
Su traduzione e drammaturgia di Francesco Morosi e regia di Giovanni Guerrieri,
Silvio Castiglioni conduce il pubblico, al Teatro degli Angeli di Milano, dietro i veli dell’avventura descritta dal capolavoro poetico di Apollonio Rodio attraverso la “cherche” di un Io bambino
Un capolavoro. Teatrale? Di più, ermeneutico.
Partiamo però dall’inizio, alle origini del mito legato al vello d’oro e di ciò che rappresenta quale archetipa sublimazione dell’umana virtù.
Quando Apollonio Rodio scrisse Le Argonautiche, tra il 245 e il 240 a.C. nella sua prima stesura definitiva, le avventure di Giasone e la controversa relazione con Medea erano già note al pubblico greco, grazie soprattutto alla tragedia di Euripide di due secoli prima che focalizzava l’attenzione verso la terribile sorte della donna ripudiata dall’amato per sposare Glauce, figlia di Creonte, Re di Corinto, e avere così diritto di successione al trono. Il poema non aveva quindi per l’autore lo scopo di spiegare la natura dei suoi protagonisti, quanto di dare enfasi e valorizzare le peculiarità culturali e le tradizioni del suo tempo, ovvero quello della grande Biblioteca di Alessandria, a partire dalle religioni comparate, la letteratura omerica, le ricerche in campo geografico ed etnografico. Il fine era quello di creare una testimonianza lirica colta che riassumesse, in una sorta di diario intellettuale, tutte le caratteristiche dell’epica amorosa nella sua evoluzione, al punto da influenzare in tal senso molta futura letteratura latina.
L’opera, suddivisa in quattro libri, prevede un antefatto che Apollonio non espone, legata alla sorte del leggendario ariete dal vello d’oro Crisomallo, dotato di poteri magici e capace di volare, generato da Poseidone e Teofane. L’ariete fu regalato da Hermes a Nefele, prima moglie di Atamante, re di Beozia e di Orcomeno. Quando Atamante ripudiò la consorte per sposare in seconde nozze Ino, Nefele temette per la vita dei suoi due figli, Elle e Frisso, e dette loro Crisomallo per fuggire dalle ostilità della regina, che condusse i due fratelli in volo sul mare. Durante la traversata la giovane Elle cadde e morì nello stretto che porta il suo nome, Ellesponto, e una volta giunto in Colchide Frisso sposò Calciope, figlia del sovrano locale. Crisomallo fu a quel punto immolato dallo stesso Frisso, che affidò il suo prezioso manto a un drago, un vello che si riteneva avesse il potere di sanare ogni ferita o malattia e di dare prosperità al regno.
Da qui il plot narrativo dei 5836 versi in esametri de Le Argonautiche, che parte quindi già dalla presunta impossibilità a impossessarsi di quel vello, un’impresa non per niente paragonabile (e di fatto accostata nell’idealismo esoterico) ad altri miti come quello del Sacro Graal del ciclo bretone o arturiano. Ma ecco la scintilla che porta all’impresa, o se si preferisce il casus belli iniziatore dell’avventura di Giasone. Dopo che re Pelia a Iolco, in Tessaglia, riceve da un oracolo la predizione di guardarsi da un ragazzo senza un sandalo poiché lo avrebbe spodestato dal trono, Giasone, per aiutare una vecchia ad attraversare il fiume Anauro, perde nel fango una calzatura, mentre porta in braccio la donna in mezzo ai flutti. Quando il sovrano si trova di fronte il ragazzo con un piede scalzo decide di eliminarlo affidandogli l’incarico di recuperare in Colchide il vello d’oro, sicuro che non sarebbe mai più ritornato. A Giasone non rimane che radunare 50 eroi, tra i quali vi sono il cantore e poeta Orfeo, i Dioscuri Castore e Polluce e inizialmente il possente Eracle, e lasciare la Grecia a bordo della nave Argo per dar luogo all’ardita peripezia richiesta.
Ecco subentrare sul palco del Teatro degli Angeli di Milano la magia interpretativa di Silvio Castiglioni, con una narrazione che stimola la fantasia dello spettatore come una fiaba dai contorni suggestivi e a tratti inquietanti, attraverso un’avventura epica che, pur nel rispetto della scuola omerica, regala il sapore di una giovanile freschezza nell’affrontare l’impervia impresa e sfidare la sorte. Non a caso la ripartenza di Argo senza la presenza arcaica di Eracle, sceso a terra per ricostruirsi un remo, da accidentale appare come fortuita coincidenza significativa nel conferire un’aura elegiaca alla fanciullezza dei protagonisti che assumono il comando della vicenda. Qui siamo distanti dalla controversa se non criminale personalità di Giasone raccontata da Euripide, così come ben diversa è la figura dell’innamorata Medea che aiuta con le sue pozioni a superare le prove che il padre Eeta, sovrano di Colchide, impone a Giasone. Fantasmagorica è invece la realizzazione in scena che Castiglioni offre, non scevra da effetti cromatici degni di un mago o illusionista.
La conquista del vello assume una chiave di lettura che riporta alla natura di un Io bambino dove la fantasia e la realtà si fondono, un mondo giocoso che se da un lato evoca la semantica di Ingmar Bergman in Fanny e Alexander, dall’altra non può esimersi dalla figura platonica di Cebes Tebano. Questi è un personaggio richiamato dal Fanciullino di Pascoli che nel Fedone si scusa con Socrate per il suo pianto quando il maestro sta per assumere la cicuta, affermando che a piangere è il fanciullino che è in lui.
Il poeta è in fondo quel bambino nascosto in ognuno di noi la cui opera esprime quell’inno alla vita che sottrae potere alla morte, una verità che il monologo di Castiglioni induce ad abbracciare quale fondamento di armonia nel presente. Ciò porta a riconfigurare la natura di un possibile orizzonte, dove il mare dell’esistenza, anche quando da calmo diviene insidioso, si può unire all’illuminante fantasia di un cielo infinito.
TEATRO DEGLI ANGELI
Argonautiche di Apollonio Rodio
Traduzione e drammaturgia di Francesco Morosi
Con Silvio Castiglioni
Regia di Giovanni Guerrieri
Scene: Giulia Gallo
Suoni: Simone Bettin
Milano, Teatro degli Angeli, via Pietro Colletta 21
22 e 23 ottobre 2026
Altre INFO