Foto: David Scott - La regina Elisabetta assiste a una rappresentazione de “Le allegre comari di Windsor” al Globe Theatre di Londra - Olio su tela, 1840
Foto: David Scott - La regina Elisabetta assiste a una rappresentazione de “Le allegre comari di Windsor” al Globe Theatre di Londra - Olio su tela, 1840
Foto: David Scott – La regina Elisabetta assiste a una rappresentazione de “Le allegre comari di Windsor” al Globe Theatre di Londra – Olio su tela, 1840

Nel teatro risiede la visione delle origini dell’umanità e la sua sublimazione verso il mito, una liturgia poetica che non può prescindere dell’interazione di un pubblico osservatore che ne coglie l’essenza

Il teatro ha la sua ragione d’essere quando incarna l’insieme di differenti discipline che si uniscono per concretizzare la messa in scena di un evento spettacolare dal vivo. Sotto il profilo etimologico, la sua parola deriva dal greco théatron, ovvero luogo di pubblico spettacolo, dove si evidenzia l’importanza dell’osservazione vivida dell’astante.

L’emergenza sanitaria in atto ha portato come sappiamo alla chiusura momentanea dei teatri come di cinema e musei, ma a prescindere dalla scientificità o meno dei provvedimenti (ricordo che da giugno a ottobre su quasi 350mila spettatori solo uno è risultato positivo alla Sars-Cov2) nessuno aveva messo in dubbio la natura dello spettacolo dal vivo. Gli spettacoli in streaming prodotti dopo il fatidico 23 febbraio a Milano e l’8 marzo in tutta Italia volevano solo essere un segnale di resilienza dell’universo teatrale durante il lockdown e i primi tempi della cosiddetta “Fase 2”, un modo per comunicare il principio “il teatro c’è ancora e tornerà ad aprire i suoi battenti”. Chi segue la testata ricorderà alcune riflessioni sul futuro del teatro, come quella di Antonio Syxty di cui ho parlato approfonditamente nell’articolo Antonio Syxty e il Wasteland teatrale verso la società del futuro, ma anche in questo caso si trattava di esplorare una possibile evoluzione partendo da un “grado zero” dell’esperienza teatrale, in direzione di una maggiore autenticità delle performance nel superamento dell’elemento formale.

Ciò che stiamo vivendo ora a seguito delle nuove restrizioni di fine ottobre rischia di diventare qualcosa di profondamente diverso. Continua, con molta difficoltà, la lotta di sopravvivenza di molti enti teatrali, in particolare quelli più piccoli, con la proposta di spettacoli via web che da gratuiti sono divenuti a pagamento in attesa di poter ripopolare le platee, ma si sta concretizzando la costruzione, al di là dell’emergenza, di piattaforme virtuali televisive e online. Lo stesso ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini ha annunciato la costituzione di una Netflix della Cultura, progetto già ipotizzato nella scorsa primavera, utilizzando un finanziamento di 10 milioni dal Recovery Fund. Un’idea ribadita dal ministro nel mese di luglio, in occasione della sperimentazione gratuita in streaming da parte dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa, parlando apertamente di «superamento di un tabù nel mondo del teatro» e di «enormi potenzialità dell’offerta digitale che beninteso non deve essere sostitutiva quanto piuttosto integrare l’offerta del palcoscenico» (fonte: beniculturali.it).

Un ottimo proposito, ma a patto che il web sia solo di sostegno, la diretta sempre e comunque accompagnata da un pubblico pagante presente fisicamente nelle sale e la complementarietà non riguardi la scelta tra spettacoli per lo streaming e quelli per il pubblico. A questo punto rimane valida l’ipotesi di soddisfare un pubblico da casa (e in tutto il mondo) impossibilitato a raggiungere fisicamente i teatri, in alternativa si assisterebbe via web a un qualcosa che somiglia allo spettacolo teatrale senza però realmente esserlo per il fatto che non vive la presenza fisica degli spettatori nella sua realizzazione. In sostanza: se la presente emergenza pone la scelta di alcuni enti teatrali, opinabile o meno, di realizzare spettacoli unicamente online gratuiti o a pagamento, allo scopo di mantenere un’attenzione sensibile verso questo genere espressivo, gli stessi non possono diventare un’offerta complementare anche in un futuro quando le sale potranno riaprire. Lo streaming a quel punto può avere senso solo come amplificazione attraverso la diretta video di un’esecuzione che prevede la presenza di un pubblico vivo e non essere utilizzato a prescindere come scelta complementare teatrale, poiché teatro non lo è.

Qui non si tratta nemmeno di esprimere giudizi valutativi e di qualità nei confronti di un non teatro quale espressione artistica di una diversa teatralità, come nelle esperienze legate al cabaret e la performance art, ma capire i limiti oggettivi legati alla proiezione virtuale di un teatro possibile, che se si sostituisce alla visione teatrale dal vivo diviene de facto la negazione del teatro ovvero la sua tomba.

Un ulteriore fattore di rischio consiste negli investimenti significativi che molti enti teatrali stanno effettuando in questa direzione, prefigurando addirittura intere stagioni interamente digitali. Il doppio binario, già in sé deleterio, potrebbe diventare unico in un futuro digitale non troppo lontano a prescindere da situazioni pandemiche, in funzione di scelte economiche specifiche che sembrano correlarsi a una nuova normalità dagli inquietanti risvolti distopici.

Occorre quindi che i diversi protagonisti dello spettacolo dal vivo riflettano sull’opportunità di continuare con gli streaming, senza la fondamentale presenza di un pubblico, o unirsi e chiedere a gran voce la riapertura delle sale, vista la debolezza delle motivazioni che ne hanno causato la chiusura. Il teatro può essere di rappresentazione come no (si veda l’esperienza artaudiana legata al théâtre de la cruauté), ma mai può essere considerata tale la rappresentazione del teatro. In caso contrario anche la mitica Tintarella di luna cantata da Mina nel 1959 perderebbe la sua valenza ironica e divenire la proposta per una valida abbronzatura.

Buone Feste!… con l’invito a una serena meditazione sul futuro.