il processo intorno a un testo o a una storia reale o inventata a decidere. Sono le sue vicende a provocare le nostre reazioni e dobbiamo agire con cautela senza imporre la nostra volontà intrisa di pregiudizi. Non siamo noi a cercare le storie. Sono loro a bussare alla nostra porta\, a convincerci ad accoglierle\, a prenderci per mano e condurci nel loro mondo. Un certo tipo di processo creativo presume la rinuncia alle nostre propensioni e l’obbligo a seguire imprevisti\, proposte astruse\, malintesi e sbagli. Non è passività\, cecità\, o fede indolente nelle coincidenze. Seguo una storia ancora poco discernibile con tutti i miei sensi all’erta\, come una madre segue i passi del bambino che apprende a camminare e ad aprirsi una strada in un mondo sconosciuto. \nPerché oggi Amleto?\nHamnet e Hamlet (Amleto) erano nomi intercambiabili in Inghilterra nei registri di fine sedicesimo e inizi del diciassettesimo secolo. Shakespeare aveva battezzato suo figlio Hamnet/Hamlet con il nome di un amico\, suo vicino di casa a Stratford. Nel 1596 Hamnet/Hamlet muore all’età di undici anni nella casa di Henley Street. Intorno al suo capezzale la madre\, le sue due sorelle e i nonni paterni pensano al padre distante\, a Londra\, dove vive stabilmente guadagnandosi il pane come attore e scrittore di drammi. Come gli spiegheranno l’improvvisa malattia e il decesso del figlio? Cinque anni più tardi\, nel 1601\, Shakespeare perde suo padre. Ora è l’unico a portare il nome che scomparirà con lui. Durante il periodo di lutto scrive La tragica storia di Amleto\, principe di Danimarca. Rielabora un testo esistente (oggi perduto) in cui aveva recitato nella sua gioventù il ruolo del fantasma. La storia di Amleto era stata narrata dal francese François de Belleforest che\, a sua volta l’aveva presa da una cronica medioevale in latino del danese Saxo Gramaticus. Un racconto di assassinio e vendetta all’epoca pre-cristiana dei vichinghi in cui era dovere del figlio uccidere l’assassino del padre. Nell’Amleto di Saxo Gramaticus così come nel racconto di Belleforest non ci sono spettri. Non ce n’era bisogno perché l’assassinio era dominio pubblico\, proprio come l’obbligo di vendicarsi. Shakespeare trasforma l’omicidio in un segreto. Da qui l’arrivo del fantasma\, deus ex machina\, che racconta come sia stato ucciso. La prima versione del testo di Amleto fu pubblicata in quarto nel 1603 e l’ultima in folio nel 1623 dopo la sua morte. La versione finale del folio è più lunga e più completa di quella del quarto. Include più scene e circa 600 nuove parole inglesi con sette lunghi monologhi che non sono azione ma riflessioni interiori. Oggi lo sappiamo bene: il monologo è una tecnica dei personaggi per trasmettere allo spettatore quello che sta succedendo dentro di loro. Il quarto del 1603 è la metà del testo del folio del 1623\, circa 2.000 versi – ovvero due ore di recitazione\, la durata abituale di uno spettacolo. È sicuramente la versione utilizzata dagli attori per la rappresentazione al Globe. La versione del folio comporta più di 4.000 versi\, ben quattro ore di rappresentazione\, impossibile per quel tempo. I soliloqui aggiunti all’ultima versione in folio sono “letteratura” pensata e aggiunta da Shakespeare per i lettori che compreranno le sue opere come libri.\nTutte queste informazioni\, però\, non mi aiutano a rispondere alla domanda: perché oggi Amleto? Cosa dice oggi a noi la vicenda di un padre il cui fantasma appare al figlio e gli lascia il compito di uccidere e vendicarlo? Qual è l’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che trasmetteremo ai nostri figli? Cosa succederebbe se Amleto\, come Antigone\, affermasse: non sono nato per condividere l’odio\, ma l’amore? Il dubbio rende l’uomo debole dice il principe di Danimarca. Forse in queste domande risiede il mio errore: giudicare il valore e il senso della mia esistenza e del mio agire secondo norme che appartengono alla società\, a una causa\, a una quantificabile utilità o a uno scopo del teatro. Siamo tutti influenzati da quelli che ci hanno preceduti e da quello che avviene nel presente. Il teatro\, con la sua storia e le sue tecniche è un fiume. Anche senza volerlo\, se tu ci entri dentro\, ne esci bagnato. Se per me il teatro è il paese della nostalgia\, è perché nutre il sogno del possibile nell’impossibile\, della fantasia nella realtà\, dello stupore nella banalità\, della danza nella stasi. La possibilità di condividere l’azione insieme ad altre persone. Da qui la profonda gratitudine per i miei attori e per tanti vivi e morti che mi insegnarono un mestiere la cui energia può intensificare e illuminare il senso incomunicabile della mia vita. Avanzo tentando di capire se il mio corpo-mente ha trovato ancora una volta la strada. Mi identifico impulsivamente con le azioni degli attori: un abbraccio tra intelletto e istinto\, tra disciplina e rischio. Sconosciuto mi è lo spettacolo e sconosciuto il suo senso. Non è un enigma\, ma un mistero. Come la vita. Diceva T.S. Eliot: ogni generazione sbaglia a proposito di Shakespeare in modo nuovo. \nODIN TEATRET\nL’Odin Teatret (www.odinteatret.org) è stato fondato da Eugenio Barba nel 1964 a Oslo\, in Norvegia con quattro giovani rifiutati alla scuola nazionale di teatro. Nel 1966 l’Odin Teatret si trasferì in Danimarca e trasformò in laboratorio teatrale una stalla di una fattoria fuori Holstebro. Nel 1983\, il nome fu cambiato in Nordisk Teaterlaboratorium/Odin Teatret come cornice di un’istituzione dalle numerose attività artistiche e didattiche\, con una casa editrice\, produzione di film\, festival e iniziative nella comunità. Nel 2022 l’Odin Teatret ed Eugenio Barba hanno lasciato il Nordisk Teaterlaboratorium e continuano la loro attività in Danimarca e nel resto del mondo. Nel 2024\, le attività dell’Odin Teatret includono spettacoli in Danimarca e all’estero\, didattica e seminari\, un intenso contatto con gruppi di teatro anche attraverso progetti europei\, la residenza intensiva annuale Odin Home dalla durata di nove giorni a Ringkøbing-Skjern\, l’annuale Transit Festival dedicato alle donne nel teatro a Stendis\, e la Poesia del giovedì in collaborazione con altre istituzioni di Holstebro. In collaborazione con la Fondazione Barba Varley (www.fondazionebarbavarley. org) l’Odin Teatret è attivo nella produzione di film e video didattici\, nella pubblicazione di libri\, nell’appoggio a individui e gruppi in situazioni svantaggiate\, in sessioni dell’ISTA (International School of Theatre Anthropology)\, spettacoli con il multiculturale Theatrum Mundi Ensemble\, la rivista “JTA – Journal of Theatre Anthropology” e una serie di film sull’antropologia teatrale scaricabili gratuitamente. Al centro di questa collaborazione c’è il LAFLIS\, Living Archive Floating Islands (www.LAFLIS.org)\, creato dopo la donazione di Barba della sua biblioteca e del suo patrimonio artistico alla Regione Puglia in Italia. È a Lecce\, presso la Biblioteca Bernardini\, che rivive la storia dell’Odin Teatret\, così come l’ingente documentazione sul Transit Festival diretto da Julia Varley\, sul Magdalena Project e sui gruppi del Terzo Teatro. È disponibile un archivio digitalizzato con documenti risalenti al 1960\, quando Barba si recò in Polonia per studiare regia e incontrò il giovane Grotowski. I legami intrecciati durante 60 anni hanno portato allo sviluppo di un ambiente professionale e accademico in cooperazione con università\, gruppi e associazioni culturali. Le esperienze dell’Odin Teatret\, con 86 spettacoli presentati in 67 paesi e in contesti sociali diversi\, hanno generato una particolare cultura con radici nella diversità culturale e nel principio del “baratto”: gli attori dell’Odin Teatret si presentano con il loro lavoro per un ambiente specifico\, che a loro volta risponde con canti\, musiche e danze della propria cultura. \nSTAGIONE 2024 | 2025 \nBIGLIETTERIA \nPREZZI \n\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita\nAbbonamento Menotti Card 4 ingressi €60\, 8 ingressi €110\n\nTEATRO MENOTTI\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online \nORARI SPETTACOLI\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO - Teatro Franco Parenti
DESCRIPTION:Foto di scena: Fabrizio Gifuni – Con il vostro irridente silenzio © Studio Musacchio Ianniello Pasqualini\nDal 9 all’ 11 Maggio 2025 – Sala Grande \nCON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO\nStudio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro \nideazione e drammaturgia di Fabrizio Gifuni\nsi ringraziano Nicola Lagioia e il Salone internazionale del Libro di Torino\,\nChristian Raimo per la collaborazione\, Francesco Maria Biscione e Miguel Gotor per la consulenza storica\nproduzione Cadmo \nDurata 2 ore \nDopo averne vestito i panni nelle opere di due grandi registi del cinema italiano Romanzo di una strage (2011) Marco Tullio Giordana ed Esterno notte (2022) di Marco Bellocchio\, Fabrizio Gifuni torna ad incarnare Aldo Moro nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti. Dal 9 all’11 maggio Con il vostro irridente silenzio\, da lui scritto e diretto a partire dallo scritto più scabro e nudo della storia d’Italia; il cosiddetto memoriale di Aldo Moro. \nNel periodo di detenzione attuato per mano delle Brigate Rosse\, tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978\, giorno del ritrovamento del corpo esanime\, Aldo Moro scrive instancabilmente giorno e notte\, lettere che non verranno mai recapitate\, lettere recapitate ma mai divulgate\, ma anche scritti rinvenuti successivamente nel 1990. \nParla\, ricorda\, scrive\, risponde\, interroga\, confessa\, accusa\, si congeda. Moltiplica le parole su carta: scrive lettere\, si rivolge ai familiari\, agli amici\, ai colleghi di partito\, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico\, storico\, personale – un memoriale – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri. \nSono le ultime parole di Moro\, l’insieme delle carte scritte nei 55 giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o\, meglio\, quelle fino a noi pervenute.  Un fiume di parole inarrestabile che si cercò subito di arginare\, silenziare\, mistificare\, irridere. Moro non è Moro\, veniva detto. \nLa stampa\, in modo pressoché unanime\, martellò l’opinione pubblica sconfessando le sue parole\, mentre Moro urlava dal carcere il proprio sdegno per quest’ulteriore crudele tortura. \nA distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato. Poche persone le hanno davvero lette\, molti hanno scelto di dimenticarle. \nI corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura tornano però periodicamente a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche\, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre. \nDopo aver lavorato sui testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini\, in due spettacoli struggenti e feroci\, riannodando una lacerante antibiografia della nazione\, Fabrizio Gifuni attraverso un doloroso e ostinato lavoro di drammaturgia mette in scena un ‘rituale scenico’\, un rito collettivo più che mai necessario a un’intera comunità. \nORARI\nvenerdì 9 Maggio – 19:45\nsabato 10 Maggio – 19:45\ndomenica 11 Maggio – 16:15 \nPREZZI\nSETTORE A (file A–E)\nintero 38€;\nunder26/over65 28€\nSETTORE B (file F–R)\nintero 28€;\nunder26/over65 20\,50€\nSETTORE C (file S–ZZ)\nintero 20\,50€;\nunder26/over65 18€ \nTutti i prezzi non includono i diritti di prevendita. \n\nINFO e biglietteria\nBiglietteria via Pier Lombardo 14\n02 59995206\nbiglietteria@teatrofrancoparenti.it
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SUMMARY:INTORNO AL VUOTO - Teatro Menotti Filippo Perego
DESCRIPTION:Foto di scena: Intorno al vuoto © Bottega Teatro Marche/ Tieffe Teatro\nDal 15 al 18 maggio GIANLUIGI FOGACCI E PAOLA GIORGI  \nIntorno al vuoto\nDi Benedetta Nicoletti\nCon Gianluigi Fogacci\, Paola Giorgi\, Fabiana Pesce\nRegia Giampiero Rappa\nScene Laura Benzi\nCostumi Stefania Cempini\nDisegno luci Paolo Vinattieri\nMusiche Massimo Cordovani\nSupervisione drammaturgia Giampiero Rappa\nAssistente alla regia Michela Nicolai \nProdotto da Bottega Teatro Marche/ Tieffe Teatro \nCon il patrocinio di\nINRCA Istituto Nazionale di Ricovero e Cura a carattere Scientifico realizzato con il contributo della Regione Marche – Assessorato alla Cultura\nProgetto vincitore del Premio Impronta d’Impresa Marche “le donne lasciano il segno “Camera di Commercio delle Marche \nDal 15 al 18 maggio al Teatro Menotti Intorno al Vuoto\, il nuovo e intenso spettacolo scritto da Nicoletta Benedetti\, diretto da Giampiero Rappa e interpretato da Paola Giorgi insieme a Gianluigi Fogacci e Fabiana Pesce.\nParlare di Alzheimer a teatro. Non solo si può\, ma anche si deve talvolta\, se è vero come è vero che Arte e Bellezza hanno il potere salvifico di rendere migliori le nostre vite. E portare sulle scene un tema difficile\, che incute più di un timore in una società che tende ad essere estremamente longeva\, può essere forse la chiave per comprenderlo meglio e\, magari\, guardarlo con meno angoscia. Nasce così ‘Intorno al Vuoto’\, un lavoro che si preannuncia già carico di significati\, che non ha la pretesa (né la volontà) di raccontare la malattia\, bensì le persone che si trovano ad affrontarla.\nIntorno al vuoto è\, come una favola. È una pièce che parla di Alzheimer ed è innanzitutto la storia di una famiglia: Carol\, cinquantenne\, titolare di una importante cattedra universitaria di psicologia\, cerca di imporre le scelte lavorative alla figlia Liz\, appoggiata invece dal padre Paul\, anche lui noto ricercatore\, dal carattere apparentemente tranquillo\, razionale e inflessibile. Quelle che vediamo in scena sono tre anime che vagano intorno alla memoria di questa storia familiare. Il viaggio di Carol dentro l’inferno della malattia è una realtà spesso sfocata\, dove tutto è impalpabile\, proprio come avviene con i nostri ricordi: non possiamo toccare le cose né le persone\, possiamo solo immaginarle\, rivederle nella nostra mente\, provare a risentire i sensi e le emozioni di quel momento. Una storia di amore e consapevolezza\, che punta all’obiettivo ambizioso di creare anche tanta Bellezza\, sia pure di fronte ad un tema drammatico. Così come è nella missione primordiale del Teatro: essere portatore di etica\, oltre che di estetica. Più modernamente\, si è di fronte ad un luminoso esempio di ‘Welfare culturale’\, ovvero la cultura che non ha solo scopi terapeutici\, ma diventa fattore concreto di benessere e qualità di vita\, perfettamente inserito nelle leve dello sviluppo armonioso di una collettività. In questo caso\, il tocco ‘femminile’ dà un ulteriore valore aggiunto alla narrazione: ‘Intorno al vuoto’ è un progetto ideato da una donna\, Paola Giorgi\, e prodotto da un’altra donna: Agnese Paolucci\, titolare di Bottega Teatro Marche\, compagnia indipendente di cui la Giorgi è direttore artistico\, nata nel solco del grande lavoro di Tommaso Paolucci\, compianto e indiscusso talento del mondo teatrale italiano. Una compagine a cui si è aggiunta la prestigiosa co- produzione di Tieffe Teatro Menotti di Milano. Ci sono poi i partner scientifici ed istituzionali: lo spettacolo ha l’autorevolissimo patrocino dell’INRCA (Istituto Nazionale di Ricovero e Cura per Anziani)\, ha già vinto il Bando Cultura della Regione Marche e il Premio ‘Impronta d’Impresa’ della Camera di Commercio delle Marche. \nSTAGIONE 2024 | 2025 \nBIGLIETTERIA \nPREZZI: \n\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita\nAbbonamento Menotti Card 4 ingressi €60\, 8 ingressi €110\n\nTEATRO MENOTTI:\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA:\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo \nAcquisti online\no a questo link \nORARI SPETTACOLI:\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:ERODIÀS + MATER STRANGOSCIÀS - Piccolo Teatro Grassi
DESCRIPTION:Foto di scena: Erodiàs + Mater strangosciàs © Daniela Neri\nPiccolo Teatro Grassi\ndal 20 al 25 maggio \nGiovanni Testori    \nERODIÀS + MATER STRANGOSCIÀS\ncon Anna Della Rosa\nun progetto di Sandro Lombardi \nUn viaggio nella sofferenza e nell’umanità delle protagoniste dei lai di Testori: Erodiade e la Mater Dolorosa esprimono il loro dolore per amori impossibili e perdite devastanti. Dal 20 al 25 maggio\, al Teatro Grassi\, Anna Della Rosa\, guidata da Sandro Lombardi\, ripropone queste poetiche voci femminili con intensa fragilità. Sabato 24 maggio\, una versione in forma di concerto del primo dei Tre lai – Cleopatràs\, con la regia di Valter Malosti – completa la trilogia \nSandro Lombardi\, indimenticato interprete – tra il 1996 e il 1998 – dei Tre lai (Cleopatràs\, Erodiàs\, Mater strangosciàs) di Giovanni Testori\, dopo averla vista nell’allestimento del primo\, diretto da Valter Malosti\, consegna ad Anna Della Rosa la sua interpretazione del secondo e del terzo dei lai. Non una regia\, ma un vero e proprio dono\, come nella tradizione del teatro orientale\, in cui l’attore più esperto affida al più giovane una sua interpretazione. \nDue laceranti monologhi poetici: Erodiade è ossessionata da un amore mai realizzato per Giovanni Battista\, un desiderio che sfocia nella follia e nella disperazione; Maria è intrisa di un amore materno purissimo\, mentre affronta l’atroce sofferenza per il sacrificio del Figlio durante il Calvario. \nSabato 24 maggio\, alle ore 19.30\, la replica di Erodiàs + Mater strangoscias\, è preceduta da Cleopatràs: un distillato\, in forma di concerto\, dello spettacolo di Valter Malosti con Anna Della Rosa. \nPiccolo Teatro Grassi (Via Rovello\, 2 – M1 Cordusio) \nDal 20 al 25 maggio 2025 \nErodiàs + Mater strangosciàs\nda Tre lai di Giovanni Testori\nun progetto di Sandro Lombardi\nper Anna Della Rosa\nassistente alla regia Virginia Landi\nassistente alla drammaturgia Alberto Marcello\ndisegno luci Vincenzo De Angelis\nproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, Compagnia Lombardi-Tiezzi\nprogetto realizzato in collaborazione con Associazione Giovanni Testori  \nDurata: un’ora e dieci minuti senza intervallo \nsi ringrazia Giovanni Agosti per la condivisione del suo sapere\nsi ringrazia Giorgio Bertelli per il trono di Erodiàs\nsi ringrazia Nicolò Rossi per aver concesso il testo della sua revisione critica dei Tre lai\nsi ringrazia Giovanna Buzzi per il costume di Anna Della Rosa\nsi ringrazia Federico Tiezzi senza il cui lavoro per i Tre lai tra il 1996 e il 1998 questo progetto non sarebbe neanche concepibile \nSabato 24 maggio\nCleopatràs\nin forma di concerto\nda Tre lai di Giovanni Testori\ncon Anna Della Rosa\nregia Valter Malosti\nprogetto sonoro e live electronics Gup Alcaro\nproduzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale\, TPE – Teatro Piemonte Europa \nDurata: 70 minuti senza intervallo \nOrari: martedì\, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica\, ore 16. \nPrezzi: platea 33 euro\, balconata 26 euro\nIl biglietto della recita di sabato 24 maggio comprende i tre spettacoli \nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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LOCATION:Piccolo Teatro Grassi\, via Rovello\, 2 – M1 Cordusio\, Milano\, 20121\, Italia
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SUMMARY:IL GIOCO DELL’AMORE E DEL CASO di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux
DESCRIPTION:Foto di scena: Il gioco dell’amore e del caso © Alessandro Saletta\nMTM Teatro Litta – dal 24 giugno al 5 luglio 2025  \nIl gioco dell’amore e del caso\ndi Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux\nnuova traduzione di Michele Zaffarano\nadattamento e regia Antonio Syxty\ncon Agnese Sofia Bonato\, Gaetano Callegaro\, Francesco Martucci\, Jasmine Monti\, Filippo Renda\nregista assistente Filippo Renda\n \nscene Guido Buganza\ncostumi Valentina Volpi\nrestyling e sartoria Francesca Biffi\n \ndisegno luci Fulvio Melli\nassistente alla regia e delegata di produzione Susanna Russo\nproduzione Manifatture Teatrali Milanesi \nIl gioco dell’amore e del caso di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux è una commedia teatrale molto simile a un prezioso ingranaggio. Questo capolavoro\, esaltato come uno dei vertici della drammaturgia francese\, cattura l’attenzione degli spettatori con un intricato intreccio di travestimenti\, inganni e amori segreti.\nIn questa vera e propria commedia degli equivoci\, Marivaux mette in scena il classico scambio di ruoli\, quello tra padroni e servi\, che\, pur proponendosi uno scopo chiarificatore\, non porta altro se non ulteriori complicazioni di sentimenti e relazioni. \nUna commedia molto simile a un prezioso ingranaggio che cattura l’attenzione degli spettatori con un intricato intreccio di travestimenti\, inganni e amori segreti.\nSilvia ama Dorante\, ma per studiarne la virtù decide di vestire segretamente i panni della sua cameriera Lisetta. Ma anche Dorante ha avuto la stessa idea e si traveste dal suo servo Arlecchino.\nIl testo esplora le sfumature dell’amore attraverso lo scambio di ruoli tra i personaggi\, offrendo una vivace girandola di emozioni e colpi di scena e distinguendosi per la brillantezza delle interpretazioni e la profondità psicologica dei personaggi.\nMarivaux offre uno sguardo penetrante sulla metafisica del cuore\, evidenziando il trionfo della passione sull’egoismo e le convenzioni sociali\, incantando il pubblico con il suo intrigo avvincente e la sua raffinata analisi dell’amore e della società.\nA sovrastare il tutto\, un’intrusione visiva che rende la scena quasi un’installazione\, come le nuvole di Berndnaut Smilde\, anche se qui al posto della nuvola c’è un gorilla warholiano fucsia che indossa anche lui una maschera\, a voler emulare gli umani nei loro bizzarri traccheggiamenti\, assurgendo a deus ex machina. \nNote di regia:\nUna nuova traduzione per Marivaux.\nQuando faccio teatro la prima cosa\, per il mio lavoro\, è avere a disposizione una lingua che possa produrre un suono coerente con il testo e con il dispositivo che il testo mette in atto\, inizialmente sulla pagina scritta e in un secondo momento nella trasposizione organica per la voce. Mi capita spesso – nella vita quotidiana – di notare come spesso scegliamo a caso le parole che pronunciamo per comunicare. Il più delle volte usiamo le parole con trascuratezza\, con approssimazione\, in modo sbrigativo perché ciò che ci preme è comunicare\, ma nello stesso tempo utilizziamo il dispositivo verbale senza la consapevolezza della sua ricchezza e potenzialità allegorica\, semantica\, metaforica.\nIl teatro non può e non deve uniformarsi al quotidiano\, soprattutto nel caso di un testo del 1730\, che è un dispositivo drammaturgico in grado di creare un disegno raffinato intorno a quelli che sono i meccanismi umani\, che regolano verità e rappresentazione di sé e dei propri sentimenti.\nPer questo ho chiesto a Michele Zaffarano\, già traduttore di autori francesi come Francis Ponge\, Christophe Tarkos\, Michel Onfray\, Alain Badiou\, Chare Baudelaire\, Jean-Marie Gleize e altri di fare una nuova traduzione dal testo francese originale di Marivaux.\nOgni traduzione è un tradimento dell’originale e il teatro è il luogo del tradimento\, ma la scelta che si fa del dispositivo verbale è fondamentale\, perché prima di ogni altra cosa la parola diventa suono e il suono entra nelle nostre orecchie generando vibrazioni di senso\, immaginazione e pensiero.\nIl dialogo fra traduttore e attori\, nella fase di studio del testo\, è stato fondamentale per scoprire le differenze culturali dell’utilizzo della lingua e dei modi di dire nel contesto culturale di origine contestualizzata in un periodo storico e a un contesto sociale e politico.\nAntonio Syxty \nTeatro Litta\nda lunedì a sabato ore 20.30 – domenica riposo\nintero € 30\,00 – convenzioni € 24\,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 24\,00 – Under 30 e Over 65 € 17\,00 – Università € 17\,00 – scuole di Teatro € 19\,00 – scuole civiche Fondazione Milano\, Piccolo Teatro\, La Scala e Filodrammatici € 11\,00 – Scuole MTM € 10\,00 – ridotto DVA € 15\,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO\nInvito a teatro Manifatture Teatrali Milanesi \ndurata: 120 minuti\nInfo e prenotazioni biglietteria@mtmteatro.it – 02.86.45.45.45 \nI biglietti sono acquistabili sul sito www.biglietti.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita Vivaticket.\nI biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
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LOCATION:MTM Teatro Litta\, Corso Magenta 24\, Milano\, 20123\, Italy
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SUMMARY:L’ACQUAFORTE PER LEONARDO SCIASCIA: GIORGIO MORANDI\, LUIGI BARTOLINI\,  GIUSEPPE VIVIANI\, EDO JANICH
DESCRIPTION:  \nALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA DI LONGIANO (FC)  \nPER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA UNA MOSTRA DEI QUATTRO INCISORI AMATI DA LEONARDO SCIASCIA\n90 opere provenienti da collezioni private e dalla Fondazione Balestra a cura di Flaminio Balestra \nPROROGATA FINO AL 19 OTTOBRE LA MOSTRA \nTANTI GLI EVENTI COLLATERALI DAL COINVOLGIMENTO DELLE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO\nAD INCONTRI DEDICATI E UN LABORATORIO\nSULL’INCISIONE TENUTO DA EDO JANICH  \nLa direzione del Museo Fondazione Tito Balestra ha prorogato la mostra L’acquaforte per Leonardo Sciascia – Giorgio Morandi\, Luigi Bartolini\, Giuseppe Viviani\, Edo Janich fino al 19 ottobre 2025. \nUna mostra\, come detto più volte\, unica in Italia e a detta dei tanti visitatori “di straordinaria bellezza”. 90 le opere provenienti da collezioni private e dalla Fondazione Balestra dei grandi incisori amati e segnalati in più occasioni da Leonardo Sciascia che per l’acquaforte aveva una passione particolare. \nPartendo dalle indicazioni di Sciascia\, la Fondazione Tito Balestra ha voluto realizzare una mostra capace di riportare l’attenzione su questi quattro grandi incisori – già presenti\, tra l’altro\, con proprie opere\, nella collezione permanente – e di testimoniare i rapporti e le affinità tra lo scrittore siciliano e il poeta longianese. \nIl curatore della mostra\, Flaminio Balestra\, grazie alla fondamentale collaborazione dei collezionisti privati (Paolo Bassano\, Alberto Marcelletti\, Luciana Bartolini) e dell’artista Edo Janich\, ha individuato un’importante selezione di 60 opere (15 per ogni artista). In mostra si potranno ammirare il profondo sentimento dell’esistenza di Giorgio Morandi (opere dal 1924 al 1961)\, i prediletti soggetti naturalistici di Luigi Bartolini (opere dal 1920 al 1937)\, le atmosfere suggestive di Giuseppe Viviani (opere dal 1933 al 1958)\, i sogni di Edo Janich (opere dal 1972 al 1999). In tutti\, la grande abilità tecnica\, attenta ai dettagli\, che tanto incantava Sciascia. Perché è nella tecnica che si fonda tutto ciò che l’invenzione riporta sulla carta appena uscita dal torchio.  \nA completare il percorso\, sarà possibile visitare la sezione permanente della collezione donata da Anna Balestra alla Fondazione\, con 7 acqueforti di Morandi (datate dal 1921 al 1956)\, 18 di Bartolini (datate dal 1926 al 1962)\, 1 linoleografia di Viviani (datata 1937)\, e alcune tra le opere recentemente donate da Edo Janich (datate dal 1974 al 2023). \nDiverse attività accompagneranno la mostra. Verranno organizzati laboratori per le scuole primarie e secondarie\, e l’artista Edo Janich terrà un incontro sull’incisione\, rivolto ad accademie e istituti d’arte. Inoltre\, la mostra interagirà con la rassegna “Sagge sono le Muse – In parole”\, che vedrà la partecipazione degli storici dell’arte Giuseppe Appella e Marilena Pasquali. \nLa fondazione con questa mostra si conferma inoltre come volano per il turismo culturale della regione Emilia-Romagna. \nLa mostra è realizzata anche grazie al prezioso sostegno della Direzione Generale Educazione Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura\, del Settore patrimonio Culturale della Regione Emilia-Romagna\, del Comune di Longiano\, di Romagna Iniziative e gode del patrocinio della Fondazione Leonardo Sciascia e di Sellerio Editore. \nLa mostra sarà visitabile fino al 19 ottobre 2025 Orari di apertura dal martedì alla domenica e festivi ad agosto 16:00-20:00 e settembre e ottobre 10:00-12:00 / 15:00-19:00. \nPer informazioni e prenotazioni 0547 665850 oppure via mail a info@fondazionetitobalestra.org\n La mostra è visitabile con il biglietto del museo  \nAltre INFO
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LOCATION:Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Longiano (FC)\, Piazza Malatestiana 1\, Longiano\, 47020\, Italy
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SUMMARY:MODIGLIANI\, PICASSO e le Voci della modernità dal Museo LaM
DESCRIPTION:16 ottobre 2025 – 25 gennaio 2026\nPalazzo Zabarella\, Padova \nMostra organizzata da Palazzo Zabarella e LaM\nLille Métropole Musée d’art moderne\, d’art contemporain et d’art brut \nIn collaborazione con Manifesto Expo\nPromossa da Fondazione Bano in collaborazione con Comune di Padova \nUn’eccezionale collezione d’arte proveniente da uno dei più importanti musei del Nord Europa e della Francia sarà al centro di un nuovo importante appuntamento espositivo in programma\, a partire dal prossimo autunno\, a Palazzo Zabarella. \nNell’ambito del dialogo avviato dalla Fondazione Bano negli ultimi anni con importanti istituzioni museali di fama internazionale – dopo le collaborazioni con il Brooklyn Museum di New York e il museo di Grenoble – è ora la volta del LaM\, Lille Métropole Musée d’art moderne\, d’art contemporain et d’art brut\, che ci offrirà l’opportunità di ammirare 65 opere di 30 artisti d’avanguardia in una nuova grande mostra che si aprirà al pubblico il 16 ottobre. Ai protagonisti delle avanguardie storiche e agli artisti più noti\, se ne affiancano altri che aprono a scenari artistici inediti più vicini alla contemporaneità. Tra i numerosi capolavori spiccano cinque dipinti di Pablo Picasso e sei di Amedeo Modigliani. \n La creazione del museo LaM\, situato a Villeneuve d’Ascq\, una città dell’area metropolitana di Lille\, avvenuta nel 1983\, è legata al lascito di Geneviève (1922-2003) e Jean Masurel (1908-1991)\, membri di una nota famiglia di produttori tessili del nord della Francia. La donazione comprendeva le opere acquistate da Jean Masurel e quelle lasciategli in eredità dallo zio Roger Dutilleul (1872-1956) industriale e appassionato d’arte e uno dei più importanti collezionisti di Modigliani. In un arco temporale compreso tra i primi anni del Novecento e gli anni Settanta dello scorso secolo\, Dutilleul e suo nipote Masurel hanno raccolto un’eccezionale collezione\, molto personale e al tempo stesso rappresentativa dei principali movimenti artistici della prima metà del Novecento in Francia. Da allora\, il LaM è diventato un’istituzione chiave sulla scena culturale europea e si è ulteriormente arricchito nel 1999 con una donazione di oltre 3.500 opere d’arte brut da parte dell’associazione L’Aracine – fondata da Madeleine Lommel\, Claire Teller e Michel Nedjar – e divenendo così il Lille Métropole Musée d’art moderne\, d’art contemporain et d’art brut. Con una collezione di oltre 8.500 opere d’arte\, il LaM è il primo museo francese a riunire questi ambiti artistici offrendo un panorama unico dell’arte del XX e XXI secolo. \nRoger Dutilleul iniziò a collezionare opere d’arte nel 1904 per non smettere mai fino alla sua morte avvenuta nel 1956. Descritto dal gallerista Daniel-Henry Kahnweiler come un “uomo profondamente simpatico e stimabile … nella tradizione dei grandi amanti dell’arte” sembra che avesse un approccio molto istintivo nei confronti della pittura\, mostrando la sua sensibilità verso il colore e favorendo la sincerità dell’opera. Dutilleul affermò di non avere “nessun credo” né “dogma a priori” sull’arte\, osservando: “La cosa più importante è che il dipinto ti guardi. Non spetta all’amatore guardarlo – soprattutto con idee o sentimenti preconcetti – deve accontentarsi di vederlo\, vale a dire di incrociare il suo sguardo con esso\, per intuire il pensiero dell’artista o\, meglio ancora\, la sua più profonda\, intima emozione. Due esseri viventi che comunicano come meglio possono!” \nDopo aver acquisito alcune opere fauviste\, rimase colpito dalla pittura di Georges Braque e Pablo Picasso divenendo uno dei primi sostenitori e collezionisti dell’arte cubista. Seguendo il gusto del gallerista Kahnweiler\, si interessò anche ai dipinti “Tubisti” di Fernand Léger e alle ricerche di Henri Laurens riguardanti la scultura cubista. \nJean Masurel\, figlio della sorella minore di Roger Dutilleul\, Françoise Collart-Dutilleul\, e del commerciante di lana Jules-Paul Masurel\, crebbe nel nord della Francia e\, nei primi anni Venti\, fu mandato da suo zio a Parigi per prepararsi al baccalaureato. Lì iniziò ad acquistare le prime opere della sua collezione. I suoi gusti rispecchiavano quelli dello zio prediligendo gli stessi artisti: Fernand Léger\, Georges Braque\, Pablo Picasso\, Paul Klee\, André Bauchant e\, in seguito\, Bernard Buffet. Tuttavia\, mostrava anche interesse verso la pittura astratta e sostenne gli artisti locali del nord della Francia. \nRoger Dutilleul lasciò in eredità la maggior parte della sua collezione al nipote Jean Masurel il quale\, considerandosi solo il «custode» della collezione comune\, decise di donarla a una comunità pubblica. Fu scelta l’area metropolitana di Lille\, da dove proveniva\, e il Musée d’art moderne de Villeneuve d’Ascq aprì nel 1983. Da amante della natura\, Jean Masurel voleva che il luogo fosse circondato da un parco e aperto all’arte contemporanea. Questo desiderio fu il segno distintivo del museo e portò nel 1999 all’ingresso della donazione dell’eccezionale collezione dell’associazione L’Aracine comprendente diverse opere come disegni\, dipinti\, assemblaggi\, oggetti e sculture di oltre 170 artisti francesi e stranieri riconducibili all’Art Brut. \nEra stato l’artista Jean Dubuffet nel 1945 a coniare il concetto di ‘Art brut’\, in un periodo in cui stava iniziando a mettere insieme una collezione d’arte altamente eclettica che mostrava il suo interesse verso opere realizzate sotto l’influenza di spiriti\, negli ospedali psichiatrici o da persone emarginate e dagli ‘architetti’ autodidatti che seguivano l’esempio di Ferdinand Cheval. Oggi riconosciuta come un fenomeno chiave dell’arte del XX secolo\, l’Art Brut – in inglese “outsider art”\, si è ampliata e diffusa in tutto il mondo. Essa viene a legarsi all’interesse e all’apprezzamento nei confronti dell’arte autodidatta espressi dagli stessi Roger Dutilleul e Jean Masurel. \n Curata da Jeanne-Bathilde Lacourt\, Curatrice per l’arte moderna al LaM\, la mostra è articolata in sei sezioni in cui il visitatore scoprirà a Padova un approfondimento sull’avanguardia cubista con i dipinti di Picasso come Pesci e bottiglie del 1909\, Donna con cappello del 1942\, e di Georges Braque come La Roche-Guyon del 1909 o Il Sacro Cuore di Montmartre del 1910\, per poi considerare il “Tubismo” di Fernard Léger\, rappresentato da ben sei dipinti\, e le ulteriori versioni del cubismo testimoniate dalle opere pittoriche di Léopold Survage\, Eugène Nestor de Kermadec\, Francisco Borès e dalle pietre policrome di Henri Laurens. Di Amedeo Modigliani verranno esposti autentici capolavori quali il ritratto di Moïse Kisling\, Ragazzo dai capelli rossi\, Nudo seduto con camicia e Maternità. \nVerranno quindi compresi ulteriori movimenti e avanguardie artistiche del primo e del secondo dopoguerra\, come Joan Miró\, André Lanskoy\, Youla Chapoval\, Joaquín Torres-García\, le opere di Alexander Calder\, e i dipinti stratificati e materici di Eugène Leroy. \nIl mazzo di fiori di Séraphine de Senlis\, Il chiosco di Gertrude O’Brady\, Composizione decorativa di Augustin Lesage\, Dipinto meraviglioso n. 35 di Fleury Joseph Crépin faranno scoprire le vie alternative di un’arte ‘autodidatta’\, più spontanea\, istintiva\, naïf (proprio come erano definiti questi artisti)\, capace di esprimere altrettanta poesia e spiritualità. \nCi si confronterà infine con l’Art Brut vera e propria attraverso due sculture in granito di Antoine Rabany\, che lo stesso Dubuffet (presente in mostra con l’opera Pane filosofico) aveva contribuito a far conoscere e una scultura in legno di Auguste Forestier. \nORARI DI APERTURA:\nDalla domenica al giovedì \n10:00 – 19:00 \nVenerdì e sabato \n10:00 – 20:00 \nUltimo ingresso 45 minuti prima\nChiuso il 25 dicembre
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SUMMARY:STEVE McCURRY a Palazzo Pigorini di Parma
DESCRIPTION:Foto: Palazzo Pigorini\, Parma – Orizzonti lontani © Steve Mc Curry\nSteve McCurry non è soltanto uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea\, pluripremiato con il prestigioso World Press Photo Award – spesso considerato il “Premio Nobel” della fotografia –\, ma continua ad essere un punto di riferimento per un vastissimo pubblico\, specialmente tra i giovani. Nelle sue immagini\, molti riconoscono un modo unico di guardare il mondo e\, in qualche modo\, se stessi \nDal 22 novembre 2025 al 12 aprile 2026\, Steve McCurry sarà protagonista a Parma con una grande mostra allestita a Palazzo Pigorini\, nei suggestivi spazi del primo e secondo piano. A curare l’esposizione sarà Biba Giacchetti\, profonda conoscitrice del lavoro di McCurry. Le fotografie non seguiranno un criterio cronologico o geografico\, ma saranno accostate per affinità di soggetti\, emozioni e atmosfere\, cercando quei fili invisibili che legano persone e luoghi\, anche lontanissimi tra loro. \nL’allestimento evoca quel senso profondo di umanità che si respira in ogni scatto di McCurry. In mostra non mancheranno le sue immagini più celebri\, come l’indimenticabile ritratto della ragazza afghana\, fotografie realizzate in oltre quarant’anni di carriera: scatti intensi dal Sud-Est asiatico\, dalla Cina\, dal Sud America e da molte altre parti del mondo. Ogni volto ritratto da McCurry è un concentrato di storie\, emozioni\, dolore\, speranza\, paura e bellezza. «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza\, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te»\, racconta il fotografo.\nInstancabile viaggiatore\, McCurry ha fatto del movimento una filosofia di vita:\n«Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile». \nProdotta da ARTIKA\, in collaborazione con Orion57 e il Comune di Parma\, la mostra rappresenta un’occasione imperdibile per tutti gli amanti della fotografia e per chi desidera lasciarsi toccare dallo sguardo profondo e autentico di uno dei più grandi narratori visivi del nostro tempo. \nBIOGRAFIA\nNato a Philadelphia nel 1950\, McCurry muove i primi passi come fotografo per un giornale locale. Dopo tre anni\, intraprende un viaggio in India\, da cui nasce il suo primo vero portfolio. La svolta arriva con il reportage sull’Afghanistan\, che gli apre le porte delle più importanti riviste internazionali\, come Time\, Life\, Newsweek\, Geo e National Geographic. Inviato sui fronti più caldi del pianeta – da Beirut alla Cambogia\, dal Kuwait all’ex Jugoslavia\, fino di nuovo all’Afghanistan – McCurry ha sempre scelto di essere in prima linea\, mettendo a rischio la propria vita pur di raccontare le conseguenze della guerra.\nMembro dell’agenzia Magnum dal 1985 e vincitore di numerosi riconoscimenti fotogiornalistici\, McCurry è autore di uno degli scatti più iconici della fotografia mondiale: il ritratto della ragazza afghana dagli occhi verdi\, pubblicato sulle pagine di National Geographic e divenuto simbolo universale del conflitto. \nINFO:\nmostre@artika.it\nwww.artika.it \n 
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SUMMARY:PRIMA DEL TEMPORALE al Piccolo Teatro Grassi di Milano
DESCRIPTION:Foto di scena: Prima del Temporale- Diamara Ferrero\, Umberto Orsini © Claudia Pajewski\nUmberto Orsini\nPrima del Temporale\nMassimo Popolizio \nUn maestro del teatro italiano attende\, nel suo camerino\, il momento di entrare in scena per recitare Strindberg: al Teatro Grassi\, dal 2 al 21 dicembre\, Umberto Orsini\, diretto da Massimo Popolizio\, dipinge il ritratto di un attore alle prese con i fantasmi del proprio passato  \nCon un rovesciamento della percezione del tempo tipica dei sogni\, un vecchio attore – nella mezz’ora che lo separa dall’entrata in scena per recitare da protagonista nel Temporale di Strindberg – si trova a rivivere\, in un tempo senza fine\, alcuni momenti della propria vita. La colonna sonora della realtà di un teatro che si sta animando all’esterno del suo camerino diventa il pretesto e l’invito\, a volte spensierato e a volte commosso\, a incontrare e addirittura a dialogare con i fantasmi del proprio passato: dove un suono ne evoca un altro\, una risata riporta a un momento di gioia\, un lungo silenzio a una perdita lontana nel tempo. Massimo Popolizio ha voluto aggirarsi attorno alla figura dell’attore con la delicatezza con cui si tenta di svelare dei segreti che vogliono comunque restare misteriosi. In una scenografia di forte impatto evocativo – dove il suono e le immagini creano un dialogo immaginario con il protagonista – si assiste al lungo viaggio verso quel Temporale vissuto come un’ultima meta non ancora raggiunta\, ma appena rimandata. Umberto Orsini si lascia guidare da Popolizio con la fiducia dell’anziano maestro che affida alla discrezione del più giovane il compito di raccontare i frammenti della sua vita\, ma anche la storia del nostro Paese dal dopoguerra a oggi. \n«Il titolo Prima del Temporale – racconta Umberto Orsini – testimonia un progetto che da tempo avevo in mente: allestire Temporale di Strindberg con la regia di Massimo e nove interpreti\, progetto azzerato dallo scoppio della pandemia di Covid. Massimo allora mi ha spinto a raccontare la mia vita\, prendendo spunto dal mio libro Sold out\, ma riflettendo anche su episodi che in parte non sono nel libro\, raccontandomi e dialogando con due figure tipiche del mondo teatrale\, la sarta di compagnia e un addetto del teatro». \n«Siamo in una città qualunque – aggiunge il regista Massimo Popolizio – prima dell’ultima replica del testo di Strindberg in una situazione “bernhardiana”. È la storia di un ragazzo italiano che\, negli anni Cinquanta\, parte dalla provincia con pochi soldi e arriva nella grande città\, Roma\, con il sogno di iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica e\, nonostante il marcato accento novarese\, viene accettato». \nDopo le repliche milanesi\, lo spettacolo sarà in tournée a Parma (Teatro Due\, 24 e 25 marzo)\, Bologna (Teatro Duse\, dal 27 al 29 marzo)\, Correggio (Teatro Asioli\, 31 marzo)\, Fidenza (Teatro G. Magnani\, 1 aprile)\, Orvieto (Teatro Mancinelli\, dall’11 al 12 aprile)\, Napoli (Teatro Diana\, dal 14 al 26 aprile)\, Roma (Teatro Argentina\, dal 5 al 10 maggio)\, Torino (Teatro Carignano\, dal 26 al 31 maggio). \n\nPiccolo Teatro Grassi (via Rovello\, 2 – M1 Cordusio)\, dal 2 al 21 dicembre 2025 \nPrima del Temporale \nda un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio \ncon Umberto Orsini \ne con Flavio Francucci e Diamara Ferrero \nregia Massimo Popolizio \nscene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi \ncostumi Gianluca Sbicca \nvideo Lorenzo Letizia \nluci Carlo Pediani \nsuono Alessandro Saviozzi \nassistente alla regia Mario Scandale \nproduzione Compagnia Orsini \nOrari: martedì\, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30;\ndomenica ore 16; lunedì riposo.\nDurata: un’ora e 20 minuti senza intervallo \nPrezzi: platea 33 euro\, balconata 26 euro \nInformazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org
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LOCATION:Piccolo Teatro Grassi\, via Rovello\, 2 – M1 Cordusio\, Milano\, 20121\, Italia
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SUMMARY:SCANDALO di Ivan Cotroneo al Teatro Manzoni di Milano
DESCRIPTION:Foto di scena: Scandalo © Manuela Giusto\nGianpiero Mirra e Daniela De Rosa per Diana Or.I.S. \n presentano: \n\nDal 9 al 21 dicembre 2025\nferiali ore 20\,45 – domenica ore 15\,30\nsabato 20 dicembre ore 15\,30 e 20\,45\n \nANNA VALLE \nGIANMARCO SAURINO \nSCANDALO \n\nuno spettacolo scritto e diretto da IVAN COTRONEO \ncon\nOrsetta De’ Rossi\nAngelo Tanzi\, Matilde Pacella \n\nScene Monica Sironi\, costumi Alberto Moretti\nDisegno luci Cesare Accetta\, Musiche originali Gabriele Roberto \n\nIl desiderio di una donna fa sempre paura.\nNon se ne parla mai\, porta scompiglio\, è eversivo\, rivoluzionario\, scandaloso. \nTrama\nIn Scandalo\, il nuovo lavoro teatrale scritto e diretto da Ivan Cotroneo dopo il successo di ‘Amanti’\, si racconta di sentimenti\, seduzione\, manipolazione.\nLaura ha cinquant’anni\, è una scrittrice\, ma soprattutto\, per il mondo\, letterario e non\, è stata la ‘sposa bambina’ di uno scrittore molto famoso e molto più grande di lei\, che è recentemente scomparso. Nella sua villa sull’Appia Antica\, appena fuori Roma\, in compagnia della sua editor Giulia e di un vicino\, Roberto\, e con l’aiuto di Maria\, una ragazza che vive in casa\, Laura sembra poco interessata sia a riprendere a scrivere che a riprendere a vivere. Sostanzialmente è sola.\nFino a quando in casa non arriva Andrea\, un giovane uomo che suo marito Goffredo prima di morire aveva assunto per riorganizzare la loro grande libreria. Andrea è diretto\, sfrontato\, audace.\nFra Laura e Andrea ci sono gli stessi 24 anni di differenza che separavano Laura da Goffredo. E come all’epoca Laura aveva fatto scandalo per la sua relazione con un uomo famoso e più grande\, ora sa esattamente lo scandalo che provocherà nel momento stesso in cui le sue labbra si avvicinano a quelle di Andrea. E niente sarà più come prima. \nNota di Ivan Cotroneo\n«Scandalo è una commedia brillante sul pregiudizio\, sui rapporti fra il maschile e il femminile\, sui tabù che crediamo di esserci lasciati alle spalle e che continuano invece a tormentarci\, sull’audacia e la spregiudicatezza che spesso la società legittima per gli uomini\, ma mai per le donne.\nUn testo divertente e lucidamente spietato sul sesso\, sull’amore\, su tutto ciò che si può dire e non dire\, fare e non fare o\, nel mondo letterario\, scrivere e non scrivere. Un racconto su una donna di oggi\, libera\, spregiudicata\, per tutti vittima inconsapevole del suo desiderio\, e un giovane uomo che forse la sta usando\, o forse le sta solo dando l’attenzione e l’amore di cui lei ha bisogno.\nL’amore è sempre uno scambio. Sono i termini e gli oggetti di questo scambio a renderlo più o meno scandaloso\, inaccettabile o immorale». \n  \nBIGLIETTI\nPrestige € 37\,00 – Poltronissima € 34\,00 – Poltrona € 26\,00 – Poltronissima under 26 anni € 18\,00 \nPer acquisto:\nbiglietteria del Teatro\nonline https://www.teatromanzoni.it/acquista-online/?event=3972906\ntelefonicamente 027636901\ncircuito Ticketone
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SUMMARY:IL RITORNO DEL PICCOLO PRINCIPE al Teatro Litta di Milano
DESCRIPTION:Foto: Il ritorno del Piccolo Principe – locandina (particolare) © Compagnia Corrado d’Elia\nMTM Teatro Litta – dal 10 al 21 dicembre 2025 \nIL RITORNO DEL PICCOLO PRINCIPE  \ndi Corrado d’Elia \ncon Corrado d’Elia\, Chiara Salvucci\, e Flavio Innocenti \nscene di Chiara Salvucci\nassistente alle scene Luna Maiore\ncostumi Giulia Giovanelli\ntecnico luci Francesca Brancaccio \ntecnico audio Gabriele Copes \nproduzione Compagnia Corrado d’Elia \nDal 10 al 21 dicembre\, a MTM Teatro Litta\, debutta in prima nazionale “Il ritorno del Piccolo Principe”\, spettacolo di e con Corrado d’Elia – liberamente ispirato all’opera di Antoine de Saint-Exupéry – e con Chiara Salvucci e Flavio Innocenti. Il Piccolo Principe torna sulla Terra\, a ottant’anni dal suo primo viaggio. Ritrova un pianeta completamente cambiato\, più rumoroso\, più veloce\, più fragile e scopre che l’aviatore non c’è più: ad attenderlo\, nel silenzio di un deserto che resiste al tempo\, c’è suo figlio\, ormai adulto\, che non ha mai smesso di sperare in quell’incontro. \nIl ritorno del Piccolo Principe è un testo originale di Corrado d’Elia\, liberamente ispirato all’opera di Antoine de Saint-Exupéry. Non una semplice riscrittura\, ma un nuovo capitolo: un racconto autonomo che dialoga con il classico più amato del Novecento e ne osserva il senso nel nostro presente. Il piccolo viaggiatore attraversa nuovi pianeti e incontra figure inedite\, umane e animali\, che incarnano le domande\, le contraddizioni e le speranze del nostro tempo. Il suo cammino si misura con i temi più urgenti della nostra contemporaneità\, come la cura del pianeta\, l’identità\, il femminile\, il bisogno di relazioni autentiche in un mondo dominato dalla velocità e dall’immagine. \nIl linguaggio delicato e immaginifico che caratterizza il racconto originale convive con un universo nuovo\, in cui il Piccolo Principe parla anche una lingua inventata\, il Dadish\, eco poetica dell’infanzia e della sua innocenza senza età\, dando vita a un viaggio teatrale che alterna leggerezza e profondità\, ironia e commozione. Il rapporto tra il Piccolo Principe e il figlio dell’aviatore diventa il cuore emotivo dello spettacolo: un incontro tra passato e presente\, tra memoria e desiderio\, che invita a riflettere su ciò che davvero ci lega gli uni agli altri. Questo nuovo Piccolo Principe racconta il mondo di oggi con la stessa purezza con cui il suo predecessore ci parlò ottant’anni fa\, e ci invita\, ancora una volta\, a guardare con occhi capaci di meraviglia\, perché\, come ricorda la sua voce lieve\, l’essenziale continua a essere invisibile agli occhi. \nTeatro Litta (corso Magenta 24\, Milano)\nda martedì a sabato ore 20.30 – domenica ore 16.30\nintero € 30\,00 – convenzioni € 24\,00 – ridotto Arcobaleno (per chi porta in cassa un oggetto arcobaleno) € 24\,00 – Under 30 e Over 65 € 17\,00 – Università € 17\,00 – scuole di Teatro € 19\,00 – scuole civiche Fondazione Milano\, Piccolo Teatro\, La Scala e Filodrammatici € 11\,00 – Scuole MTM € 10\,00 – ridotto DVA € 15\,00 tagliando Esselunga di colore ROSSO \nDurata: 60 minuti \nINFO e prenotazioni:\nbiglietteria@mtmteatro.it –Tel. 02.86.45.45.45 \nAbbonamenti: MTM Ritrovarsi a volare\, MTM Ritrovarsi a volare Over 65\, MTM Ritrovarsi a volare Under 30 x4 spettacoli\, MTM Corrado d’Elia x4 – valido fino al 21/12/25\nBiglietti acquistabili sul sito www.biglietti.mtmteatro.it e sul sito e punti vendita Vivaticket.  I biglietti prenotati vanno ritirati nei giorni precedenti negli orari di prevendita e la domenica a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
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LOCATION:MTM Teatro Litta\, Corso Magenta 24\, Milano\, 20123\, Italy
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SUMMARY:AHI MARIA!  Un teatro canzone per Rino Gaetano al Menotti di Milano
DESCRIPTION:Foto di scena: Ahi Maria! © Gianfranco Ferraro\n11- 21 dicembre / 27 – 31 dicembre 2025\n \nArrangiamenti musicali e Direzione Artistica Alessandro Nidi \nCon Andrea Miró\, Camilla Barbarito\, Laura Frascari\, Federica Garavaglia\, Francesca Tripaldi\, Sofia Weck e Maria Luisa Zaltron\nScene Lucia Rho \nCostumi Pamela Aicardi\nAssistente di produzione Debora La Rocca \nProduzione Tieffe Teatro \nSpettacolo sostenuto da Next Laboratorio delle idee 2025 \nUn omaggio teatrale e musicale a un cantautore scomodo e visionario \n\nDebutta in prima nazionale l’11 dicembre 2025 al Teatro Menotti di Milano Ahi Maria!\nUn teatro canzone per Rino Gaetano\, in scena fino al 31 dicembre con una speciale replica di Capodanno.\nUno spettacolo che non è un semplice tributo\, ma un atto di vita e di reinvenzione.\nUn cast interamente al femminile di attrici\, cantanti e musiciste dà corpo e voce a Berta\, Aida\, Gianna\, Lucia\, Maria\, Daniela\, Rosita\, le figure femminili delle canzoni di Rino Gaetano.\nUn cabaret degli anni ’80\, uno spazio alternativo attraversato dal pensiero anarchico e visionario di Gaetano. Un luogo di libertà dove si parla di cambiamento\, lotta\, rabbia\, amore e disincanto.\n“Ahi Maria” è il titolo di una delle canzoni più note e teatrali di Rino Gaetano. Un’invocazione grottesca\, surreale\, poetica. È da lì che nasce questo spettacolo\, che non è un concerto\, né una biografia\, ma un teatro-canzone: un viaggio dissacrante e appassionato tra le sue canzoni e il suo mondo\, tra parole e musica\, tra costume e visione.\nRino Gaetano – calabrese d’origine\, romano d’adozione – affonda le sue radici artistiche nel teatro cantina della Roma degli anni ’70\, tra sperimentazione\, ironia e disobbedienza creativa. Prima ancora che icona musicale\, è stato uomo di scena\, influenzato da Petrolini\, Ionesco\, Beckett\, Karl Valentin\, e da quel filone di autori “scomodi” che hanno saputo raccontare il mondo dal margine\, con il sorriso obliquo del grottesco.\n“Ahi Maria! Un teatro canzone per Rino Gaetano” è un omaggio alla sua capacità unica di trasformare il disincanto in linguaggio popolare\, di entrare nelle case degli italiani con canzoni che sembrano semplici ma sono cariche di senso\, sberleffi\, utopie e contraddizioni. Brani come “Mio fratello è figlio unico”\, “Nuntereggae più”\, “Gianna”\, “Escluso il cane”\, “Sfiorivano le viole” non sono solo canzoni: sono atti teatrali\, sketch sociali\, paradossi in musica che raccontano un Paese confuso e vivissimo.\nLo spettacolo è pensato come una forma di cabaret teatrale: tra monologhi\, canzoni e frammenti di dialogo\, per raccontare un tempo che esplodeva di speranze\, utopie e nuove identità. È anche un viaggio in un’Italia che voleva cambiare\, e che Gaetano raccontava con ironia tagliente e dolcezza disperata.\nNato a Crotone nel 1950 e scomparso tragicamente a Roma nel 1981 a soli 31 anni\, Rino Gaetano ha inciso un’impronta indelebile nella cultura musicale e nel costume italiano. Sempre in bilico tra successo e rifiuto\, tra palco e margine\, tra provocazione e poesia. Ahi Maria! è un modo per restituire la sua voce teatrale. Non per imitarla\, ma per evocarla: farla risuonare oggi\, in uno spazio scenico dove la musica incontra il teatro e il teatro si fa invocazione\, smorfia\, ballata\, memoria. Una messa laica per un clown tragico e visionario con addosso ancora il frac\, il cappello\, e quella smorfia buffa e malinconica che ride in faccia al potere. \nSPECIALE CAPODANNO\nIl Teatro Menotti propone per il 31 dicembre una replica speciale alle ore 22.30 dello spettacolo Ahi Maria! Un teatro canzone per Rino Gaetano\, un’occasione per salutare il nuovo anno tra ironia\, poesia e un pizzico di anarchia.\nA mezzanotte è previsto un brindisi con rinfresco aperto a tutto il pubblico.\nBiglietto €60\nA partire dalle ore 20.00\, il Meno Bistrot offrirà inoltre la possibilità di una cena pre-spettacolo per completare l’esperienza. Per maggiori info: https://www.teatromenotti.org/evento/ahi-maria—speciale-capodanno.aspx \n\nSTAGIONE 2025 | 2026 \nBIGLIETTERIA  \nPREZZI  \n\nIntero – 32.00 € + 2.00 € prevendita\nRidotto over 65/under 14 – 16.00 € + 1.50 € prevendita\nAbbonamento Menotti Card 4 ingressi €60\, 8 ingressi €110\n\nTEATRO MENOTTI\nVia Ciro Menotti 11\, Milano – tel. 0282873611 –  biglietteria@teatromenotti.org \nORARI BIGLIETTERIA\nDal lunedì al sabato dalle ore 14.00 alle ore 18.30\, dalle 19.00 alle 20.00 solo nei giorni di spettacolo\nDomenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo\nAcquisti online\nCon carta di credito e Satispay su www.teatromenotti.org \nORARI SPETTACOLI SALA GRANDE\nDal martedì al sabato ore 20\nDomenica ore 16.30\nLunedì riposo
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SUMMARY:I LEGNANESI: I PROMOSSI SPOSI di Mitia Del Brocco al Teatro Manzoni di Milano
DESCRIPTION:Foto di scena: I Promossi Sposi – Teresa e Giovanni © I Legnanesi\nDall’8 gennaio al 22 febbraio 2026\nferiali ore 20\,45 – domenica ore 15\,30\nsabato 10 e 24 gennaio\, 7 e 21 febbraio ore 15\,30 e 20\,45 \ncon\nAntonio Provasio\, Enrico Dalceri\, Italo Giglioli \nregia\nAntonio Provasio \nScenografia\, musiche e costumi\nEnrico Dalceri \nCoreografie\n       Valentina Bordi        \nI Legnanesi Sito Web \n \n \nDopo il successo di Ricordati il Bonsai con oltre 160.000 spettatori in tutta Italia\, I Legnanesi presentano I Promossi Sposi\, una nuova\, esilarante commedia che promette risate\, emozioni e riflessioni profonde sul valore dei sentimenti e delle relazioni\, insieme alla Teresa\, la Mabilia e il Giovanni.\nIl nuovo spettacolo non è una rivisitazione in chiave moderna de “I promessi sposi”\, ma un omaggio ad Alessandro Manzoni\, o meglio\, al suo modo inconfondibile di indagare l’animo umano. “Lisander”\, come affettuosamente lo chiamavano gli amici lombardi\, diventa l’ispiratore di un viaggio teatrale nei sentimenti più autentici\, quelli che resistono al tempo e alle convenzioni. Una trama travolgente tra amore\, identità e ironia. \nLa trama\nTutto ha inizio con una notizia incredibile: Giovanni\, insolitamente triste e abbattuto\, comunica a Teresa e Mabilia qualcosa che sconvolge la quotidianità della famiglia Colombo. Un errore di vecchie scartoffie comunali sembra infatti rivelare che Teresa e Giovanni… non sono mai stati sposati davvero! Da qui prende vita un susseguirsi di malintesi\, imprevisti e gag irresistibili\, in perfetto stile Legnanesi\, dove la comicità popolare si intreccia con la dolcezza dei sentimenti veri. Tra risate e colpi di scena\, i protagonisti si troveranno a fare i conti con ciò che davvero li unisce: l’amore\, quello autentico\, che va oltre ogni carta bollata e ogni formalità. Come ricordava proprio Manzoni\, “il cuore è un guazzabuglio”… e I Legnanesi\, con la loro inconfondibile ironia\, ce lo raccontano ancora una volta\, tra dialetto\, musica\, scenografie brillanti e momenti di pura poesia popolare. \nI protagonisti \nTeresa (interpretata da Antonio Provasio): capofamiglia indiscussa\, è la tipica donna di cortile\, dal carattere forte e dominante. A tratti un po’ bisbetica e severa\, ha però un cuore grande e generoso\, sempre pronta ad aiutare le donne del suo cortile. Alle prese con un marito “avvinazzato e pigro” e una figlia “zitella e sognatrice”\, Teresa è una donna che\, nonostante le difficoltà\, riesce sempre e comunque a tenere la famiglia unita e sulla retta via. \nMabilia (interpretata da Enrico Dalceri): figlia zitella di Teresa\, incarna il cliché di un certo mondo femminile di provincia\, dove l’apparenza è tutto. È una ragazza che sogna di emergere e diventare una soubrette\, sempre al di sopra delle sue possibilità\, ma incapace di staccarsi da mamma e papà. Mabilia\, con la sua vanità e i suoi sogni di gloria\, è un personaggio esilarante che strizza l’occhio al pubblico più giovane\, rappresentando l’eterna lotta tra aspirazioni e realtà. \nGiovanni (interpretato da Italo Giglioli): unico uomo del cortile\, è costantemente ignorato e poco considerato sia dalla moglie che dalla figlia. La sua vita si divide tra casa\, lavoro e osteria. Di poche parole\, Giovanni è un personaggio inconfondibile\, con il naso perennemente rosso e una camminata incerta\, tipica di chi alza un po’ troppo il gomito. Con la sua semplicità e la sua ironia sottile\, Giovanni è il simbolo dell’uomo comune\, pacato e senza pretese. \nBIGLIETTI:\nPrestige € 53\,00 – Poltronissima € 43\,00 – Poltrona € 35\,00 \nPer acquisto:\nbiglietteria del Teatro\nonline\ntelefonicamente 027636901\ncircuito Ticketone
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LOCATION:Teatro Manzoni di Milano\, Via Alessandro Manzoni 42\, Milano\, 20121\, Italia
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SUMMARY:CEMENTO di Thomas Bernhard
DESCRIPTION:Foto: Roberto Trifirò © Teatro Out Off Milano\nDa martedì 10 febbraio a domenica 1° marzo  \nTeatro Out Off\nVia Mac Mahon 16\, Milano \nCemento\ndi Thomas Bernhard  \ntraduzione Claudio Groff \nadattamento drammaturgico e regia Roberto Trifirò\ncon Roberto Trifirò e Priscilla Cornacchia\nscene\, luci e costumi Gianni Carluccio \nassistente alla regia Alessio Boccuni\ncollaborazione ai movimenti Franco Reffo \ntecnico Iacopo Bertrand Bonalumi Lottieri\nfotografo Angelo Redaelli\nproduzione Teatro Out Off \nPrima nazionale \nSpettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro \nMartedì 10 febbraio debutta in prima nazionale al Teatro Out Off Cemento di Thomas Bernhard\, con l’adattamento drammaturgico e la regia di Roberto Trifirò. La nuova produzione Out Off\, in scena fino a domenica 1° marzo\, vede il regista milanese anche interprete accanto alla giovane attrice Priscilla Cornacchia. Con questo spettacolo Trifirò torna a confrontarsi con l’opera di Bernhard\, proseguendo il suo percorso di rigorosa esplorazione della scrittura dell’autore austriaco. Dopo L’apparenza inganna (2017)\, affronta il romanzo-monologo Cemento costruendo una regia che segue un radicale processo di disgregazione dell’identità\, del pensiero\, del linguaggio e della realtà che si sgretola sotto l’assedio della coscienza.\nProtagonista è il musicologo Rudolf\, bloccato dall’orrore della pagina bianca mentre tenta di iniziare a scrivere un saggio su Felix Mendelssohn. Il suo monologo è una stravagante requisitoria contro gli infiniti ostacoli che si frappongono alla stesura del saggio. Per cercare di superare questa impasse si trasferisce a Palma di Maiorca\, dove incontra Anna Härdtl. Da una situazione inizialmente statica\, Bernhard sorprende con una dinamica emozionante\, in cui il destino della giovane donna si dipana in una successione di colpi di scena.\nAlla tragica eccentricità di Rudolf si contrappone la “banale” tragicità di Anna: il musicologo si confronta con una morte che non è più astratta o letteraria\, ma reale e tangibile. La corsa al cimitero alle sette del mattino è il momento in cui il cemento della sua mente vacilla.\nProprio il cemento domina la scena: materia fisica e mentale\, muro e polvere\, peso e chiusura; uno spazio grigio e opprimente\, fatto di superfici ruvide e simmetrie vuote\, in cui l’eco della voce si moltiplica e ogni gesto è risucchiato dal silenzio delle cose. Un “antiteatro del movimento”\, dove anche i cambi di luogo sembrano accadere solo nella testa del protagonista e la stasi è condizione esistenziale.\nLa regia di Trifirò segue una tensione continua tra immobilità e scarto\, tra monologo mentale e ferita reale. L’attore si lascia attraversare dal testo\, in un lavoro fisico e vocale che procede per stratificazioni\, irrigidimenti e improvvise rotture. Il ritmo è circolare\, spezzato da brevi fenditure\, mentre la voce\, strumento centrale\, oscilla tra sarcasmo\, frustrazione e inattesa tenerezza. \nNote di regia\n«Ogni esistenza è un muro». Da questa immagine prende forma la mia lettura di Cemento. Rudolf è un uomo bloccato. Un intellettuale consumato dall’ambizione di scrivere un saggio su Mendelssohn Bartholdy\, ma incapace di iniziarlo. Tutto diventa alibi: la sorella\, il luogo\, il freddo\, il tempo perduto. La sua è una confessione impietosa\, ossessiva\, in cui la pagina bianca è metafora di un’esistenza schiacciata dal pensiero e mai agita. In lui non c’è più slancio creativo\, solo accumulo\, stratificazione\, paralisi. In fondo\, Cemento è un’autopsia del nostro presente. Il cemento è quello dei casermoni senza volto\, delle periferie mute\, del turismo di massa\, dei loculi senza storia. È simbolo dell’amorfo\, del morto\, dell’irreversibile. È ciò che resta quando tutto il resto è stato rimosso. Ecco perché ho scelto di non cercare redenzione\, né poesia. Solo una lenta sedimentazione. Solo materia. Solo il muro.\nRoberto Trifirò \nINFORMAZIONI e prenotazioni::\nCemento: da martedì 10 febbraio a domenica 1° marzo\nTeatro OUT OFF via Mac Mahon 16\, Milano\nOrari spettacoli: martedì e giovedì ore 20:30 | mercoledì\, venerdì e sabato ore 19:30 | domenica ore 16:00\nPrezzi: Intero: 20€ | Under26: 14€ | Over65: 10€\nTel. 0234532140 – Mail: biglietteriaoutoff@gmail.com – Web: teatrooutoff.it\nRitiro biglietti negli uffici in via Principe Eugenio 22 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.00 alle ore 14.00.\nRitiro biglietti in botteghino via Mac Mahon 16 da martedì alla domenica un’ora prima dello spettacolo.\nTrasporti pubblici: M5 FERMATA CENISIO; TRAM 14; TRAM 12; AUTOBUS 78
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