
A cento anni dalla nascita del trombettista e compositore statunitense Miles Davis – tra i più influenti del XX secolo – sono in molti ad avere dato un tributo al “Principe delle tenebre”. Guido Michelone – saggista, scrittore, docente – ha trovato una forma insolita sebbene già da lui sperimentata in una pubblicazione di successo sui Beatles. Ecco le coordinate precise: “Miles Davis, 65 vite dalla A alla Z”, Edizioni Arcana, 2026
Una piccola presentazione sull’Autore che incontrammo già nel 2022 in occasione di un suo libro di racconti (vedi articolo).
Vercellese, insegna Storia della Musica Afroamericana al Master in Comunicazione Musicale presso l’Università Cattolica di Milano, dopo una ventennale carriera presso il Conservatorio Vivaldi di Alessandria come professore di Storia del jazz. Impegnato sia nel giornalismo musicale sia nella scrittura di libri (saggi e biografie, testi divulgativi e accademici), diventa nel 2000 il responsabile della collana di dispense universitarie ‘Breve storia della musica afroamericana’. Per Arcana, dopo “Il jazz-film”, redige, dal 2017 a oggi ben nove volumi “a tema”: “Il jazz e… (enciclopedia in progress)” nonché il recentissimo monografico su Miles Davis.
Lo incontro quindi a Vercelli per porgli alcune domande.
Lucy lo Russo per Punto e Linea Magazine: Quando hai cominciato ad ascoltare ed amare il Jazz?
Guido Michelone: Sin da piccolo, grazie a mio padre che amava questa musica. Ricordo ancora – avrò avuto cinque anni – abitavamo in una casa nuova, un condominio appena finito e mio zio, che lavorava in una fabbrica di televisori e giradischi, ci portò una bella fonovaligia.
Mia madre, per fare una sorpresa a papà che era al lavoro, lo incaricò di andare subito nel negozio di dischi dietro l’angolo ad acquistare alcuni 45 giri tra cui Frank Sinatra e Nat King Cole. Amai quasi subito il jazz, perché la TV che avevamo in salotto – già prima del giradischi – trasmetteva molto jazz, sia pur quello per così dire simpatico e commerciale di Louis Armstrong. E devo dire che poi, con l’adolescenza, a differenza dei miei coetanei, legati solo alle mode – le canzoni del momento – io trovavo gradevole ascoltare il ‘vecchio’ jazz perché già mi accorgevo di qualche sottile legame ad esempio tra lo swing, il boogie-woogie, il rock and roll e persino il nuovo rock.
L.L.R.: Come mai è nata l’idea di parlare di Davis in forma “alfabetica”, come se fosse un dizionario?

G.M.: Perché non l’aveva ancora fatto nessuno. Poi credo sia anche utile – in un periodo come il nostro dove si va sempre di fretta – per costruirsi da sé un percorso di lettura, scegliendo gli argomenti preferiti: ricordo che il sottotitolo è “65 vite dalla A alla Z” nel senso che sono 65 i capitoli – come gli anni di Miles -ovvero gli argomenti trattati: Africanesimo, Andalusia, Arte, Ascensore, Atteggiamento per restare alla lettera A…
L.L.R.: Quale ‘periodo o svolta’ di Miles ti appassiona di più?
G.M.: Ti confesso che sono un po’ morbosamente attratto dal periodo di ritiro dalle scene grosso modo dal 1975 al 1980. Nel febbraio 1975 Davis tiene alcuni concerti a Osaka, che vengono pubblicati nell’agosto successivo e poi nel 1976 in due doppi album. Poi più nulla per diverso tempo. In quei concerti aveva spinto la sua ricerca – un sound elettrico dove mescolava di tutto, su una base ritmica duramente funky – sino ai limiti del cosiddetto jazzrock o fusion per trascorrere quindi un lustro lontano dalla realtà, per motivi di droga e di salute. Ma cosa accadde veramente, dato che il ritorno in scena nel 1981 trova un Miles ancora una volta diverso? E mi fermo qui, altrimenti dovrei scrivere un libro sull’argomento!
L.L.R.: Hai mai visto Davis dal vivo? A quale concerto o jam session avresti voluto assistere?
G.M.: Sì, l’ho visto una sola volta al Parco della Pellerina di Torino il 7 luglio 1986, ma era il Miles ‘pop’ che mi piaceva poco, così come il contesto: non amo i concerti di massa con i volumi alti, la gente che si dimena e che urla e non ascolta bene. A viaggiare nel tempo avrei voluto sentire il Davis ‘storico’ oppure una chicca di cui non esistono registrazioni: una jam tra lui e Ornette Coleman, l’alfiere del free jazz.
L.L.R.: In cosa Miles ha innovato di più?
G.M.: A livello extramusicale nell’essere divo capriccioso, introverso, oscuro, antipatico, dando di sé a pubblico e critica l’immagine dell’artista impenetrabile, tant’è che fu soprannominato ‘Il Principe delle Tenebre’. Sul piano musicale le novità sono sotto gli occhi di tutti, come ho spiegato nel libro, a partire dalle registrazioni del 1949-1950 su 78 giri, racchiuse poi nell’album The Birth of The Cool (1957) fino ad arrivare al doppio vinile Bitches Brew (1970) che segna il definitivo incontro fra il jazz e il rock. E in mezzo la svolta modale con Kind of Blue (1959) il disco forse più venduto o citato di tutta la storia del jazz. E tanto altro, altro ancora.
L.L.R.: In cosa – a tuo avviso – Miles Davis è stato poco capito o sottovalutato?
G.M.: L’unica cosa che mi spiace e spero con il mio libro di aver mitigata è ancor oggi la posizione di tanta gente che si rifiuta di ascoltare il Miles per così dire ‘elettrico’, come se fosse un corpo estraneo rispetto al suo percorso evolutivo interrotto solo alla morte, mentre stava intraprendendo quelle che egli stesso chiamava ‘New Directions’…
L.L.R. :Grazie, Guido!
G.M.: Grazie a te e a Punto e Linea Magazine per questa opportunità di approfondimento.
Tornando a Milano – in treno – riprendo in mano il volume, mentre alterno lo sguardo su qualche scorcio di pianura padana.
In tema di approfondimento, il libro offre tavole con ulteriori chicche (registrazioni, duetti); un capitolo con citazioni su Miles ad opera di altri musicisti e viceversa; bibliografie. In ultimo, come postfazione, camei di jazzisti, jazzologi e jazzofili [N.d.R ne troverete uno della nostra Lucy Lo Russo].
Insomma “Miles Davis, 65 vite dalla A alla Z” per Arcana, è un libro di facile lettura e consultazione – non banale, ma anzi preciso – con tante informazioni e contributi che solo chi mastica, macina e frequenta il jazz da tanti e tanti anni come Guido Michelone poteva scrivere.
Metto in cuffia “In a Silent Way”, del 1969. Un album che all’uscita aveva spaccato il fronte degli addetti ai lavori. Critiche e ovazioni senza mezzi termini. Il suo “tasso” di modernità è ancora immutato. Anzi, è una musica così eterea e vibrante allo stesso tempo, che sembra scritta nel futuro. Provare per credere.
PER SAPERNE DI PIÙ:
Per acquistare il libro su sito dell’editore Arcana
TUTTI I LIBRI di Guido Michelone
“In a Silent Way” su Wikipedia
