
Dal 13 al 18 gennaio Daniele Pecci ha portato in scena al Teatro Menotti di Milano la beffarda e drammatica conferenza spettacolo parigina dell’esule Oscar Wilde, partorita dalla fantasia del drammaturgo americano John Gay
Siamo nella Parigi fin de siècle decimonono, precisamente nella serata del 28 novembre 1899, in una piccola sala teatrale che ospita Sebastian Melmoth, in realtà Oscar Wilde, per un pubblico incontro sui fatti che lo hanno portato all’esilio in Francia dopo avere scontato due anni di carcere per omosessualità ed essere diventato un’icona oscena, il “mostro” da destinare alla gogna pubblica per comportamenti e inclinazioni sentimentali giudicati scandalosi dalla morale vittoriana.
Veniamo ai fatti. Dal maggio 1895 allo stesso mese di due anni dopo Wilde fu condannato a consumare la sua incarcerazione, dopo essere passato per Wandsworth, nel Reading Gaol. Fu una reclusione durissima, non scevra da lavori forzati, dove lo scrittore si ammalò a seguito di una caduta avuta nel precedente istituto di detenzione che gli procurò una brutta ferita a un orecchio, oltre a subire umiliazioni che ne indebolirono lo stato fisico e mentale. La condanna giunse dopo una serie di vicende giudiziarie contro il marchese John Sholto Douglas, padre del suo giovane amante Alfred che Wilde chiamava affettuosamente Bosie, a seguito di un processo che ebbe un richiamo internazionale e che portò con sé un celebre riferimento poetico composto dallo stesso Alfred, «l’amore che non osa pronunciare il proprio nome», verso che fu utilizzato dall’accusa per comprovare la sodomia dello scrittore irlandese.
Uscito di prigione Wilde adotterà lo pseudonimo di Sebastian Melmoth, come riportato nel lavoro teatrale, nome adottato in riferimento a San Sebastiano quale icona omosessuale, mentre il cognome deriva dal protagonista del romanzo Melmoth the Wanderer (Melmoth l’errante), scritto dal prozio materno Charles Robert Maturin nel 1820. Lo scrittore era fisicamente provato, il carcere lo aveva fortemente debilitato, ma non nel suo spirito creativo. Se durante la detenzione aveva composto il De Profundis, una lunga epistola esteticamente poetica dedicata ad Alfred Douglas, dove passa dalla descrizione della stravagante quanto dissoluta vita intercorsa tra i due amanti alla sua profonda evoluzione spirituale in vicinanza alla figura del Nazareno, subito dopo la scarcerazione scrisse The Ballad of Reading (La ballata del carcere di Reading), un poema che affronta la pena di morte e il senso di alienazione che sconvolge l’esistenza dei prigionieri.
Ecco da qui Diversions and Delights (Divagazioni e Delizie) di John Gay adattato e interpretato da Daniele Pecci, che presuppone un Wilde, ridotto alla bancarotta, intrattenere nei piccoli teatri per poter sopravvivere un pubblico desideroso d’incontrare lo “scandaloso” protagonista di ciò che veniva definito gross indecency, ovvero il crimine che condannava l’attività sessuale tra maschi adulti.
Lo spettacolo, andato in scena al Teatro Menotti di Milano, vede il protagonista interagire con il pubblico con alcune istanze che hanno rappresentato la sua vita, rivolgendosi soprattutto ai giovani e alle loro scelte di vita, da attuarsi senza quei condizionamenti sociali che limitano il libero arbitrio e, soprattutto, agire secondo il proprio sentire, pur nell’errore, senza inciampare nelle perifrasi morali di “consigli” alieni al proprio modo di essere.
Se nella prima parte appare in scena un Wilde emaciato, avvezzo all’assenzio, a tratti impertinente e scontroso con lo stesso inserviente e macchinista teatrale, carico di un’ironia amara sulle proprie vicissitudini intrecciate alle invadenti ipocrisie vittoriane, un Wilde che s’identifica come un irlandese “scomodo” al sistema e che riesce a scatenare frammenti d’ilarità al vetriolo, nella seconda il suo aprirsi al pubblico conosce una sorta di trasfigurazione mistica e poetica, quella legata al De Profundis nella sua svolta apologetica che lo vede abbracciare la figura di Gesù quale perfezione dell’amore al di là dei vincoli imposti da qualsiasi chiesa, a prescindere dalle intenzioni propedeutiche nei confronti del giovane Bosie a cui è indirizzata l’epistola.
L’atteggiamento caustico dell’inizio, come quando vengono dileggiati i grotteschi ossimori della critica letteraria sul capolavoro Il ritratto di Dorian Gray, viene sostituito dalla volontà di una redenzione ricercata nell’espressione del completo abbandono verso un autentico sentimento, un testamento elegiaco che Pecci sa convintamente interpretare e che porta in sé l’anima dello scrittore proiettata verso il nuovo secolo, laddove il suo corpo non può più trovare riparo dall’ignavia di una società benpensante.
Un monologo che nel finale può solo catturare lo spettatore per riporre la sua coscienza nella consapevole maestosità di ciò che non è utile quanto in realtà bello, condizione che supera i limiti della falsa moralità per immergersi nell’eternità di ciò che si chiama amore.
Produzione TEATRO STABILE D’ABRUZZO, SHAKESPEARE & CO., TEATRO MARIA CANIGLIA
Divagazioni e Delizie di John Gay
Traduzione e regia di Daniele Pecci
Regista assistente Raffaele Latagliata
Con Daniele Pecci
Il macchinista: Alessandro Sevi
Costumi: Alessandro Lai
Musiche originali: Patrizio Maria D’Artista
Milano, Teatro Menotti Filippo Perego, via Ciro Menotti 11
Dal 13 al 18 gennaio 2026