Foto: René Magritte - La riproduzione vietata (La reproduction interdite), 1937 - Olio su tela, 81,3×65 cm © Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam
Foto: René Magritte - La riproduzione vietata (La reproduction interdite), 1937 - Olio su tela, 81,3×65 cm © Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam
Foto: René Magritte – La riproduzione vietata (La reproduction interdite), 1937 – Olio su tela, 81,3×65 cm © Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

Il sistema di potere definito dalla sociologa Shoshana Zuboff come “capitalismo della sorveglianza” ha seguito, fin dai suoi albori, una logica espansiva. All’inizio, si è nutrito dei nostri dati demografici; in seguito, l’estrazione di informazioni ha colonizzato l’ambito delle nostre interazioni sociali, dei nostri spostamenti fisici e delle nostre preferenze di consumo. Per usare un’espressione che viene dalla professoressa Zuboff, l’intero modello economico di Big Tech si regge sull’estrazione del cosiddetto surplus comportamentale, ossia quello scarto tra i dati che servono realmente per far funzionare un servizio digitale e l’enorme mole di informazioni aggiuntive che quello stesso servizio raccoglie in background. Le aziende di Big Tech sono specializzate nella trasformazione di questo surplus in profitti miliardari attraverso la vendita a terzi. Oggi, tuttavia, ci troviamo davanti a qualcosa che minaccia di scardinare le fondamenta stesse della nostra libertà: l’incursione del mercato nella nostra architettura neurale.
L’obiettivo dell’industria tecnologica non è più limitato a inferire i nostri desideri analizzando i nostri clic, ma punta all’accesso diretto, alla decodifica e alla potenziale modulazione dell’attività cerebrale grezza in tempo reale. Di fronte a questa offensiva, la risposta non può limitarsi agli attuali concetti di privacy dei dati. Dobbiamo ancorare la nostra resistenza a un principio più profondo: la libertà di autodeterminazione individuale, intesa come diritto inalienabile a governare la propria sfera mentale. Si tratta di un prerequisito essenziale, senza il quale nessuna delle altre libertà civili
può sopravvivere

 

Neurotecnologie: dall’impianto medico al dispositivo di consumo
Per comprendere appieno la portata di questa minaccia, è necessario chiarire cosa siano esattamente le neurotecnologie. Si tratta di dispositivi progettati per connettersi al cervello, registrandone o alterandone l’attività. I dati estratti – che riguardano la nostra vita mentale ed emotiva – vengono poi interpretati dai potenti algoritmi dell’intelligenza artificiale. Fino a poco tempo fa, questi strumenti erano utilizzati solo in campo medico, con sperimentazioni legate anche all’ambito militare. Da un lato, abbiamo le neurotecnologie invasive, che richiedono un impianto chirurgico all’interno del cranio. Nati per scopi clinici – come la stimolazione cerebrale profonda (DBS) per trattare il morbo di Parkinson – questi impianti vedono oggi in prima linea aziende hi-tech come Neuralink (fondata da Elon Musk) o Synchron, impegnate nella produzione di interfacce cervello-computer (BCI) per unire mente e macchina.
Dall’altro lato, si sta espandendo a dismisura il settore delle neurotecnologie non invasive o indossabili (wearable). Si tratta di caschetti, fasce frontali o bracciali dotati di sensori posizionati all’esterno del corpo che leggono i segnali elettrici del cervello attraverso tecnologie come l’elettroencefalogramma (EEG). In questo ambito dominano aziende come Interaxon. Il suo dispositivo Muse per favorire la meditazione e il sonno. Anche se venduto per scopi benefici, ossia ridurre lo stress,abitua il consumatore all’idea che sia normale cedere la misurazione della propria attività cerebrale a un’azienda privata in cambio di un servizio digitale.
Come evidenziato anche dalla professoressa della Duke University Nita Farahany nel suo saggio Difendere il nostro cervello, colossi come Apple e Meta stanno puntando a un traguardo ben più radicale: sostituire le attuali interfacce fisiche – come mouse, tastiere e schermi touch – con dispositivi neurali. L’obiettivo, già raggiunto e in via di perfezionamento, è creare sistemi in grado di permetterci di “scrivere con la mente” e impartire comandi digitali col solo pensiero. È proprio questa seconda categoria di dispositivi, sempre più economica e slegata da finalità mediche, a rappresentare il vero “cavallo di Troia” pronto a portare il capitalismo della sorveglianza direttamente dentro la nostra mente.

I quattro neurodiritti: l’urgenza di un nuovo quadro giuridico
Di fronte a un rischio inedito, come quello di vedere la nostra sfera interiore diventare sempre più trasparente, la semplice riflessione bioetica aziendale si rivela uno strumento insufficiente. È in questo contesto critico che si inserisce il lavoro pionieristico degli accademici Marcello Ienca e Roberto Andorno, che hanno identificato la necessità di concettualizzare quattro “neurodiritti” fondamentali:
1. Il diritto alla libertà cognitiva, quello cioè di decidere autonomamente se utilizzare o meno le neurotecnologie, rifiutando imposizioni di terzi.
2.  Il diritto alla privacy mentale, ossia la protezione della sfera del pensiero e delle emozioni di un individuo contro la lettura, da parte di terzi non autorizzati, dei dati cerebrali che le fotografano.
3.  Il diritto all’integrità mentale, ovvero la tutela contro qualsiasi forma di hackeraggio o manipolazione neurale illecita.
4.  Il diritto alla continuità psicologica, a mantenere cioè un senso del sé coerente nel tempo, al riparo da interferenze tecnologiche.
Per proteggere il nostro “santuario interiore”, è imperativo costruire un quadro normativo vincolante, integrando queste libertà fondamentali direttamente nell’architettura giuridica internazionale dei diritti umani. Senza leggi scritte e sanzioni chiare, la mente umana resterà alla mercé delle logiche estrattive.

Neuroimaging, il monito del Garante
Le tecnologie di neuroimaging e decodifica neuromotoria, che permettono di osservare e mappare l’attività del sistema neurale, stanno abbandonando i confini clinici per integrarsi nei dispositivi di consumo. Tra le principali figurano l’elettroencefalografia (EEG), che misura l’attività elettrica del cervello tramite sensori posizionati sullo scalpo; la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS), che monitora le variazioni del flusso sanguigno e l’ossigenazione cerebrale avvalendosi della luce a infrarossi; e l’elettromiografia (EMG), che intercetta i segnali elettrici inviati dal sistema nervoso periferico ai muscoli, permettendo ai nuovi bracciali neurali di tradurre le intenzioni di movimento in comandi digitali ancor prima che l’azione fisica venga compiuta. Le implicazioni di questi strumenti per i diritti fondamentali sono state al centro di un convegno organizzato nel 2021 dal Garante per la Protezione dei Dati Personali, che ha delineato i contorni di una convergenza tecnologica senza precedenti. I dispositivi indossabili (wearable), uniti agli algoritmi di intelligenza artificiale generativa e analitica, consentono di estrarre correlati neurali legati alle emozioni e reazioni istintive di un individuo. Il rischio concreto è l’avvento di un neuromarketing capace di bypassare il filtro cognitivo cosciente, permettendo al mercato di accedere a un flusso di informazioni intime prima ancora che vengano elaborate razionalmente dall’individuo.

La difesa della continuità psicologica e il rischio dell’estraniazione
La continuità psicologica è lo scudo essenziale per preservare l’identità individuale di fronte alle neurotecnologie. Alcuni strumenti di neuro-modulazione possiedono un’efficacia terapeutica alta, ma rischiano di stravolgere la percezione di sé. In recenti studi su pazienti trattati con stimolazione cerebrale profonda (DBS), oltre la metà dei partecipanti ha sperimentato un senso di alienazione, arrivando a dichiarare di “non essersi più ritrovata” dopo l’intervento. Se a questo disorientamento sommiamo le minacce dell’ingegneria della memoria – le cui tecnologie possono alterare, rimuovere o sostituire ricordi cruciali per il nostro riconoscimento – il quadro si fa allarmante. Rivendicare questo neurodiritto significa esigere che la nostra narrativa esistenziale e l’essenza di ciò che siamo non vengano mai riscritte dall’interazione con la macchina.

Un Panopticon aziendale: le neurotecnologie nel contesto lavorativo
Alla fine del Settecento, il giurista inglese Jeremy Bentham ideò il progetto per un carcere ideale, il Panopticon. La struttura prevedeva un edificio circolare con le celle disposte lungo la circonferenza e un’unica torre di guardia al centro. Grazie a un ingegnoso sistema di luci e persiane, il guardiano nella torre poteva osservare tutti i detenuti, ma questi ultimi non potevano mai vedere lui. Il vero obiettivo di Bentham non era la forza bruta, ma la psicologia: non potendo mai sapere se in un dato momento fossero osservati o meno, i detenuti dovevano presumere di esserlo sempre. Di conseguenza, finivano per auto-disciplinarsi, interiorizzando il controllo.
L’impatto della rivoluzione neurotecnologica rischia di traslare esattamente questa dinamica nei luoghi di lavoro, un ambito in cui la tensione tra le prerogative datoriali e i diritti della persona è storicamente accesa.
L’introduzione di dispositivi neurali nelle aziende minaccia di inaugurare un’era di sorveglianza totalizzante, dando vita a un vero e proprio “Panopticon aziendale”.
Immaginiamo un ecosistema lavorativo in cui caschetti o auricolari dotati di sensori EEG vengono forniti ai dipendenti per tracciare i picchi di attenzione, i cali fisiologici o il carico cognitivo. Esattamente come i prigionieri di Bentham, il lavoratore saprebbe che la sua stessa attività mentale potrebbe essere costantemente misurata, quantificata e valutata. In questo scenario, il capitale non si accontenta più di misurare il prodotto finale e le ore lavorate, ma pretende di scandagliare l’efficienza dei processi mentali sottostanti, inducendo il dipendente a un’autocensura perenne.

Tabella sulle dinamiche di sorveglianza del capitalismo

Un limite legislativo italiano: l’Articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori
In Italia, le ambizioni di chi puntasse a una neuro-sorveglianza aziendale si scontrano con un’infrastruttura giuridica solida: lo Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970). L’Articolo 4 disciplina severamente l’uso degli strumenti dai quali possa derivare il controllo a distanza dei lavoratori, ponendo paletti difficilmente sormontabili. Anzitutto vi è un divieto di controllo intenzionale. Gli strumenti tecnologici non possono mai essere impiegati esclusivamente per finalità di controllo. Un dispositivo neurale introdotto per valutare se il dipendente è “concentrato” risulterebbe vietato. In secondo luogo, qualora un’azienda giustificasse la cosa con ragioni di “sicurezza sul lavoro” (ad esempio, sensori anti-sonno per autisti), la loro introduzione richiederebbe il previo accordo collettivo con le rappresentanze sindacali. In assenza di accordo, l’unica via sarebbe l’autorizzazione dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), che valuta la proporzionalità delle misure rispetto alla tutela della dignità del lavoratore. Un auricolare EEG non può essere classificato come semplice “strumento necessario per rendere la prestazione” e ricade quindi sotto i vincoli del controllo a distanza. Sarà dunque il caso di fare molta attenzione quando qualche governo dovesse proporre di modificare questo articolo.

L’appello dell’UNESCO sui neurodiritti
Se le legislazioni nazionali sul lavoro offrono alcune difese, la natura transnazionale del mercato richiede un’azione di più ampio respiro. L’intervento dell’UNESCO rappresenta il tentativo istituzionale più alto di rispondere a questa esigenza. Già alla fine del 2021, il Comitato Internazionale di Bioetica (IBC) dell’UNESCO aveva tracciato i confini del problema pubblicando il suo fondamentale rapporto sulle questioni etiche legate alle neurotecnologie. Questo percorso ha subìto un’accelerazione decisiva nel 2023: prima con la Conferenza Internazionale di Parigi e poi con il mandato ufficiale conferito dalla Conferenza Generale per sviluppare uno strumento normativo internazionale, traguardo culminato nel processo di adozione di una Raccomandazione formale nel 2025. Raccogliendo l’eredità del dibattito accademico promosso da esperti come Ienca, Andorno e Farahany, l’UNESCO chiede agli Stati membri di colmare il vuoto normativo riconoscendo i neurodiritti a livello globale. Il messaggio è un imperativo inequivocabile: non possiamo adottare un approccio reattivo. Attendere cioè che i danni della neuro-sorveglianza si manifestino su larga scala significherebbe aver già perso la battaglia. Dobbiamo implementare una governance anticipatoria prima che l’infrastruttura dell’estrazione neurale diventi ubiqua. In altre parole, si tratta di rivendicare che la mente umana non è, e non deve diventare mai, una miniera di informazioni intime a uso e consumo del capitalismo della sorveglianza e di élite tecnocratiche che passerebbero sopra qualsiasi diritto pur di bypassare i meccanismi democratici.

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