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L’ALBERGO DEI POVERI dall’opera di Maksim Gor’kij

7 Marzo @ 7:30 pm - 28 Marzo @ 7:30 pm

€32 - €40
Foto di scena: L'albergo dei poveri - Da sinistra Raffaele Esposito, Massimo Popolizio © Claudia Pajewski - Piccolo Teatro Strehler, dal 7 al 28 marzo 2024
Foto di scena: L’albergo dei poveri – Da sinistra Raffaele Esposito, Massimo Popolizio © Claudia Pajewski

Piccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza), dal 7 al 28 marzo 2024

L’albergo dei poveri
uno spettacolo di Massimo Popolizio

tratto dall’opera di Maksim Gor’kij, riduzione teatrale Emanuele Trevi
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi, disegno del suono Alessandro Saviozzi
movimenti scenici Michele Abbondanza
assistente alla regia Tommaso Capodanno

con Massimo Popolizio
e con Sandra Toffolatti, Raffaele Esposito, Michele Nani, Giovanni Battaglia,
Aldo Ottobrino, Giampiero Cicciò, Francesco Giordano, Martin Chishimba,
Silvia Pietta, Gabriele Brunelli, Diamara Ferrero, Marco Mavaracchio,
Luca Carbone, Carolina Ellero, Zoe Zolferino
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale

foto di scena Claudia Pajewski

Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16.
Durata: 100 minuti senza intervallo

Dopo la prima nazionale, il 9 febbraio scorso, al Teatro Argentina di Roma, dove ha replicato con grande successo fino al 3 marzo scorso, arriva a Milano, al Teatro Strehler, da domani, 7 marzo, L’albergo dei poveri, il titolo che, nel 1947, inaugurò il Piccolo Teatro, ora coproduttore insieme al Teatro di Roma. Massimo Popolizio prosegue la sua ricerca artistica e civile portando in scena il dramma corale di Maksim Gor’kij, nella riduzione teatrale di Emanuele Trevi. In scena, una compagnia di 16 attori, incastonati nelle scene di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, con i costumi firmati da Gianluca Sbicca, le luci di Luigi Biondi, il disegno del suono di Alessandro Saviozzi e i movimenti scenici di Michele Abbondanza.

Conosciuto anche come I bassifondi, o Nel fondo, o ancora Il dormitorio, l’opera di Maksim Gor’kij fu rappresentata per la prima volta a Mosca nel 1902 con la regia di Stanislavskij e poi ribattezzata L’albergo dei poveri da Giorgio Strehler nel 1947, in occasione della regia che inaugurò il Piccolo Teatro di Milano il 14 maggio del 1947. In scena era lo stesso Strehler, nei panni di Aleška (oggi interpretato da un ex allievo della Scuola del Piccolo, Gabriele Brunelli), affiancato da attori del calibro di Lilla Brignone, Marcello Moretti, Salvo Randone, Gianni Santuccio.
Dopo 77 anni da quella prima, storica, rappresentazione italiana, Massimo Popolizio ripropone al pubblico il titolo voluto da Strehler, in virtù del suo valore emblematico e poetico, oltre che storico.

L’albergo dei poveri è un grande dramma corale che si potrebbe definire shakespeariano nel suo sapiente dosaggio di pathos, denuncia sociale, amara comicità, riflessione filosofica e morale sul destino umano. In scena una compagnia di 16 attori, che impone alla regia la ricerca di un ritmo adeguato al continuo mutare delle situazioni e dei punti di vista. Un crescendo di tensione reso ancora più evidente dall’angustia dello spazio evocato: un rifugio di derelitti e alcolizzati dove i personaggi trascorrono i loro giorni tentando di non soccombere alla disperazione e all’inerzia della sconfitta.

Si tratta di una sfida che, dopo Stanislavskij e Strehler, è stata raccolta anche da grandi maestri della regia cinematografica, tra gli altri, Renoir e Kurosawa. Se le grandi opere viaggiano nel tempo per essere rilette a ogni generazione da angolature diverse, lo stile di regia di Popolizio, la sua maniera di dirigere gli attori e il meccanismo teatrale nel suo complesso, sembra particolarmente adeguato a scrivere un nuovo capitolo di questa storia di interpretazioni. Il nostro non è il mondo del 1902, e nemmeno quello del 1947: è mutato anche il concetto stesso di «povertà», ma l’energia drammatica, la forza visionaria, la disperata lucidità dei personaggi di Gor’kij è ancora intatta, grazie anche alla nuova scrittura drammatica di Emanuele Trevi.

Ho sempre pensato che i Teatri pubblici, specie i Teatri Nazionali, debbano fare grandi spettacoli, con molti attori di grande livello, con grandi scene, il tutto realizzato possibilmente a grandi livelli.
Penso pure che ci sia teatro di grande qualità da festival, quello che di solito non parte da un testo o lo utilizza come pretesto, e quello dei grandi Teatri, che dovrebbe mettere invece autore e attore al centro del fatto teatrale. Meglio se si riesce a restituire nuova vita a grandi testi scivolati nell’oblio. Tutte queste caratteristiche si ritrovano ne L’albergo dei poveri, nella versione di Emanuele Trevi e nella messa in scena di Massimo Popolizio, che il Teatro di Roma coproduce col Piccolo di Milano.Un moralismo ipocrita e demagogico tende a vedere come un teatro reazionario il grande teatro, regno di sprechi e di supremazia del regista demiurgo, contrapposto alla politica dei mille piccoli spettacoli. È una concezione di teatro pubblico come sub assessorato che non condivido.
Da quando Massimo Popolizio ha intrapreso definitivamente la strada della regia, è stato con coerenza e coraggio dentro codesta linea, con spettacoli che ricordano le pagine migliori di questi ultimi, tormentati anni del Teatro di Roma, come Ragazzi di vita, Un nemico del popolo, M – Il figlio del secolo e quest’ultimo, tutti esempi di spettacoli “da teatro nazionale”. Massimo ha gestito con molto acume, intelligenza e un pizzico di astuzia la fase della sua carriera successiva al felicissimo sodalizio con Ronconi. Non ho una grande simpatia per il primo attore che si fa regista di spettacoli in cui è presente anche in scena: mi pare che in questo caso venga meno quel ruolo arbitrale che spesso è indispensabile al regista. Ma, mai come in questo caso, questa prevaricazione Massimo non la compie, realizzando forse la sua migliore regia. Mi permetto questo elogio perché, personalmente, non ho contribuito in alcun modo alla realizzazione dello spettacolo. Lodandolo, quindi non sto elogiando me stesso ma posso solo compiacermi della buona sorte che ha fatto coincidere il mio arrivo al Teatro di Roma con il debutto di questo Albergo dei poveri.
Luca De Fusco, Direttore Fondazione Teatro di Roma

Come una città dai mille volti e dalle infinite cavità, percorsa da tortuose traiettorie di destini che si perdono in baratri di tormento ed estasi, secondo un frenetico ciclo di dissoluzioni e tentativi di rinascita, L’albergo dei poveri di Maksim Gor’kij è un vorticoso teatro esistenziale dove risuonano fulminanti interrogazioni sul fato, sui flutti del tempo, sulla vita, sulla morale, sulle pieghe del dolore, sull’ineluttabilità del male, non ultimo sul nucleo ignoto della presenza di Dio. A partire dall’adattamento di Emanuele Trevi (fidato sodale in varie altre regie), Massimo Popolizio, sotto l’egida del Teatro di Roma e del Piccolo Teatro di Milano, ha scelto di scandagliare questo luogo di laceri incontri e conflitti, in senso letterale patetici, non per scioglierne i nodi quanto per attraversarne, in maniera rapsodica e obliqua, il fondo oscuro e misurarsi così con il mistero indecifrabile della condizione umana. Grazie allo slancio della nutrita compagnia di interpreti, abile nel donare ai personaggi una corposità concreta e insieme stregata e irreale, le ardenti passioni delle immonde e vibranti “storiacce”, affastellandosi lungo le severe e glaciali diagonali dell’edificio che le ospita, acquistano, a loro volta, una consistenza tangibilissima e spettrale. Una vertigine ilarotragica finisce per avviluppare lo spettacolo in cui precipitano nuove figure (Il Principe) e frammenti testuali di altri autori (Čechov, Florenskij, Tolstoj, Puškin, McCarthy, lo stesso Trevi), nel segno di uno sferzante dialogo con il dramma di Gor’kij che, com’è noto, conserva un indelebile valore fondativo per la storia del Piccolo Teatro di Milano.
Claudio Longhi, Direttore Piccolo Teatro di Milano

«Sono interessato al teatro di Massimo Popolizio e mi piace lavorare con lui, ma soprattutto rimango affascinato dalla sua tecnica e voglio scoprirla meglio, voglio entrare nella sua testa. Lavorando abbiamo passato dei mesi molto nutrienti dal punto di vista creativo: a definirti artisticamente non è solo quello che fai, ma anche quello che escludi di fare. Abbiamo cominciato a lavorare alla vecchia maniera, su dei testi non teatrali, i due grandi romanzi Satyricon di Petronio e Metamorfosi di Apuleio. Abbiamo avuto tra noi e con i produttori una interlocuzione; e però quel che a volte succede è che, se vuoi innovare, ti trovi a tornare su qualcosa di apparentemente più convenzionale, per cambiarlo dall’interno. Sono certo che, con ciò che abbiamo realizzato alle spalle, da quei due progetti avremmo tratto qualcosa di interessante; ma nelle fasi della vita germoglia anche l’istinto di non ripetere strade già percorse. Sono abbastanza certo che, se Massimo tornerà a lavorare su testi non teatrali, l’esperienza di passaggio dentro due testi teatrali così importanti (accanto a L’albergo dei poveri c’è stato anche Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller) avrà aggiunto nuove prospettive anche al lavoro sulla lingua letteraria.» […]

«C’è anche da considerare che Massimo è in scena. Questa volta, oscillando tra estremi, ha tenuto in sospeso dentro se stesso il carattere del pellegrino Luka, tra l’idea di un truffatore e l’idea di un santo e una terza via, la più interessante: che un aspetto possa non escludere l’altro. Io faccio lo scrittore e questo è un lavoro molto diverso, perché si ha la sensazione di “lavorare per”. Uno scrittore non arretra mai del tutto rispetto a delle scelte che ha preso, mentre il lavoro dell’adattamento per un regista si può fare solo se davvero si ama il lavoro di quel regista, se si è interessati a quella specifica carriera artistica da essere felicissimo di dare un contributo. Ed è una collaborazione che insegna molto, che mi mette nella condizione di non avere io l’ultima parola, ma di poter inserire frammenti del mio mondo interiore. Quando si arriva a consegnare un materiale bisogna aspettarsi che nel periodo di prove quel materiale cambi. È un lavoro inizialmente solitario e poi ci si vede e si parla tanto: sono riunioni bellissime perché si entra con una postura e si esce con un’altra; nel frattempo registri delle variazioni sul file. Ma c’è un momento – una sorta di intervallo magico – in cui lo spettacolo va in prova: certi orientamenti anche molto decisi a tavolino devono operare una vera e propria retromarcia e tornare in un’ambiguità, altrimenti si nega a un artista ciò che ha di più prezioso, la libertà.»
Emanuele Trevi, estratti da Nella pancia del grande vascello a cura di Sergio Lo Gatto

Dopo un mese di recite al Teatro di Roma, nella sala di largo Argentina, il grande vascello dell’Albergo dei poveri approda al Piccolo, al Teatro Strehler. È l’occasione per tornare a ragionare, insieme a Massimo Popolizio, dei contenuti del testo, della sua contemporaneità
e del ruolo che il teatro può svolgere nella società dei nostri giorni.

Perché, secondo te, questo testo, come la freccia di Cupido, va dritto al cuore del pubblico?
L’albergo dei poveri è uno dei testi più “barbari” di Gor’kij, forse è anche il meno riconducibile a un canone, in quanto non ha una vera e propria trama; grazie a questo, però, non invecchia, perché affronta temi universali. Il corpo centrale, il nucleo dell’opera è estremamente violento, passionale, cinico e, a mio avviso, rispecchia la disperazione in cui viviamo oggi. C’è chi lo scopre a quaranta, chi a trenta, chi a sessant’anni, ma che il mondo sia un inferno è un dato di fatto oggettivo…
Il fascino dei personaggi che popolano il dormitorio dove si svolge la vicenda, i “perduti” – un microcosmo di magnaccia, ladri, bari, ex prostitute… – è che si comportano esattamente come le persone che vivono nel mondo “di sopra”: è un “bassofondo”, per citare l’altro titolo con cui spesso quest’opera è proposta, che rispecchia la società delle persone “rispettabili”, ma che è, al tempo stesso, animato da speranze e utopie, spesso tradite, e dal desiderio di un cambiamento impossibile.

Nel sottomondo dei “perduti”, tutti accomunati dalla miseria e dalla disperazione, sorprendentemente non sembra esistere solidarietà…

In realtà si formano coalizioni che mutano velocemente: ci si allea con qualcuno perché si ha un obiettivo comune che cambia nell’arco di cinque battute. Così, si sceglie qualcun altro. La situazione è molto dinamica, per i caratteri, gli umori, i preconcetti dei protagonisti. Capita che ce l’abbiano con uno perché prega sempre, a prescindere da chi e per cosa prega. Si coalizzano tutti progettando l’uccisione del padrone dell’albergo, ma poi non commettono il delitto perché preferiscono demandarlo a Pepel, a quello che “lavora sempre di coltello”. Anche gli amori cambiano… si ama qualcuno e, dieci battute dopo, lo si odia.

E Luka, il tuo personaggio, chi è?

Un pellegrino. Che cosa significa? Molte analisi critiche del testo dicono che non lo è davvero, ma semplicemente ha assunto l’aspetto del pellegrino. Uno dei temi principali dello spettacolo, infatti, è la potenza dell’immaginazione: il mondo è migliore se ce lo si inventa, oppure se lo si vive per quel che realmente è? C’è addirittura un personaggio del dormitorio, Nastja, una ragazzina, che vive immersa nel racconto di un libro, Amore fatale, una specie di Liala del tempo. Il romanzo le dà la forza di sopravvivere in quel mondo… Allora, immedesimarsi nel racconto di qualcun altro è meglio o è peggio che vivere la propria vita? Lo spettacolo non offre soluzione, ma pone il problema: forse, immaginarsi una storia è meglio. Può aiutare. A questo si collega un altro tema fondamentale: la verità. Che cos’è? È utile? Serve conoscere la verità su di sé o, in certi casi, è meglio non sapere? Ed ecco che Luka forse è un santo, ma anche un peccatore, un cialtrone, una specie di guru, uno che si ubriaca. Mi ricorda figure nelle quali qualche volta mi sono imbattuto, ex preti che hanno lasciato i voti, persone che sono rimaste depositarie di una forte spiritualità, che vedono più in là. Non è necessario essere cattolici o credenti per essere spirituali, anzi Luka cerca di valorizzare questa componente negli altri. Mente? Probabilmente sì. Ci crede? Probabilmente sì. Esprime concetti filosofici in modo mai retorico, tra un bicchiere e l’altro, tra uno schiaffo e una bevuta. Ha il terrore della morte e non sa come fronteggiarla. In questo testo, muoiono ben tre personaggi: Kostylev, il padrone dell’albergo, ucciso da Pepel; la moglie di Klešč, una sposa bambina, che muore di tisi; l’attore alcolizzato, che si impicca. Di fronte a questi episodi, ciascun personaggio mostra di avere un rapporto diverso con la morte: Pepel è quello più spavaldo, l’arrogante; Klešč non fa che augurare la morte ad Anna, la moglie agonizzante, per levarsela di torno, ma una volta che lei è scomparsa, resta smarrito, solo, privo di difese e il suo carattere cambia completamente. Io, quando quella ragazza muore, le sono vicino e non so cosa fare per lei. Anna mi chiede: «Come sarà l’altro mondo?». Non lo so. M’invento che sarà dolce, che la porteranno dal Signore che dirà di sapere tutto di lei… Le racconto una fiaba perché non so come comportarmi. Del resto, tutti noi abbiamo un diverso approccio con la morte e questa mi sembra una cosa estremamente contemporanea. Quanti di noi hanno paura a entrare in un ospedale o non sanno come reagire di fronte a una malattia che li travolge come un treno. La domanda che sta sotto a tutto è: Dio esiste? Se ho una vita atroce, se mi trovo in un mondo orrendo, devo ancora credere? Se vivo, poniamo il caso, a Gaza, è Dio che lo consente e che ha permesso la Shoah? Perché dobbiamo credere? Cos’è la fede? È un atto indiscusso? Un altro spunto, per me interessantissimo, è quando Anna, sempre negli ultimi istanti della sua vita, a Luka, che le spiega come Dio parli a tutti, risponde non solo di non aver mai pregato, ma soprattutto di non aver mai sentito la voce di Dio. Luka, allora, le dice che quando quella voce cesserà, sarà allora che lei saprà di averla sempre udita. Pronunciando questa battuta mi sono chiesto che cosa succederà a me, sul letto di morte, se invocherò mia madre, o se pregherò anche io, che pure non ho mai creduto né in Dio, né nell’Inferno e nel Paradiso…
Cos’è quest’amo che ci tiene tutti legati? Come possiamo chiamarlo? Umanità? Spiritualità? Fede? Quando la domanda, di Pepel, è «Dio esiste?», Luka risponde «Quello in cui credi esiste. Quello in cui non credi non esiste». Sembra una battuta di spirito, ma in questo spettacolo, anche attraverso le apparenti cialtronerie di Luka, si lanciano in platea spunti di riflessione che la vita di tutti i giorni ci ha fatto scordare. La colpa di questo oblio sta nella tecnologia, che ci ha disumanizzati, rendendoci dipendenti da qualcosa che decide per noi, per la nostra anima, per il nostro cuore, che modifica il nostro carattere. In questo spettacolo “all’antica”, un vascello completamente in mano agli attori, siamo una ciurma che parla con il corpo e la voce e racconta, alle persone sedute in sala, che «È una cosa magnifica l’uomo. Suona maestoso. Bisogna rispettarlo, non umiliarlo con la compassione».

Potrebbe essere questa frase ad aver suggerito a Strehler di scegliere “L’albergo dei poveri” come spettacolo che inaugurò il Piccolo Teatro, il 14 maggio del 1947?

Credo che Strehler abbia avuto anche questo motivo, ma non solo. L’incantesimo del teatro, dove un individuo, sulla scena, si rivolge a un suo simile che lo ascolta dalla platea non smette mai di meravigliarmi. Anzi, ogni volta mi domando come sia possibile che uomini e donne, dopo una giornata di lavoro, si rechino in un teatro, contro tutto e tutti, traffico, stanchezza, problemi… Forse perché hanno bisogno di questa esperienza dal vivo – come accadeva anche nella Milano di Strehler, nel dopoguerra – e noi, attori e attrici, che ci cambiamo e ci vestiamo con abiti non nostri, indossiamo barbe e parrucche, ci trucchiamo, abbiamo il dovere di offrire uno spettacolo che sia all’altezza di quella domanda.

Il teatro è un antidoto alla disumanizzazione tecnologica di cui parlavi?

Sì, anche se sarebbe retorico dire che lo sia sempre. Lo è il buon teatro, come la letteratura di qualità. È meglio leggere un libro che stare sui social? Dipende. Se si legge un buon libro sì, altrimenti è meglio Facebook.

OLTRE LA SCENA | L’ALBERGO DEI POVERI

PAROLE IN PUBBLICO | Incontro con la compagnia
Grande dramma corale, L’albergo dei poveri di Massimo Popolizio vede alternarsi sulla scena ben sedici interpreti, chiamati a evocare dai “bassifondi” il groviglio di umanità tratteggiato da Gor’kij. Un’orchestra di corpi e voci che vale la pena ascoltare anche fuori di scena, in questo incontro dedicato, per scoprire – insieme a Popolizio e alla compagnia – le dinamiche, i temi e il percorso di costruzione dello spettacolo.
Chiostro Nina Vinchi – mercoledì 13 marzo, ore 17.30
con Massimo Popolizio e le attrici e gli attori della compagnia
modera Anna Piletti

WALK TALK | La Milano dei “miracoli”
Un itinerario ad attraversare i luoghi, immaginati o reali, che costituirono il racconto della Milano “dei miracoli” di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini nel film Miracolo a Milano. Una città ancora ferita dalla guerra, dove “i poveri disturbano” – così avrebbe dovuto inizialmente intitolarsi il film – e dove viene ricreato il famoso “villaggio Brambi”, baraccopoli di fantasia, situata in via Valvassori Peroni. Un luogo immaginario, che ricorda, tuttavia, le baracche e gli “alberghi dei poveri” realmente esistiti sul territorio, e che rimanda a quell’orizzonte storico, sociale e urbano in cui Giorgio Strehler decise di realizzare L’albergo dei poveri di Maksim Gor’kij, facendone un primo manifesto del suo “teatro umano”.
Il percorso attraverserà il quartiere di Lambrate, intrecciando il racconto della città con la ricostruzione cinematografica e con le letture tratte dallo spettacolo di Massimo Popolizio.
Piazzale Basilica SS.MM. Nereo e Achilleo, Viale Argonne 56 – domenica 17 marzo, ore 11  con le attrici e gli attori della compagnia
In collaborazione con Circolo Acli Giovanni Bianchi Lambrate       

PAROLE IN PUBBLICO | PRESA DI PAROLA
Un passeggero di nome Gor’kij
Nel ridisegnare l’umanità frastagliata, ferina e dolente di Gor’kij, Massimo Popolizio ed Emanuele Trevi non si sono ispirati solo al testo del drammaturgo russo, ma, calatisi in altre profondità letterarie, questa volta a stelle e strisce, sono andati a interrogare le parole di Cormac McCarthy. Ed è proprio dal passo di uno dei suoi ultimi romanzi, Il passeggero, che prende vita questo “presa di parola”, per mettere a fuoco, grazie agli interventi di Giuseppe Genna, scrittore, e Damiano Rebecchini, ordinario di Letteratura russa all’Università degli Studi di Milano, la riflessione filosofica e morale sull’umano e il desiderio di trascendenza, che lo spettacolo innesca. Ma anche per far dialogare due autori apparentemente agli antipodi – per tradizione, penna, cronologia –, che trovano nel palcoscenico il loro minimo comun denominatore.
Chiostro Nina Vinchimercoledì 20 marzo, ore 18.30
con Giuseppe Genna e Damiano Rebecchini
modera Roberta Ferraresi

SEGNALIBRO | Un teatro necessario
Il 14 maggio 1947 si inaugurava la sala di via Rovello: ad andare in scena era L’albergo dei poveri, prima regia di Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano. Il resto è storia. A distanza di quarant’anni, fu lo stesso regista a ripercorrere, in una lunga riflessione, i primi otto anni di vita del teatro che aveva fondato insieme a Paolo Grassi.
Quei pensieri, in dialogo con una selezione di testi e articoli, scritti tra il 1942 e il 1945 – alcuni dei quali mai pubblicati prima –, danno vita a Un teatro necessario, volume che prosegue la serie di pubblicazioni dedicate a Strehler, realizzate in collaborazione con il Saggiatore. A presentarlo nella cornice del Chiostro Nina Vinchi, insieme al direttore, Claudio Longhi, sono Alberto Bentoglio, professore di Storia del Teatro all’Università degli Studi di Milano e Giovanni Soresi, storico direttore della comunicazione del Piccolo, che ha supervisionato la pubblicazione degli scritti strehleriani conservati negli archivi del teatro. Michele Nani, che di Strehler è stato allievo, leggerà dei passi scelti del volume a ritrovare le parole del Maestro. Perché, come scrive lo stesso Strehler: «Mai nulla cambia nel teatro. E cambia tutto. Mai la vita si ripete pur restando se stessa».
Chiostro Nina Vinchi  – giovedì 21 marzo, ore 17.00
con Alberto Bentoglio, Claudio Longhi, Giovanni Soresi
Letture di Michele Nani
In collaborazione con il Saggiatore

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su piccoloteatro.org

Dettagli

Inizio:
7 Marzo @ 7:30 pm
Fine:
28 Marzo @ 7:30 pm
Prezzo:
€32 - €40
Categoria Evento:
Sito web:
https://www.piccoloteatro.org

Luogo

Piccolo Teatro Strehler
Largo Greppi
Milano, 20121
+ Google Maps
Phone
02.21126116
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