
«… (populus) iam pridem, ex quo suffragia nulli
uendimus, effudit curas; nam sie dabat olim
imperium, fascio littorio, legiones, omnia, nunc se
continet atque duas tantum res anxius optat,
Panem et circenses»
«… ormai, da quando non si vendono più voti,
(il popolo) ha perso ogni interesse; un tempo attribuiva tutto lui, poteri, fasci, legioni;
adesso lascia fare, spasima solo per due cose: pane e giochi»
(Giovenale, Satira X, 77-81)
La maggior parte della popolazione italiana è interessata allo sport e tuttavia non ne è direttamente partecipe per carenze strutturali su tutto il territorio nazionale, in particolare al sud. Lo stesso Financial Lounge, testata giornalistica e piattaforma digitale dedicata all’informazione economica e finanziaria, con particolare finalità alla connessione tra mondo imprenditoriale e investimenti nei diversi settori per i quali offre analisi di mercato specifiche, lamenta il non irrilevante ritardo del nostro Paese nell’ammodernamento delle infrastrutture sportive. Più in profondità, esplicativo l’intervento firmato da Jacopo e Maurizio Prescianotto sul rotocalco online In the Net dove vengono riportati dati e fatti reali sulla partecipazione sportiva in Italia, divenuta più un’attività di élite sovranazionale che non popolare e sovrana. A partire dal fallimento del basket italiano, dove due importanti società come il Cremona e il Brescia sono di fatto ceduti e trasferiti a Roma per garantire la formazione di due franchigie di serie A nell’ambito di un progetto collegato con la NBA nordamericana, si potrebbe continuare con l’inesistenza degli investimenti sulla promozione dell’attività sportiva tra i nostri giovani e non solo. In totale, il tasso di sedentarizzazione degli italiani è del 56%, il top “pigrovalente” d’Europa, contro una Finlandia che conosce solo l’8% di sportivamente inattivi. Da questo punto di vista, nessuna meraviglia per l’ennesima mancata partecipazione della nostra Nazionale ai mondiali di calcio recentemente disputati in America (la terza squalifica di seguito, in passato l’Italia non partecipò solo ai Mondiali in Svezia del 1958), se comunque l’attenzione verso l’attività fisica è pari a quella di un sassolino nella scarpa da eliminare per offrire l’impresa agonistica a interessi stranieri.
Rispetto a questi mondiali, da più media considerati “della vergogna” al pari di quelli disputati in Argentina nel 1978 per abusi esercitati verso nazionali di paesi considerati nemici o sospetti dalla governance Usa e pressioni verso le istanze arbitrali, un torneo che ha visto ancora una volta l’esclusione della nazionale russa e di contro la capacità di pontificare da parte della governance israeliana (un piccolo pungolo: quante azioni difensive mirate a obiettivi militari deve esercitare la Russia per essere dichiarata criminale e quanti genocidi può praticare Israele per essere considerata l’unica vera democrazia mediorientale), è interessante l’analisi di Oscar Di Montigny, recentemente pubblicata su Instagram (vedi). Il suo lungo post, scritto prima della conclusione del torneo e dal provocatorio titolo E se la finale di questi mondiali di calcio non venisse mai giocata?, è un autentico excursus panoramico su fatti e misfatti del recente campionato. Sono fotografati interessi speculativi, favori personali, clientelismi verso Messi e l’Argentina, pressioni geopolitiche, vessazioni verso alcune nazionali, in particolare quella iraniana. Una disamina, non scevra da parallelismi storici, che invito a leggere nella sua interezza e di cui condivido appieno una considerazione finale: questi abusi di potere, che si manifestano nel mondo dello sport come in altri settori, sono una forma di debolezza del sistema, soprattutto quando sempre più se ne palesano i protagonisti. Il Panem et circenses ricordato da Giovenale si riferisce a un periodo, tra I e il II secolo d.C., dove sempre più si evidenziava la decadenza morale dell’Impero. L’offrire il “pane” e i giochi, peraltro spesso cruenti come i combattimenti dei gladiatori al Colosseo, diveniva un modo per distrarre il popolo dalla realtà politica e sociale. Oggi abbiamo superato anche quel guado, le attuali governance sportive sono complici di una violenza che si esprime al di là dei giochi in sé e appartengono alla stessa costellazione perversa che gli Epstein Files hanno rivelato, per di più senza “panem”.
I veri “paralipòmeni” sono quelli indicativi del coraggio che dovremmo come varia umanità cominciare a maturare, invece di piegare il capo o, meglio ancora, limitarci a fissare i teleschermi dell’apostasia.
Lo sport, soprattutto nei giochi di squadra, insegna un senso di appartenenza nella diversità, un confronto agonistico che pesca nel profondo di un’autodisciplina e prescinde dal risultato, fucina di un sentimento popolare oggi più che mai inquinato da poco etici mercanteggiamenti internazionali.
L’attività sportiva deve tornare a essere espressione di libertà nel comunicare, attraverso il movimento del corpo, le proprie emozioni, una pratica che rafforza la crescita della persona e la cultura della partecipazione.
INFO:
Dichiarazioni sui mondiali del premier israeliano Benjamin Netanyahu (su Cremona Oggi)
Per saperne di più su Oscar di Montagny:
Sito web
