Foto © Cantieri Teatrali KorejaIancu. Bianco. È il colore che ferisce gli occhi, quando riflette i cocenti raggi del sole, in quei paesini del sud Italia dove un agglomerato di case intonacate e luminose segna i confini della vita di una piccola comunità.

Per questo è nel bianco che Fabrizio Saccomanno si immerge, per raccontare la vita di un paesino del Salento negli anni 70. Bianco il fondale, la sedia e il costume: al centro della scena, solo, l’attore dà vita ad un affresco di personaggi, intrecci e racconti che tessono le storie del paese, dando voce alle parole ingenue e schiette di un bambino che ricorda e rivive quell’agosto dell’1976.

Uno spaccato crudo e sincero, ma anche comico e grottesco, che affascina per la verità impietosa con cui procede nel presentare le figure e le incongruenze che popolano l’orizzonte ‘dei grandi’, in questa atmosfera lattiginosa e calda, che sembra l’altra faccia meridionale del mondo felliniano di ‘Amarcord’.

È una vita piena e complessa. If these are affected or continue reading here viagra online canada any one of it is, then the quality of erection can reduce. This vast array of treatments and easy availability make generic viagra canada soft tabs first choice of drug to treat impotence if he is allergic to sildenafil citrate products. It plays a vital role in forming new cells and buy generic levitra eliminating worn out cells from your body. price for viagra Almond milk, enriched with aphrodisiac ingredients is one of the best natural ways to boost male libido. Bande rivali, vicine di casa ammattite, un illustre e inquietante mutilato di guerra, i premi a punti per i chirichetti e per finire un avvenimento che sconvolgerà il paese: l’avvistamento nelle vicinanze del famoso bandito Mesina, fuggito dal carcere di Lecce.

Per un’ora il pubblico è rapito per le viuzze e le piazze del paese e l’immaginazione sfreccia in sella alla bici del piccolo Fabrizio che commuove e diverte nella semplicità delle sue acute e spiazzanti riflessioni (“Che poi fare l’amore o fare la guerra, mi sembra di capire che siano un po’ la stessa cosa”).

Ben riuscito il testo, quindi, mentre la narrazione, a tratti meccanica o affettata, deve ancora trovare una sua più naturale scorrevolezza.

Fabrizio Saccomano con bravura fa riemergere da questo mondo naufragato e scomparso voci, sguardi e inflessioni della gente che lo popola, ma sono istanti fulminei e poco frequenti. Rimane nello spettatore l’eco nebuloso di una realtà viva ma lontana, ora inesistente, che l’attore non ha potuto o voluto incarnare, ma solo nominare, e rendere viva e presente sulla scena. Come un profumo che riempie le narici ma non lo stomaco, questo spettacolo affascina e meraviglia ma rimane inafferrabile, distante, niveo e lontano come il paese di cui parla.

Giudizio: **1/2

Per la rassegna Fare gli italiani – Teatro, organizzata dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino – con il sostegno di Iren – nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nella sezione dedicata alla Questione meridionale”, i Cantieri Teatrali Koreja-stabile d’innovazione del Salento

Presentano:

Iancu, un paese vuol dire

testo di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno

regia Salvatore Tramacere

progetto di Fabrizio Saccomanno

con Fabrizio Saccomanno

scenografia Lucio Diana

foto di Lucia Baldini

tecnici Mario Daniele e Angelo Piccinni

cura della produzione Laura Scorrano

organizzazione Franco Ungaro

grazie a Giulio Petruzzi e alla comunità di Tuglie (Le)

Torino, Cavallerizza Reale, Maneggio

venerdì 25 e sabato 26 marzo 2011

www.teatrokoreja.it

www.teatrostabiletorino.it