
Dal 29 aprile al 3 maggio il deserto è fiorito grazie all’ arte del teatro, dell’incontro, dell’intercultura: il Festival International du Théâtre au Sahara ha raccolto artisti da numerose parti del mondo che, attraverso il frutto della propria arte, hanno contribuito a creare un evento unico
Il dietro le quinte del festival ha avuto inizio con il raduno della pluralità di volti e nazionalità degli artisti e degli operatori culturali all’aereoporto di Tunisi Cartagine.
Il viaggio è stato lungo: la porta del deserto è stata varcata a notte inoltrata.
All’arrivo nella regione di Kebili siamo stati accolti dal direttore artistico del festival, il regista tunisino Hafedh Kalifa, artefice anche di altre iniziative volte a portare arte e cultura nelle regioni più remote del suo paese.

Il festival, arrivato quest’anno alla sua sesta edizione, è stato ideato come una “carovana culturale”, che ogni anno cambia sede, spostandosi in luoghi diversi della stessa regione; l’appuntamento di quest’anno coincide con la sesta edizione.
Per il direttore artistico Hafedh Khalifa arte e cultura hanno un impatto fondamentale per l’arricchimento dell’essere umano e delle comunità locali: il festival si propone come una finestra sul mondo, che attraverso l’arte consapevole offre uno spazio di crescita, a livello individuale e collettivo.
Le giornate del festival hanno animato l’oasi di El Golâa, uno spazio panoramico che si apre sulla cittadina di Douz, e le dune del deserto, dove la notte tutto si illumina a festa grazie agli spettacoli degli artisti.
Ogni mattina diversi workshop hanno coinvolto la comunità locale, alla quale si sono aggiunti partecipanti che hanno viaggiato fino a qui arrivando da altre località della Tunisia, richiamati dalla preziosa opportunità di incontrare artisti stranieri: un’occasione unica per aprirsi al resto del mondo.
L’arte può – e dovrebbe – rappresentare uno spazio di crescita e di incontro: quando una cultura ne incontra un’altra, si può creare uno scambio consapevole e un arricchimento che porta un impatto duraturo.
Nel pomeriggio, le performance di gruppi stranieri e degli artisti del folklore locale si susseguivano fino al tramonto, quando dall’alto e slanciato minareto, immerso in una luce color pesca, levava il canto del muezzin.
Una folla di persone di tutte le età assistevano attente, concentrate e curiose: la loro attenzione e la loro forte presenza è stata parte integrante dell’evento performativo.
La notte accendeva i riflettori sugli spettacoli che hanno visto la partecipazione di popolari artisti dell’arte e della cultura tunisina.
L’intenso coinvolgimento della popolazione locale si è tradotto in una festa collettiva e ha testimoniato una relazione profonda tra arte e comunità. Non a caso, tra gli “invitati d’onore” premiati nel corso delle serate del festival figurava il grande Eugenio Barba, maestro dell’antropologia teatrale e dell’arte dell’incontro tra culture. Insieme all’attrice di Odin Teatret Julia Varley e a Jean-Marie Pradier, professore e fondatore della disciplina dell’etnoscenologia, ha successivamente tenuto una masterclass al Desert Cultural Space di Kebili e presso il Teatro dell’Opera di Tunisi.

L’incontro aperto con Eugenio Barba, Julia Varley, Jean-Marie Pradier, Mahfoud Ben Abdeljelil (ricercatore di etnoscenologia) e Ali Mahdi (artista teatrale e ambasciatore UNESCO), ha aperto uno spazio di confronto sulla relazione fra le culture e l’identità culturale.
La masterclass di Eugenio Barba e Julia Varley a Kebili, dedicata a giovani studenti di teatro, è partita dal tema della pre-espressività e da ciò che rende vivo il gesto e la parola, mostrando la transizione dallo spazio interiore allo spazio sociale.
Attraverso le parole di Eugenio Barba e le dimostrazioni di lavoro di Julia Varley i partecipanti hanno potuto comprendere come gli attori di Odin Teatret, partendo da un lavoro profondamente intimo su se stessi e sul proprio personale senso, riescano, attraverso una intensa disciplina di training fisico e vocale e il successivo montaggio dei frammenti di senso proposti al regista, ad evocare un senso che riecheggia nella memoria dell’intimo vissuto dello spettatore.
La sabbia del deserto si posa sui nostri abiti, sui volti dei bambini che giocano al tramonto e sulle movenze degli artisti che raccontano il mondo, mentre la luna piena di maggio, incastonata fra i rami di un albero vedetta, ci osserva, lasciando spazio alle braccia della notte che accoglie altri artisti ed altre voci.
Così, per cinque giorni, vite diverse sono state accomunate dalla fame di bellezza: questa comunità itinerante si è sciolta formalmente a conclusione del festival, ma rimarrà viva nella memoria emotiva.
Ogni giornata ha offerto il dono di un Incontro: di sapienza artistica, di culture, e soprattutto di umanità.
Arrivederci alla prossima edizione.
Articolo condiviso con Gaia e l’Incanto. Esplorazioni d’Arte e Cultura(e)
PER SAPERNE DI PIÙ:
Intervista a Gaia Gulizia di Radio Djadid
Locandina e info Festival